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25 ottobre 2009
Eh? Oh! +_+
 
 
 
 
 
 
 
 
La gravita' sa come ingannarci. Rivela tante proprieta' sorprendenti e controintuitive: nemmeno molti scienziati le conoscono davvero Ma il nostro passato e il nostro futuro dipendono da una serie di bizzarrie che non sono facilmente dimostrabili

 La gravita' e' piena di sorprese. Nel 1638, nel suo ultimo e piu' importante lavoro scientifico - «Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze» - Galileo Galilei rivelo' l'aspetto piu' noto: tutti gli oggetti - indipendentemente da massa, forma e composizione - cadono alla stessa velocita'. Oggi ogni scolaro impara questa legge fondamentale della natura, dato che la gravita' e' la forza che domina l'Universo. Nel corso dei secoli la scoperta di Galileo ha ispirato la legge di gravita' di Newton e ha avuto un ruolo fondamentale nell'elaborazione di quella teoria sulla gravita' che e' nota come la Relativita' generale di Albert Einstein. Ma la gravita' racchiude diverse proprieta' sorprendenti, che ogni studente dovrebbe sapere, anche se non le conosce (e la mia esperienza mi dice che anche la maggior parte degli scienziati non ne e' a conoscenza) Queste proprieta' non possono essere facilmente dimostrate in un'aula di scuola. Eppure la storia dell'Universo - passata e futura - dipende proprio da loro. 1. La gravita' aumenta o riduce il volume dello spazio. Secondo la teoria di Newton, la gravita' funziona allo stesso modo in tutto l'Universo: un oggetto si sposta sotto l'influenza della gravita' e non importa la dimensione, la forma o la composizione. Einstein prese quest'idea e si rese conto che c'era un'interpretazione alternativa: tutti gli oggetti si spostano su percorsi rettilinei, ma la gravita' distorce la forma dello spazio e cosi' l'oggetto stesso sembra accelerare o piegarsi, come se si muovesse lungo uno spazio curvo. La gravita', quindi, e' un'interazione tra la materia e lo spazio, in cui la massa fa curvare lo spazio, e lo spazio curvo altera i percorsi degli oggetti. Einstein ha poi dimostrato che l'effetto si applica a tutte le forme di energia e non solo alla massa. Dato che massa ed energia si muovono di continuo, lo spazio e' curvo e «molle», come una specie di gelatina. Questa si puo' ampliare e ridurre. Ogni volta che qualcuno entra o esce da una stanza lo spazio all'interno viene leggermente cambiato. L'effetto e' troppo ridotto per essere avvertito in un'aula, anche con i mezzi piu' sensibili. Tuttavia e' stato misurato nel cosmo, in cui gli oggetti piu' massicci comprendono le galassie. E' un dato, per esempio, che la concentrazione delle galassie diminuisca nel tempo a causa dell'espansione dello spazio. 2. L'illusione che gli oggetti siano piu' veloci della luce. Ogni studente sa che nulla puo' muoversi piu' velocemente della luce, ma pochi sanno che la gravita' altera questo limite. La regola stabilisce che nulla puo' viaggiare oltre 300 mila km al secondo. Ma - come ho detto - la gravita' puo' spingere lo spazio a espandersi. In questo caso due osservatori «immobili» sembreranno comunque allontanarsi, perche' lo spazio tra loro si allarga. L'aspetto sorprendente e' che non c'e' alcun limite fisico sulla velocita' di questa espansione. Se si allarga con sufficiente rapidita', un fascio di luce inviato da un osservatore verso l'altro non raggiungera' mai l'obiettivo, perche' non puo' viaggiare abbastanza veloce per tenere il passo con l'espansione dello spazio davanti a se'. Quindi, i due osservatori avranno l'illusione di allontanarsi l'uno dall'altro a una velocita' che supera quella della luce. La situazione non e' soltanto ipotetica. Accade anche in questo preciso momento. Gli astronomi, infatti, hanno dimostrato che l'espansione dell'Universo sta accelerando. L'espansione avviene cosi' in fretta che gli oggetti piu' distanti sembrano allontanarsi da noi piu' velocemente della luce e che non vedremo piu' le galassie che vediamo oggi. Tra un trilione di anni i miliardi di galassie che si trovano al di la' di Andromeda saranno definitivamente sfuggiti alla nostra vista. 3. La violazione della 2a legge della termodinamica. Qualunque studente sa che e' piu' facile mettere in disordine la propria camera che rimetterla a posto. Ma, probabilmente, non si rende conto che il fenomeno e' legato a una legge fondamentale della fisica, secondo cui l'entropia aumenta sempre. Con l'uso qualsiasi sistema diventa disordinato. L'ordine puo' essere ristabilito solo con uno sforzo, ma, bruciando energia, si genera calore e questo aumenta il disordine di atomi e molecole. La seconda legge della termodinamica stabilisce che questo secondo effetto e' preponderante rispetto al primo. Cosi', riordinare la stanza significa, in realta', renderla ancora piu' disordinata. (E' da notare, pero', che i genitori si preoccupano degli oggetti grandi e non possono osservare i movimenti di atomi e molecole e, quindi, continueranno a insistere con i bambini sulla pulizia delle loro camerette). La gravita', a volte, sembra infrangere questa legge. La distribuzione della materia e delle radiazioni nell'Universo primordiale, per esempio, era quasi del tutto casuale. E' stata l'azione della gravita' nel corso di miliardi di anni a causare il raffreddamento e la condensazione della materia, vale a dire in stelle e pianeti, con uno spazio quasi vuoto tra in mezzo. E' bene che questo sia avvenuto, altrimenti non ci sarebbero i pianeti e le stelle che sono necessari alla vita. Tuttavia la distribuzione della materia e' piu' ordinata oggi di quanto non fosse in origine e il processo sembra contraddire proprio la seconda legge della termodinamica. La gravita' esegue la magia di nascondere la casualita' in una forma invisibile: e' il campo gravitazionale. Si e' scoperto che l'Universo primordiale presentava una distribuzione casuale della materia, ma che allo stesso tempo possedeva un campo gravitazionale pressoche' uniforme. Oggi, invece, la materia e' maggiormente ordinata, ma il campo gravitazionale e' piu' caotico e questo disordine supera l'ordine della materia stessa. La seconda legge della termodinamica e' quindi rispettata, ma la materia si puo' organizzare in modo da consentire la nostra esistenza. 4. La fonte d'energia. E' noto che l'energia e' limitata. Petrolio e carbone hanno quantita' finite di energia. E' possibile trasformare una forma di energia in un'altra (la benzina puo' essere bruciata per produrre elettricita'), ma in quantita' limitate. Non e' cosi' con la gravita': puo' essere una fonte inesauribile di energia. Scoprirlo e' semplice come far cadere una pietra. La pietra immobile e' priva di energia cinetica, ma acquista velocita' non appena cade. Da dove viene l'energia? Proprio dalla gravita'. La gravita' possiede un'energia potenziale: una parte viene convertita in energia cinetica quando si lascia cadere la pietra. E questo appare perfettamente normale. Ma l'aspetto bizzarro dell'energia potenziale e' che non ha alcun minimo: in linea di principio puo' continuamente ridursi. Quando lanciamo la pietra, non pensiamo alla gravita' come a una fonte infinita di energia, perche', prima che voli lontano, la pietra colpisce il terreno e cosi' la conversione di energia gravitazionale in energia cinetica si blocca di colpo. Ma, se la massa della Terra fosse concentrata in un solo punto, allora la pietra potrebbe sfruttare una quantita' infinita di energia, secondo la teoria galileo-newtoniana della gravita'. E, secondo la teoria della Relativita' generale di Einstein, l'energia gravitazionale di tutto l'Universo potrebbe essere utilizzata per creare spazio, materia ed energia. In realta', secondo l'attuale teoria dell'evoluzione del cosmo, e' esattamente cio' che sta accadendo ora: non nella «parte» che osserviamo, ma nelle regioni al di la' delle nostre possibilita' di osservazione. 5. La creazione dal nulla. Gli scolari sanno che l'energia si conserva. E allora da dove proviene quella dell'Universo? Se tutte le sue forme fossero positive, i valori dovrebbero essere sempre stati positivi. L'Universo, quindi, non potrebbe aver avuto un «inizio», perche', per definizione, non esiste nulla prima dell'inizio, e questo vale anche per l'energia. Non c'e' modo di passare dalla sua assenza a quella positiva senza violare il principio della sua conservazione. Il processo, pero', si spiega sulla base del fatto che l'energia gravitazionale e', di fatto, negativa. E' possibile concepire un inizio con energia zero e poi passare a un'energia positiva sotto forma di materia e di energia, equilibrata da un'energia gravitazionale negativa. Grazie alla forza di gravita' e alla sua peculiare energia, il cosmo puo' nascere dal nulla senza violare il principio di conservazione dell'energia. E' l'idea alla base del Big Bang. Questi 5 punti sono stupefacenti per la maggior parte di noi, ma sono fondamentali per chi vuole capire l'origine e l'evoluzione dell'Universo. Queste 5 idee sono anche i fondamenti di due teorie del passato e del futuro dell'Universo: l'ipotesi del Big Bang e l'alternativa piu' recente, quella del modello ciclico.
 
Traduzione di Martina Carnesciali
 
Paul J. Steinhardt, Princeton University.
 
La Stampa.it, 23 settembre 2009

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permalink | inviato da zemzem il 25/10/2009 alle 16:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 settembre 2009
Ti si risponderà che il paragone non ci sta.









 


La libertà di stampa che piace a D'Alema è quella di Pol Pot


«I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in
edicola». Chi ha sentenziato così? Il maledetto Caimano, ossia Silvio
Berlusconi? Macché, è stato il democratico Massimo D'Alema. Max ha
anticipato tutte le ire del Cavaliere nei confronti della carta stampata.
Con assonanze sorprendenti. Compresa la strategia di darci dentro con le
cause civili e le richieste astronomiche di danni.
La prima scena risale al 31 ottobre 1992. Aeroporto di Lecce. Incontro D'Alema
che aspetta il volo per Roma. È mattina presto, ma lui già schiuma di rabbia
contro una masnada di pessimi soggetti. I giudici di Mani Pulite. Gli
editori. I giornali e i giornalisti. Primo fra tutti, Eugenio Scalfari,
direttore di "Repubblica". Ringhia: «Scalfari ha leccato i piedi ai
democristiani che stavano a Palazzo Chigi, da Andreotti a De Mita. E adesso
fa il capo dell'antipartitocrazia».
Quarantotto ore dopo, intervistato dal "Giorno", Max si scaglia di nuovo
contro "Repubblica": «Che cosa si vuol fare? Cacciare deputati e senatori,
per lasciare tutto in mano a Scalfari?». Un vero figuro, Barbapapà. Anche
perché è in combutta «con quell'analfabeta di andata e ritorno che si chiama
Ernesto Galli della Loggia». "Repubblica" prova ad ammansire D'Alema. Però
il 13 novembre lui replica: «Ormai i giornali sono un problema in Italia,
esattamente come la corruzione».
La rabbia dalemista ha un motivo: siamo in piena Tangentopoli e la stampa dà
spago al pool di Mani Pulite. In un'intervista a "Prima Comunicazione" che
in seguito citerò, Max dirà parole di fuoco sui giornali: «Si sono
comportati in modo fazioso, scarsamente rispettoso dei diritti delle
persone. Hanno alimentato una circolazione impropria di segreti giudiziari e
il narcisismo della magistratura. La loro responsabilità morale è stata
enorme: verbali, pezzi di verbali, notizie riservate sono diventati oggetto
di uno sfrontato mercato delle informazioni. Uno spettacolo di iattanza
indecente. Ha ragione la destra quando dice che c'è un circuito
mediatico-giudiziario che ha distrutto delle persone».
Il 13 aprile 1993, la rabbia di Max sembra al culmine. Dice: «In questo
Paese non sarà mai possibile fare qualcosa finchè ci sarà di mezzo la
stampa. La prima cosa da fare quando nascerà la Seconda Repubblica sarà una
bella epurazione dei giornalisti in stile polpottiano». Ossia nello stile
del comunista Pol Pot, capo dei khmer rossi, il sanguinario dittatore della
Cambogia.
Ma la nuova Repubblica nasce sotto un segno che a Max non piace: la vittoria
di Berlusconi nel marzo 1994. Achille Occhetto si dimette da segretario del
Pds e a Botteghe Oscure s'insedia D'Alema. Per qualche mese, il nuovo
incarico lo obbliga a un minimo di cautela. Ma la sua avversione per i
giornali non è per niente svanita.

Nel giugno 1995, intervistato da Antonio Padellaro per "L'Espresso",
riprende a ringhiare contro «l'uso spesso selvaggio dell'indiscrezione
giudiziaria». E conclude che le cronache su Tangentopoli hanno «consumato
quel poco di rispetto per lo stato di diritto e di cultura liberale
esistente da noi. Il danno prodotto è stato enorme. Provo fastidio per il
comportamento dei giornalisti: non aiuta di certo l'immagine dell'Italia».
Il 1995 sarà un anno terribile per D'Alema e per Veltroni, direttore dell'"Unità".
Però Max non presagisce nulla. Il suo giornalista preferito è un
televisionista: Maurizio Costanzo. In luglio, la Botteghe Oscure incaricano
Costanzo di "stilare le nuove regole" dell'informazione. E D'Alema lo vuole
accanto a sé nella Festa nazionale dell'Unità a Reggio Emilia. Insieme
presentano il primo libro di Max, "Un paese normale", stampato dalla
Mondadori di Berlusconi.
La tempesta scoppia alla fine di agosto. È lo scandalo di Affittopoli, sulle
case di enti pubblici ottenute dai politici a equo canone. Più saggio di
Veltroni che strilla, ma resta dov'è, D'Alema trasloca. E sceglie la
trasmissione di Costanzo per annunciare il passaggio in un altro
appartamento.
Ma il suo disprezzo per la carta stampata resta intatto. Arrivando a
coinvolgere politici incolpevoli. In quell'autunno dice di me: «Pansa si fa
leggere sempre, ma ha un difetto: non capisce un cazzo di politica. C'è uno
solo in Italia che ne capisce meno di lui: Romano Prodi».
Nel dicembre 1995, Max affida a "Prima comunicazione" il suo lungo editto
contro i giornali. Intervistato da Lucia Annunziata, spiega di sentirsi una
vittima: «Due giornalisti mi tengono e il terzo mi mena». «Il livello di
faziosità e di mancanza di professionalità è impressionante». «Non esiste l'indipendenza
dell'informazione: i giornali non sono un contropotere, ma un pezzo del
potere. E come tali sono inattendibili». «Il loro compito è la
destrutturazione qualunquista della democrazia politica». «Gli editori si
contendono a suon di milioni i giornalisti più canaglia».
Al termine del colloquio con l'Annunziata, prima dell'invito a non
acquistare i giornali, D'Alema annuncia come si comporterà in futuro: «Se
dovrò dire qualcosa di importante, lo dirò alla gente, non ai giornali.
Andrò alla televisione. Mi metto davanti a una telecamera con la mia faccia,
con le parole che decido di dire, senza passare per nessun mediatore. Se
parli con la stampa, sei sicuro di perderci».
Per coerenza, il 5 aprile 1996, alla vigilia delle elezioni politiche, D'Alema
va in visita ufficiale a Mediaset. Accanto a Fedele Confalonieri, dice:
questa azienda «è una risorsa del Paese». E rassicura i dipendenti: «Se
vincerà l'Ulivo, non dovrete temere nulla. Mediaset è un patrimonio di tutta
l'Italia!».
L'Ulivo vince. Max spiega a Carlo De Benedetti: «Hai visto? Abbiamo vinto
nonostante i tuoi giornali!». Ma D'Alema si sente prigioniero del Bottegone.
Vorrebbe stare lui al governo. Prodi e Veltroni non gli piacciono. Sono «i
due flaccidi imbroglioni di Palazzo Chigi». Poi la sua ostilità torna verso
la stampa. In luglio tuona contro «il giornalismo spazzatura». E alla fine
del mese, alla Festa dell'Unità di Gallipoli spiega: «Ormai c'è qualcosa di
più che il normale pettegolezzo giornalistico, tendente ad alterare la
verità. Ci sono lobby, interessi, gruppi che pensano spetti a loro dirigere
la sinistra italiana».
Il 2 agosto, durante la bagarre parlamentare sul finanziamento pubblico ai
partiti, D'Alema ringhia ai cronisti: «Scrivete pure quello che vi pare,
tanto i giornali non li legge nessuno. E anche voi contate poco: prima o poi
vi licenzieranno». A imbufalirlo è sempre il ricordo di Affittopoli e quel
che ritiene di aver subito dalla carta stampata: «Giornalismo barbarico,
cultura della violenza, squadrismo a mezzo stampa».
Perché Max si comporta così? In un'intervista citata dal "Foglio", Veltroni
prova a spiegarlo: «Io sono gentile con i giornalisti. Dovrei fare come D'Alema
che li chiama somari per ottenere la loro supina benevolenza». Ma forse
esiste un problema nascosto: una forma inconsapevole di autolesionismo che
spinge Max a cercarsi sempre dei nemici.

Una sera del novembre 1996, dice a Claudio Rinaldi, direttore dell'
"Espresso": «Fate una campagna sguaiata contro di me. Vi mancano solo
Michele Serra e Curzio Maltese, poi sarete al completo. L'unica critica
fondata che potreste farmi è di aver messo Prodi a Palazzo Chigi». Quindi
spara su Berlusconi: «Mi sta sul cazzo come tutti i settentrionali. È un
coglione ottuso. La sua stagione è finita».
Il 1997 si apre con la causa civile che Max intenta all'"Espresso". Per aver
rivelato la piantina della sua nuova casa, ci chiede un miliardo di lire.
Non lo frena neppure l'onore di presiedere la Bicamerale. Il 5 maggio
scandisce a Montecitorio un anatema globale: «L'ho detto una volta per
tutte, con validità erga omnes, con valore perpetuo: quello che scrivono i
giornali è sempre falso».
Alla fine di novembre si scatena contro l'Ordine dei giornalisti. Bisogna
abolirlo, dice Max, visto che non garantisce la correttezza professionale.
Poi nel gennaio 1998 annuncia di aver scovato l'arma finale per sistemare la
carta stampata. È di una semplicità elementare: niente più processi penali
ai giornalisti, bisogna instaurare «un sistema che consenta una rapida ed
efficace tutela in sede civile e che preveda consistenti risarcimenti
patrimoniali».
Detto fatto, ecco in data 10 febbraio 1998 la causa civile di Max al
"Corriere della sera" per quanto ha scritto «su un fantomatico piano D'Alema
per il sindacato». Richiesta: due miliardi di lire. La sinistra non va in
piazza a protestare. Eppure Max pretende dal «convenuto Ferruccio de
Bortoli» anche il giuramento decisorio. Vale a dire che deve giurare di aver
scritto la verità a proposito delle intimidazioni dalemiane sugli azionisti
di via Solferino.
Quale sorte ebbe questa causa? Confesso di non ricordarlo. Ma che importanza
ha scoprirlo? D'Alema aveva tracciato un solco che, anni dopo, anche l'odiato
Cavaliere avrebbe seguito.

Giampaolo Pansa, Libero, 15 settembre 2009


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26 settembre 2009
Ooooh










Non e' tutto bio quello che luccica

Sembra gia' di sentire le urla d'incredulita' e d'indignazione che si alzano in tutta Italia, dove 8 milioni di persone mangiano di preferenza prodotti biologici pensando di fare del bene alla loro salute; ma insomma la notizia che arriva dall'Inghilterra e' che l'«organic food» non ha alcuna qualita' positiva che lo distingua dal cibo ordinario, quello ottenuto dai campi e dalle stalle normali dove si usano prodotti chimici: lo certifica la britannica Food Standard Agency, sulla base di uno studio scientifico pluriennale che verra' pubblicato dall'autorevole American Journal of Clinical Nutrition. Si tratta della ricerca piu' vasta e approfondita mai compiuta nel mondo su quest'argomento, e con tutti i crismi dell'ufficialita'. Naturalmente nessuno di noi pensa che un singolo studio possa dire la parola definitiva su una questione cosi' complessa e dibattuta da decenni, e siamo fin troppo abituati a leggere un giorno di autorevoli scienziati che dicono che l'acqua fa bene e il giorno dopo di altrettanto autorevoli scienziati che dicono che l'acqua fa venire il cancro. Esageriamo, ma l'andazzo e' questo. Pero', prese tutte queste cautele verbali non si puo' girare la testa dall'altra parte, quando viene pubblicata una ricerca come questa, perche' le scelte devono essere fatte sulla base di un'informazione completa. Lo studio inglese mette insieme i dati di 50 e piu' anni di ricerche, tenendo presente tutto quanto scritto e pubblicato sul cibo biologico: sono stati passati allo scanner addirittura 52 mila resoconti scientifici cumulatisi a partire dal lontano 1958. Ebbene la sintesi del direttore scientifico del progetto, professor Alan Dangour, e' che «non emerge prova di alcun beneficio significativo per la salute derivante dal nutrirsi di alimenti cosiddetti biologici. Tracce di minuscole differenze si possono osservare, ma e' improbabile che abbiano rilevanza per la salute pubblica». Chi non e' abituato al frasario scientifico potra' forse trovare queste dichiarazioni un po' contorte e involute, e attribuirle magari a un residuo di incertezza, e invece uno scienziato parla cosi' quando e' sicuro di una cosa. Dangour ammette «una maggior concentrazione di fosforo nei cibi biologici rispetto agli altri»; pero' aggiunge subito che «il fosforo e' disponibile in quasi tutti i cibi. La differenza di contenuto di fosforo fra alimenti biologici e convenzionali non e' statisticamente significativa». Ancora gergo da scienziati. Altro esempio: i prodotti biologici sono in media piu' acidi, e questo li rende piu' saporiti. «Ma questa piccola differenza di acidita' - dice Dangour - ha a che fare con il gusto, non con la salute». Tale concessione al maggior sapore dei prodotti biologici e' importante perche' gli studiosi della Fsa non intendono fare gli ideologi pro o contro, per cui, ad esempio, non si spingono a dire che il costo (superiore) dei cibi biologici corrisponda a soldi buttati: «Si puo' preferire il cibo biologico, pagandolo di piu', perche' lo si trova piu' saporito, oppure perche' si ritiene che faccia meno danno all'ambiente in quanto prodotto senza sostanze chimiche. Ma non c'e' prova che faccia meglio alla salute del consumatore». Ma a proposito di sostanze chimiche: possibile che l'uso o il non uso di fertilizzanti e pesticidi (cioe' anti-parassitari) non faccia differenza nella qualita' dei cibi? Questa e' una cosa che tutti credevamo fosse accertata e che non si potesse piu' mettere in discussione. Il ritornello del prof. Dangour a questa obiezione e' il solito: «L'eventuale sovrappiu' di sostanze chimiche riscontrato nei cibi convenzionali rientra nelle ordinarie variazioni statistiche e non ha impatto significativo sulla salute». Che cosa ne dicono gli esperti italiani? Il prof. Renzo Pellati, del direttivo della Societa' italiana di scienza dell'alimentazione e autore di «Tutti i cibi dall'A alla Z» (Mondadori), sostiene che la scoperta britannica e' una specie di segreto di Pulcinella nella comunita' degli scienziati: «Le asserzioni favorevoli ai prodotti biologici sono campate in aria e poco convincenti. In tanti anni non ho mai visto un solo studio, con tutti i crismi, su una rivista scientifica internazionale che documentasse i presunti vantaggi del biologico». Inoltre, «sui prodotti biologici i controlli lasciano a desiderare, molto piu' che su quelli tradizionali». Per la Confagricoltura (che associa piu' di mezzo milione di aziende agricole) il responsabile salute Donato Rotundo dice che «qualita' e sicurezza alimentare possono essere ottenute in modo del tutto simile nelle due metodologie produttive. Le produzioni biologiche possono dare un vantaggio all'ambiente». E questo e' tutto. I cibi biologici hanno anche i loro detrattori, secondo cui in mancanza di pesticidi questi prodotti sono pieni di parassiti, che rilasciano deiezioni naturali ma tossiche, e anche cancerogene, quanto e piu' dei pesticidi. Su tali rischi non esistono pero' conferme certe.

Luigi Grassia, La Stampa, 31 luglio 2009


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26 settembre 2009
Papi



 




Regalano l'Italia a Papi

Stanno regalando l'Italia a Berlusconi. Chi? Il gruppo dirigente del Pd e i suoi giornali, gli uni e gli altri guidati da uno dei gruppi industriali più potenti del paese, quello dell'ingegner De Benedetti. Stanno dando l'anima per assicurarsi che il "berlusconiano" - con o senza il cavaliere - resti per decenni la bussola della civiltà italiana. Perché lo fanno?

Sono convinti che la politica sia questo: alternarsi alla guida del governo di gruppi padronali. Non alternarsi di politiche: alternarsi di potere. La vicenda di questi giorni è emblematica. In che consiste la battaglia politica? Nello stradominio del cavalier Berlusconi, in nulla contrastato né dall'opposizione, né dagli intellettuali, né dai grandi giornali; e nel chiacchiericcio stizzoso dei suoi avversari, i quali non si sognano neppure di criticarlo sui grandi temi politici e di governo, ma continuano ad occuparsi esclusivamente delle sue vicende sessuali. Chi è oggi il capo dell'opposizione? Nei fatti è Carlo de Benedetti, che ha piegato ai suoi ordini il gruppo dirigente del Pd (come non gli riuscì con De Mita, tanti anni fa, e neppure con Occhetto). Se però un analista politico straniero non conoscesse bene i fatti di casa nostra, potrebbe pensare che il capo dell'opposizione sia la signora D'Addario. E' di lei che si discute, è su la sua verità che si impegna l'intellettualità italiana. (L'intellettualità italiana è diventata una espressione che assomiglia sempre di più ad un ossimoro. Sapete che vuol dire ossimoro: un insieme di parole inconciliabili, opposte…… Vi ricordate quando c'erano Pasolini, Sciascia, Calvino, Fellini, Visconti, Bobbio, Luporini, Napoleoni, Rodano? Dio che nostalgia!).

Martedì sera ho partecipato alla trasmissione Tv di Bruno Vespa, Porta a Porta, e sono stato chiamato due volte a fare brevi domande al premier. Ho già spiegato due giorni fa perché ho partecipato alla trasmissione, anche se in polemica con la decisione della Rai di rinviare Ballarò, cioè la trasmissione televisiva concorrente a quella di Vespa (Vespa è filo-Berlusconi, Ballarò è filo-Pd).

Non tornerò su questo argomento. Torno invece sulle critiche che ho ricevuto per come mi sono comportato in trasmissione. Ne ho ricevute molte sul sito dell'Altro

e qualcuna anche a mezzo stampa. Per esempio da Curzio Maltese (Repubblica) il quale mi ha presentato più o meno come un giullare di Berlusconi rivolgendomi il rimprovero fondamentale (che riassumo): «Come può uno che si trova in Tv, davanti al premier, non rivolgergli la domanda delle domande: quella su Noemi e Daddario?». Diciamo che Maltese avrebbe voluto che io tornassi a chiedere al premier di rispondere in parlamento (non sulla crisi, non sulle aziende che chiudono, non sulle leggi assurde anti-immigrati criticate dall'Onu, non sulle ronde, non sui tagli alla scuola pubblica) ma su quella che già Beppe D'Avanzo ha definito «la disordinata vita sessuale del premier» (mi ricordo che quando andavo a scuola, al liceo, spesso l'insegnante di religione ci ammoniva a non condurre una disordinata vita sessuale).

Questa critica di Maltese mi angoscia. Perché so che esprime il sentimento di migliaia e migliaia di persone di sinistra. Le quali sono convinte davvero che è una genialata -magari solo una mossa tattica, ma geniale - quella di rinunciare a tutto il resto e di bombardare Berlusconi perché scopa troppo e male. E sono convinte che chiunque provi a dire che l'ostinazione "sessuale" antiberlusconiana è la peggiore delle idiozie, che oltre a non scalfire in niente la forza politica di Berlusconi , sgretola la presenza e l'identità politica dell'opposizione, chiunque provi a dire queste cose - non intelligentissime, ma proprio normali, di puro buonsenso - è un nemico e un traditore. Quando martedì mi sono trovato in Tv davanti a Berlusconi, avendo avuto la possibilità di fare due domande, gli ho chiesto conto dell'attacco alla libertà di stampa (gravissimamente attuato, ad esempio, con le querele a Repubblica e all' Unità , che violano palesemente il lodo Alfano e sono gesti gravi di intimidazione, così come lo è la querela di Fini, persona che per altri versi apprezzo molto, nei confronti di Feltri); e poi gli ho chiesto conto della politica «anti-umana» che il governo italiano conduce nei confronti degli esuli che vengono dall'Africa e che le nostre autorità riconsegnano in mano ai carnefici libici, mandandoli ad un destino di torture e per molti di morte. Voi credete che sia un atteggiamento molto filo-berlusconiano accusare il premier di essere un violatore della libertà di stampa e responsabile della messa a morte di esseri umani, e complice di un feroce dittatore come Gheddafi? Certo, mi rendo conto, sarebbe stato molto più forte dirgli: «ma lei con chi scopa, presidente?».

Se dovessi fare una critica a me stesso e buttare giù un elenco di domande che non ho fatto (e non le ho fatte perché purtroppo le trasmissioni televisive hanno le loro regole e non si possono fare tutte le domande che si vogliono: bisogna sceglierne una o due), elencherei la questione del lavoro, quella dei salari, il problema della mancata ricostruzione di un tessuto produttivo all'Aquila, la superficialità con la quale il governo affronta gli scenari nuovi aperti dalla crisi, il carattere reazionario delle misure anti-immigrati (reazionario e xenofobo), l'ipotesi di introdurre riduzioni negli stipendi dei meridionali (anche qui misura reazionaria e razzista), l'innalzamento del età pensionabile per le donne, i tagli alla scuola pubblica, e varie altre cosette di questo genere. Tutte cose che vengono considerate per ora secondarie dal gruppo dirigente del Pd e anche da gran parte dell'opinione pubblica di sinistra. Voi, per esempio, conoscete qual è l'idea del Pd, o quella dei principali giornali di sinistra, su come affrontare la crisi, su come misurarsi con i nodi strutturali che essa pone, su come riformare il rapporto tra Stato e mercato? Non lo sapete. C'è stato silenzio in questi mesi su questo che è chiaramente il problema dei problemi.

Voi forse avete firmato la petizione di Repubblica contro il premier perché non risponde mai alle domande di D'Avanzo. Benissimo.  Repubblica vi ha forse proposto una petizione per i diritti dei migranti assassinati in Mediterraneo, oppure per la difesa degli stipendi al Sud? Non ve l'ha proposta; nessuno ve l'ha proposta. Il Pd ha chiesto le dimissioni del premier per Noemi non per il 75 morti.

Come mai vengono considerate secondarie queste questioni? Perché - si dice - il problema, oggi, è abbattere Berlusconi. Come, con quali programmi alternativi, con quali alleati? Con chi ci sta. E se chi ci sta è una parte del gruppo dirigente del capitalismo italiano (leggi, per esempio, il gruppo De Benedetti) che su tutti i problemi che ho appena elencato è sempre stato in linea perfetta con Berlusconi? Chissenefrega. E' antiberlusconiano e va bene così. Anche se è anche lui un padrone, anche se anche lui è sulla linea di Berlusconi. Penso che sia un errore madornale questo atteggiamento. Che, appunto, porta a eternizzare il berlusconismo. E si fonda sull'idea che la politica, in fondo, sia un gioco di società, non una lotta di idee, di principi, di interessi.

Io sono convinto che oggi in Italia siano aperte due grandi questioni: quella sociale e quella delle libertà. Purtroppo a rendere sempre più drammatiche queste due questioni è stato il succedersi dei governi di centrodestra e di centrosinistra. I quali si sono alternati nelle responsabilità di esaltare il precariato (strumento di modernità e di progresso) di assegnare un ruolo esorbitante al mercato, di ridurre i diritti, i salari, le pensioni. E poi si sono alternati nelle responsabilità di restringere i diritti civili, di demonizzare i clandestini, di attaccare le libertà a partire dalle libertà sessuali.

Chi ha condotto queste campagne? Sulle pensioni e sul welfare, per esempio (penso al colpo di maglio del governo il 23 luglio del 2007)?, Ricordo i giornali di destra veleggiare abbracciati a Repubblica  e persino al suo padre nobile, a Eugenio Scalfari. Quanto alle leggi "razziali", nessuno ignora che la campagna fu lanciata proprio da Repubblica, nel 2007, e portò al primo decreto contro i rumeni e i rom, e nessuno ignora che quella campagna fu lanciata per destabilizzare Prodi, e che ebbe successo perché portò nel giro di qualche mese all'affossamento di Prodi e al lancio della carta vincente dei debenedettiani, e cioè alla candidatura di Veltroni che si era finalmente liberato della palla al piede della sinistra. E credo che molti di voi si ricorderanno anche che quella campagna xenofoba del centrosinistra fu preceduta dall'offensiva dei sindaci (Cofferati in testa) contro i clandestini, e contro ogni tipo di libertà nelle città, specialmente le libertà dei giovani. Non è così? Le odierne leggi razziali non sono figli di quella azione "apripista" del centrosinistra che destabilizzò e diede una scossone all'opinione pubblica, spostandola brutalmente a destra? Avete mai letto un ripensamento, un'autocritica - su questi temi - nei giornali della corazzata di De Benedetti? No. Avete invece sentito parole critiche da alcuni esponenti dell'allora governo. In parte dallo stesso D'Alema ma soprattutto da Prodi, al quale va dato atto della sua onestà intellettuale. Ce l'avessero altri la sua onestà intellettuale (anche tra i giornalisti)! E allora mi chiedo: ma se uno considera la questione sociale e quella delle libertà i due nodi sui quali si impegna in politica, perché mai dovrebbe accodarsi a uno dei gruppi di potere che è sempre in testa quando si tratta di menare le mani contro i diritti e contro le libertà? Qualcuno mi risponde: perché c'è la questione delle alleanze. E la borghesia che fa capo a De Benedetti è migliore di quella che fa capo a Berlusconi. Siccome è in corso uno scontro feroce tra queste due borghesie, è giusto schierarsi.

Eh, no. Mi avete fregato troppe volte con questo fatto che è giusto schierarsi e che la "patria" chiama eccetera eccetera. La verità è che la borghesia italiana è marcia (ha ragione Brunetta su questo: è marcia…l'ho detto, così si potrà dire più agevolmente che sono irrecuperabilmente passato a Berlusconi…). E la marcitudine della borghesia italiana è il problema più drammatico di questo paese. La borghesia è marcia fradicia e la classe operaia è stata pesantemente sconfitta. All'Italia non manca un ceto politico. Manca una classe dirigente. Vogliamo fare politica davvero e misurarci coi problemi a questa altezza, o vogliamo schierarci compatti dietro a D'Addario? Decidete voi.

Piero Sansonetti, l'Altro, 17 settembre 2009


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26 settembre 2009
Mike Bongiorno
 



Silvio & Mike, così uguali E quell' ultimo minestrone

«Solo io ho fatto 36 riforme e governato 1.412 giorni di fila!». «Solo io ho vinto 16 Telegatti e presentato 11 Sanremo!». Erano nati per capirsi, Silvio & Mike. La stessa passione per i record, il calcio, la pubblicità, la chioma cotonata dai riflessi arancione. Un «matrimonio» durato 32 anni. Finito una sera di pochi mesi fa davanti a un minestrone con lui, Mike, che era andato ad Arcore per farsi consolare e finì quasi per consolare Silvio: «Eravamo noi due, soli, nella grande sala vuota. Era stanchissimo. Davanti a quel minestrone, cucchiaiata dopo cucchiaiata, diceva: "Sono teso, dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti". E pensavo: "Ma guarda un po' , sono qui con l' uomo più potente d' Italia, il più acclamato, una cena che tutti m' invidieranno e mi viene una gran tristezza. Quest' uomo mi sembra così solo!"...». Si erano incontrati la prima volta nel 1977. Quando il presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, quello del Milan Felice Colombo, quello della Rai Paolo Grassi: «Mi telefona a casa uno sconosciuto. Mi fa: "Lei ha lavorato in America, conosce la televisione commerciale, mi potrebbe aiutare a sviluppare un modello analogo in Italia". Gli dissi: "Incontriamoci, ne parliamo, ma sappia che io faccio 25 milioni di telespettatori col mio programma". "Chi è ' sto Berlusconi?", chiesi in giro. "Un palazzinaro che non capisce niente di televisione", mi risposero». Si diedero appuntamento il 9 ottobre, al Club 44, in via Cino del Duca a Milano. «Eravamo solo io e lui», avrebbe raccontato a Luca Telese, del «Giornale»: «Fu la prima volta in cui mi illustrò la sua proposta: "Lascia la Rai e vieni lavorare per me".» Anche se Mediaset non esisteva ancora? «Non esisteva nemmeno TeleMilano, se è per questo. Non esisteva nulla. Berlusconi all' epoca aveva un canale via cavo che si vedeva solo a Milano2». E che cosa rispose alla proposta di lavorare per una tv "condominiale"? «Dissi sì. Mi ritrovai di fronte una persona che parlava come me, pensava come me, aveva un senso tutto americano del fare impresa, che qui in Italia lo rendeva praticamente una mosca bianca». Certo, pesarono i danée: «Tra me e me pensavo: per correre un rischio così deve propormi una bella cifra. E mi ero anche fatto due conti: alla Rai, in un anno, mi davano più o meno 26 milioni di lire lorde. (...) Mi guarda e improvvisamente mi fa: "Io avrei pensato a 600". Chiedo io: "Seicento che?" E lui: "Milioni, ovviamente". Ero così incredulo che gli chiedo ancora: "Oddio, per quanti anni di contratto?". Mi fa: "Per un solo anno, ovvio. Ma poi potrai arrotondare con le televendite e con gli sponsor"». Leggenda vuole che per avere a tutti i costi l' uomo su cui aveva puntato, il Cavaliere non gli diede tregua: «Gli dissi che dovevo parlarne con mia moglie Daniela e che stavo partendo per il Messico. E lui fece trovare un mazzo di rose al giorno a Daniela in ogni albergo in cui scendevamo e chiamò me tutte le sere». Un assedio amoroso. Col fruscio di banconote in sottofondo: «Non amo quelli che fanno le anime belle. Accettai perché era un' offerta che solo un matto avrebbe potuto rifiutare. E poi perché lui aveva avuto l' intuizione geniale che avrebbe cambiato tutto. La pubblicità». Partirono in sordina: «Entravamo negli studi alle 10 del mattino, uscivamo alle 10 di sera. Berlusconi era sempre lì, guardava, giudicava, portava le pastarelle...». Gli inserzionisti cresciuti col «Carosello», avrebbe raccontato il presentatore, non capivano mica tanto, all' inizio, questa storia delle sponsorizzazioni: «Una mattina incontrammo il fior fiore dell' imprenditoria italiana, assieme ai dirigenti delle più importanti agenzie di pubblicità. Saranno state trecento persone. Io e Berlusconi parlammo in piedi su due cassette di acqua minerale». Come potevano non andare d' accordo? Certo, li divideva il tifo. Perché Mike, a differenza di quanti nei dintorni del Cavaliere si sono via via infiammati d' amore per il Milan, non tradì mai la Juve che lo aveva fatto palpitare («Caro Pietro, sei stato il primo mito della mia vita. Quando ero ragazzino ti aspettavo davanti ai cancelli dello stadio di Torino e ti accompagnavo fino al tram», scrisse nel necrologio per la morte del leggendario Pietro Rava) e tanto meno la sera del maggio 2003 a Manchester in cui i bianconeri persero la finale col Diavolo all' Old Trafford. Sul resto, però... Avevano lo stesso medico, Umberto Scapagnini, pronto a giurare ad Aldo Cazzullo che esiste «un metodo per calcolare la differenza tra l' età anagrafica e l' età biologica, tra i dati teorici e l' effettiva attività mentale, fisica, sessuale» e che Berlusconi aveva in effetti «12 anni di meno» anche se «il record appartiene a Mike Bongiorno: meno 17». Lo stesso spirito giovanilista che spinse Silvio a mettersi la bandana e spingeva Mike a fare un mucchio di sport a costo di spaccarsi un po' di ossa: «Ogni volta che prendo l' aereo il metal detector suona e mi bloccano. Io faccio notare che sono Mike e ho i chiodoni. Loro mi rispondono: "Sì Mike, allegria, cortesemente se li tolga e li metta sul nastro". Mi sa che mi prendono per un pirla». E poi lo stesso rapporto di amore con i figli, sui quali avevano pesato molto con le loro personalità traboccanti, anche se i rampolli dell' uno sono stati avviati in azienda e quelli dell' altro se ne sono guardati bene: «Non hanno voluto seguire le mie orme. Si vergognavano di me, in classe gli gridavano "Allergia! Allergia!"». La stessa facilità spensierata a scivolare sulle gaffes senza dare loro importanza, con Silvio a parlare di «Romolo e Remolo» e inventare l' «Estuania» e Mike a chiamare papa Sarto «Pio Ics» invece che Pio Decimo o a tuonare con una concorrente che aveva sbagliato una risposta di ornitologia: «Ahi, ahi signora Longari, lei mi è caduta sull' uccello!». Disse: «Le gaffes le faccio, ma poi, come i conduttori americani, le esaspero, affondo il coltello nella piaga. È autoironia. Io so che ce l' ho, anche se alle volte, onestamente, me lo fanno notare gli altri». Ma soprattutto, i due, avevano in comune la stessa «magia». La capacità di parlare al «proprio» pubblico. Una capacità che a Mike, dopo decenni di sberleffi sulla sua ignoranza («Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all' oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla. In compenso dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa», scrisse Umberto Eco) fu riconosciuta infine non solo dallo Iulm con una Laurea ad Honorem ma perfino dall' Accademia della Crusca: «Ha insegnato l' italiano agli italiani». Per questo, dopo tanti anni, non capì perché Mediaset gli avesse rifiutato il rinnovo del contratto facendoglielo comunicare da un funzionario ma soprattutto perché Silvio lo ignorasse: «L' ho chiamato a novembre: da allora sono passati più di cinque mesi e non mi ha ancora richiamato», raccontò a maggio, deluso, a Fabio Fazio. Peggio: «Lavori 30 anni con un gruppo e di colpo sei fuori. Quando a Natale ho cercato di fare gli auguri a Silvio la segretaria mi ha risposto: "C' è una lunga lista di attesa, la richiamiamo". A me? Cose da pazzi». Poi lanciò il suo appello: «Chiamami, chiamami, sono qua...». Lo chiamò, il Presidente. Lo invitò a cena la sera dopo. A mangiare il minestrone. Soli soli. Stanchi. «C' era come un senso di freddo e di buio attorno a noi».

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 9 settembre 2009

28 luglio 2009
GRANDE!

 




Ori e record, Pellegrini regina d'acqua

ROMA - La campionessa che fa grande l'Italia, la nuotatrice che per una volta il mondo invidia all'Italia. Federica Pellegrini, nata a Mirano in provincia di Venezia il 5 agosto 1988, ma residente a Spinea - nel poco tempo in cui non è a Verona ad allenarsi - è detentrice del record del mondo sui 200 stile libero con 1'54"47, stabilito agli assoluti di Riccione, e dei 400 che già deteneva con 4'00"41 ai Giochi del Mediterraneo e che ha migliorato con la straordinaria vittoria ai mondiali di Roma con 3'59"15, prima donna a scendere sotto il muro storico dei 4'. E' l'unica nuotatrice italiana ad aver infranto il crono mondiale in più di una specialità: ben quattro volte ha migliorato quello dei 200 sl e tre volte quello dei 400. E' anche la prima azzurra ad aver regalato all'Italia il primo oro olimpico al femminile del nuoto, centrando il titolo a Pechino nei 200 sl, impreziosito dall'allora primato del mondo con 1'54"82.

Con l'oro conquistato a Roma09 sui 400 (gara che in passato le aveva procurato dei problemi di respirazione legati ad attacchi di panico), il primo della sua carriera, riporta, 36 anni dopo Novella Calligaris il nuoto femminile sul gradino più altro del podio di una rassegna iridata. La Pellegrini arricchisce così il suo già ricco palmares internazionale: la 21enne nuotatrice azzurra vanta infatti oltre all'oro di Pechino anche un argento nell'edizione di Atene 2004 sempre sui 200 stile (quando aveva solo 16 anni), un argento e un bronzo mondiale nella stessa distanza rispettivamente a Montreal nel 2005 e a Melbourne nel 2007, oltre a un oro sui 400 agli Europei di Eindhoven, dove conquistò anche l'argento nella 4x100 stile e il bronzo nella 4x200. 35 invece i titoli italiani a livello individuale. Pioggia di medaglie anche in vasca corta con 2 ori, 2 argenti e 1 bronzo agli europei, e un argento un bronzo ai Mondiali. Alta 177 cm per un peso forma di 60 kg, ha iniziato a nuotare nel 1995 e dopo i primi successi conseguiti sotto la guida di Max Di Mito alla Serenissima Nuoto di Mestre, è passata alla DDS di Settimo Milanese, trasferendosi da Spinea a Milano.

Il boom ad Atene dove, vincendo l'argento olimpico, l'unica dopo la Calligaris, è stata anche a 16 anni e 12 giorni,la più giovane atleta italiana a salire su un podio olimpico individuale. Allenata da Alberto Castagnetti, ct di tutta l'Italnuoto, è fidanzata con Luca Marin, collega di nazionale ed ex di Laure Manaudou, sua ex rivale in piscina visto che la francese si è concessa una pausa dal nuoto. Ama i vestiti eleganti e i tacchi alti, e strizza l'occhio a moda e tv. Il suo animale preferito é il leone: e proprio al re della foresta è dedicata la sua collezione di peluche. Quella di Roma è la stagione della definitiva consacrazione della più grande nuotatrice italiana di tutti i tempi.

 www.ansa.it




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12 luglio 2009
Le escort di Berlusconi e il mercato...

del lavoro sessuale: tesi “sindacali”
come le prostitute e i vecchi operai





Distogliamo lo sguardo da Silvio Berlusconi e spostiamolo sulle giovani donne che hanno raccontato gli incontri a palazzo Graziosi e a Villa Certosa nell'inchiesta di Bari. Tutta questa storia aperta dalla denuncia di Veronica Lario sul «divertimento dell'imperatore» non ha niente di privato ed è tutta politica, stiamo sostenendo da più di un mese, perché porta alla luce un ganglio cruciale del sistema di potere e di consenso di Berlusconi e del berlusconismo. Ma sia il potere sia il consenso sono fatti relazionali: si fanno in due, chi dispone e chi obbedisce, chi propone e chi acconsente, sia pure in posizione dispari tra loro. Dunque c'è il sistema di potere del premier imperniato su una certa politica del sesso e dei rapporti fra i sessi, e ci sono queste giovani donne che vi partecipano e ne consentono il funzionamento, anzi lo hanno consentito fino a un certo punto per poi disvelarlo. Ed è chiaro che, se lo scandalo investe prima di tutto il premier, l'interesse dovrebbe volgersi parimenti a loro, per quello che dicono e che non dicono della società a cui appartengono e dell'immaginario, dei sogni e dei progetti, dell'etica e dell'estetica di cui sono portatrici. E che, salvo liquidare difensivamente escort e ragazze-immagine come eccezioni rispetto alla norma e alla normalità femminile, ci interrogano e ci interpellano: quella società, quell'immaginario, quei sogni e quei progetti, quell'etica e quell'estetica dicono qualcosa a noi tutte.

Leggendo e rileggendo dichiarazioni e interviste di Patrizia D'Addario, Lucia Rossini e Barbara Montereale, e soprattutto guardando e riguardando l'intervista filmata a quest'ultima sul sito di Repubblica, dove il viso e il corpo dicono più della parola scritta, cinque cose impressionano soprattutto. La prima è la padronanza con cui si catalogano e si contrattano mansioni, prestazioni e compensi: tanto per questo, il doppio per quello, «non lavoro per la gloria, se vado a una cena ci vado per avere dei soldi», fare la ragazza-immagine è diverso che fare la escort ma anche per una escort «quello è il suo lavoro, ognuno ha il suo lavoro». Ora, è dagli anni 80 che il movimento per i diritti delle prostitute rivendica - senza convincermi, aggiungo - che fare sesso a pagamento, ovvero vendere il proprio corpo, è un lavoro come un altro, da negoziare come si fa con qualunque lavoro. Ma come siamo arrivati a rendere contabile e negoziabile qualsiasi prestazione del corpo, un sorriso, una presenza a cena, un ballo a una festa, un'impronta che fa immagine? Mansioni come altre, sembra di sentir parlare gli operai che negli anni 70 ti spiegavano la catena di montaggio. Quale cambiamento culturale ha reso il corpo, per queste donne, simile a una macchina, e alienato come una macchina?

La seconda cosa è l'ossessione dell'immagine: non è nel regno delle cose ma in quello della rappresentazione che la vita si svolge. Le ragazze arrivano a palazzo Grazioli, cenano e per prima cosa vanno in bagno a fotografarsi, registe di se stesse, e a immortalare l'evento. L'emozione si deposita in quella foto, non riguarda tanto l'aver varcato la soglia del palazzo del potere (anche se dell'evento «straordinario» si dà notizia all'una di notte per telefono alla mamma che a sua volta tace e acconsente), quanto il registrare di averlo fatto e il poterlo mostrare ad altri. Qui il cambiamento culturale si chiama ovviamente televisione, fine del confine fra realtà e rappresentazione eccetera eccetera. Ma colpisce ugualmente - terza cosa -, a fronte di questo peso dell'immagine, la derubricazione del potere politico in sé e per sé. Che «Silvio» (per Barbara) o «Papi» (per le altre ospiti ancora senza volto) sia casualmente il presidente del consiglio sembra essere tutto sommato un fatto relativo, e certamente non comporta alcun particolare cambio di registro o di galateo. Né alcun sospetto o alcuna cautela: quarta cosa, impressiona l'affidamento cieco all'uomo potente, come se il potere (maschile) avesse d'incanto perso ogni opacità e fosse diventato trasparente, credibile, anch'esso negoziabile (io resto a dormire con te, tu mi aiuti a fare il mio residence sulla costa).

Certo aiuta, in questo, l'acclarata «affettuosità» dell'ospite, che tutte conquista, come se - quinta cosa che colpisce - ciascuna stentasse assai a trovarla altrove, e segnatamente in altri uomini: del resto, ci informa Barbara, lei fa la ragazza immagine solo perché non può fare quello che vorrebbe, cioè «la moglie e la madre». E perché è questo che passa il convento, cioè il mercato del lavoro. Ma sul suo viso non passa mai l'ombra del risentimento, né del vittimismo. A conferma che tutta questa storia non si sta giocando nel registro di una rinnovata oppressione patriarcale, ma in quello di una perversa forma di emancipazione femminile, postpatriarcale e postfemminista. Che è forse ciò che la rende così complessa da leggere, in Italia e all'estero.

Ida Dominijanni, Il Manifesto,28 giugno 2009


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12 luglio 2009
A Riad il cinema non è più peccato Ma rimane «per soli uomini»

 
Ma GrAAAAAaaaaAAAAAzie


Terra di record importanti (i luoghi islamici più santi, le riserve di greggio più ricche), l' Arabia Saudita è anche Paese dai molti, assoluti divieti. Nessuna donna, come tutti sanno, può ancora guidare. Nessuna chiesa o sinagoga o tempio indù esistono sul suo suolo. Ma nemmeno è permessa l' esistenza di cinema. Ed è così considerato un evento «storico» la prima visione pubblica di un film nella capitale Riad, con modalità quasi normali: un centro culturale trasformato in sala cinematografica, il corredo di bibite e popcorn, i biglietti acquistabili da tutti, o quasi. Vietato, infatti, l' accesso a donne e ragazze sopra i 10 anni, per lo stesso motivo che da 30 anni ha fatto dell' andare al cinema una delle tante attività haràm (peccato) per i sauditi. Ovvero la commistione tra sessi, ancora oggi assolutamente proibita dall' Islam wahhabita in scuole, uffici, ristoranti, palestre, ovunque possa essere evidente (in casa è diverso) un contatto tra uomini e donne non parenti tra loro. Grande attenzione, quindi, per la prima a Riad di Menahi, dal nome del protagonista, un ingenuo beduino saudita travolto dalla modernità della vicina Dubai e dai misteriosi meccanismi finanziari dell' emirato, impersonato dall' attore Fayz Al Malki, già popolarissimo per le sue serie tv. A parte l' esclusione delle donne, la première è stata preceduta da una pubblicità sottotono, dai permessi richiesti a ministeri e varie autorità, soprattutto dalla tacita benedizione di Re Abdullah, impegnato dalla sua nomina nel 2005 in una cauta ma costante opera di riforme. Anche perché autore dell' iniziativa è un membro della famiglia reale. Il principe Al Walid Bin Talal, nipote del sovrano, 13esimo uomo più ricco del pianeta, azionista di colossi bancari e immobiliari in mezzo mondo, già socio in Italia di Berlusconi, negli ultimi anni ha aggiunto alla sue proprietà il gruppo Rotana, primo dell' entertainment nei Paesi arabi, attivo nella musica, nelle tv, nell' editoria. E ora nel cinema: già nel 2006 il principe aveva prodotto la prima pellicola nel Regno, Keif Al Hal? (Come va?), «commedia alla saudita» ma girata a Dubai e distribuita ovunque tranne che in Arabia perché i tempi non erano maturi. I sauditi cinefili erano stati costretti, per vederla, a trasferte negli Emirati o in Bahrain; la mobilitazione per mettere fine al divieto dei cinema era iniziata. Anche su Facebook, diventato in Arabia (e non solo) il veicolo preferito da giovani e dissidenti per organizzare campagne e proteste, spesso vittoriose. Con Menahi, finalmente, il tabù è stato infranto: già prima che a Riad, il film era uscito a Gedda, a Taif e a Jazan, dove «25 mila uomini e 9 mila donne - annuncia Rotana - l' hanno visto». Senza problemi: le spettatrice erano in galleria e gli spettatori in platea, nessuno scandalo. Ma Riad è un' altra cosa: la capitale e la sua regione, il Nejd, sono la roccaforte dei tradizionalisti e degli integralisti, chiusi nell' orgoglio di essere l' unica terra islamica mai conquistata da stranieri, isolati da tutti per secoli. E non sorprende che sia stato qui, e non nella costiera e rilassata Gedda, che sia avvenuta la contestazione di una quindicina di «mutawa». Giovani uomini ferventi e iperconservatori, riconoscibili da barbe, tuniche informi e nessuna concessione al lusso, hanno tentato di bloccare la visione del film, insultando gli attori e intimando agli spettatori di «non peccare». Nelle ore precedenti, il protagonista aveva ricevuto minacce via telefono e sms: se oltre a recitare nel film ne avesse permessa la visione, dicevano, gli sarebbe venuto un cancro e sarebbe stato maledetto da Allah. «Questa gente non ha più una vera influenza, non rappresenta l' Islam né la virtù, non conta niente», ha minimizzato Al Malki. E la potente organizzazione ufficiale dei «mutawa» ha preso in effetti le distanze: il tentato boicottaggio era un atto individuale, ha detto la Commissione per la protezione della virtù e la prevenzione del vizio. Anche questo un segnale importante che i tempi stanno cambiando. La promessa fatta pochi mesi fa ai giovani del Golfo dal principe al Walid - «voglio correggere un grave errore: voi avete il diritto di divertirvi, e di guardare i film» - sembra così vicina ad avverarsi. E non solo nel chiuso delle case, nei cine-club fatti tra amici come avviene pure in Iran, o sul computer: in cinema veri. Magari, perfino, aperti a donne e ragazze.

Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera, 9 giugno 2009

12 luglio 2009
Le vignette della settimana enigmistica non sono più quelle di una volta

 480193????



Quando a vent’anni ero estremista credevo nella Rivoluzione in Italia. C’era però un elemento - minuscolo,
apparentemente insignificante - che disturbava senza volerlo il mio ottimismo palingenetico e che sembrava confutare, da solo, qualsiasi dialettica della storia: le vignette della Settimana enigmistica. In che senso? Provo a spiegarlo.

Anche quando la mia immaginazione utopica riusciva a concepire un mutamento istantaneo, quasi miracolistico, di ogni sfera dell’esistenza - politica, economia, eros, lavoro, famiglia (tale era la fede nella Rivoluzione) - a un certo punto incontrava una resistenza granitica, in quelle vignette. Le quali, atemporali e immutabili come idee platoniche, stavano lì a confermare la refrattarietà della natura umana (o se preferite della popolazione italiota) a ogni significativa trasformazione. Nel mondo accadeva di tutto: guerre e guerriglie di liberazione, uccisioni di presidenti, rivoluzioni culturali cruente, rivoluzioni sessuali incruenti, tentativi fricchettoni di comunità libere, gruppi velleitari nonché verbosissimi di autocoscienza, primavere di bellezza e di spinelli, ma poi in estate quando compravo la Settimana enigmistica, ecco che la realtà intorno a me tornava ad essere, fatalmente, quella di sempre, fatta di suocere invadenti e brontolone, di mogli ciccione e dispotiche (e super-avide), di segretarie avvenenti e timidissimi travet (umiliati da burberi capufficio), di mariti oziosi, cialtroni, e tendenzialmente fedifraghi… Dietro quei disegni trascorreva l’intero immaginario ossessivamente familista del nostro paese, sempre uguale a se stesso. Lì scoprivamo che da noi davvero il privato è politico e perciò la politica non riesce a far presa su nulla!

Digressione (o Elogio Pubblico del «settimanale che vanta innumerevoli tentativi di imitazione», dall’anno della sua nascita, il 1932). Sì, perché ogni estate, dall’età di undici anni, acquisto la Settimana enigmistica: evento lieto e puntuale rito stagionale. Certo sono un lettore atipico, balneare…, ma chi non lo è di questa rivista?

Nei suoi confronti mi dichiaro, tra l’altro, debitore di svariate cose. Di avermi intrattenuto durante le uggiose, interminabili mattinate in cui venivo deportato da mia madre in uno stabilimento di Ostia, giusto dopo la fine della scuola. Rispetto a Topolino e Tex Willer stimolava le funzioni intellettuali ed era un medium interattivo (specie nelle parole crociate a schema libero e negli incroci obbligati, che via via mi azzardavo a tentare). Poi mi ha aiutato a liberarmi della paura di volare. In un tragitto Roma-New York ero così assorbito nei suoi quiz e rompicapo logici (ricordo almeno la Susy e il Corvo Parlante) da trascurare ogni turbolenza. In età matura invece il settimanale è stato un canale di comunicazione tra me e mio figlio, un linguaggio condiviso, un oggetto comune di passione, anche se lui ha una vocazione, ereditata dalla madre, per i rebus.

A proposito: sapete dirmi quale tipo di “intelligenza” specifica è richiesta per risolvere un rebus, per comporre la frase formata da lettere e figure(sempre elegantissime, oniriche, surreali)? Abilità logico-percettiva? Gusto dell’osservazione? Attitudine al puzzle linguistico? Mera esperienza nel genere? Io non l’ho ancora capito e per ripicca tendo a minimizzarla… Si aggiunga che oltre alla ginnastica mentale, all’allenamento ai giochi verbali e alle sciarade, alla pratica costante di anagrammi, sinonimi, acrostici, etc. (la consiglio per chiunque si occuperà professionalmente di traduzione), la Settimana enigmistica non prevede spazi per la pubblicità. Non ne ha bisogno dato il numero di copie vendute (né gode di finanziamenti pubblici)! Non vi sembra una salutare boccata d’aria dopo aver sfogliato i corposi magazine dei quotidiani? Fine della digressione.

Quando però lo scorso sabato, sulla spiaggia di Alghero appena pulita e invasa dai moscerini, ho preso la prima Settimana enigmistica della stagione (il numero 480193!) ho avuto come un sussulto. Per la prima volta accanto al repertorio consueto, a questo punto quasi rassicurante, di corna e vessazioni, di interni famigliari molto convenzionali e improbabili psicanalisti, irrompevano in quello spazio inviolato e acronico temi legati alle nuove tecnologie, alla sensibilità attuale, ai new media, al riscaldamento globale e alle auto ibride. Per la prima volta, almeno a me è accaduto con questo numero, la Settimana enigmistica si accorge che il mondo sta cambiando, e dunque rinuncia al suo particolarissimo status metafisico, riconosce il divenire - così inviso a Parmenide e Emanuele Severino. Cosa è successo? Una intera generazione di disegnatori e sceneggiatori è stata messa in pensione? È scomparsa in un incidente sulla nave da crociera dove si festeggiava il settantesimo anniversario? Certo è che i temi della contemporaneità vi vengono rappresentati con umoristica sottigliezza di sguardo, quasi una variante visiva e pop della nobile “critica dell’ideologia”. Farò qualche esempio limitato alle due pagine raccolte sotto il titolo - immagino inalterato dal 1932 - “Per rinfrancar lo spirito…”.

Due coppie di amici si incontrano, presumibilmente in un dopo-cena, con i bicchieri di liquore in mano (uno dei due mariti ha un golf collo alto un tantino demodée). Il dialogo è il seguente: «- Vi va di vedere le foto delle nostre vacanze? - Ah sì, davvero belle… le abbiamo già viste sul vostro blog». Uno scambio degno di Woody Allen. In questo caso le chance offerte dalla tecnologia non incrementano la socialità ma la azzerano. A che pro rivederci per le foto quando già sono visibili in Rete sul blog? Un’altra vignetta costituisce un geniale riadattamento di clichè. Si intitola semplicemente “Il colmo della tecnologia”. La cornice è arcinota. I due naufraghi, su due minuscole isole contigue provviste delle palme solitarie d’ordinanza. Una volta però i due avrebbero comunicato tra loro, magari con veloci battute. Ora invece uno vede con estrema (disperata?) concentrazione l’altro su un monitor collegato attraverso un cavo che passa sotto l’acqua ad una telecamera messa sull’altro isolotto, la quale ritrae l’altro che appare un po’ più festoso (sa di essere ripreso, si piega comunque alla legge dello spettacolo…). Nella terza vignetta il solito bandito entra in banca incappucciato, spaventa a morte con una pistola i due cassieri, ma non dice frasi come «Questa è una rapina!» oppure «Datemi tutti il denaro», bensì: «Sono qui per estinguere il conto corrente di tutti!». Dove si incrociano una percezione del carattere immateriale della ricchezza (all’origine della crisi finanziaria) e la ricerca di un lessico vagamente ricercato o più “tecnico” da parte dello stesso gangster (alfabetizzato).

In un’altra ancora vediamo una coppia seduta su un divano davanti a uno sterminato televisore al plasma, che occupa l’intera parete della stanza. I due però lo disdegnano e sono chini sui loro cellulari, chiedendosi ansiosamente: «Che altro possiamo guardare sul lettore portatile?». Infine, lì dove campeggia la scritta “Agriturismo” il gestore, di fronte al cliente con valigia appena entrato, si rivolge a un gallo: «Il signore vuole essere svegliato alle sette e un quarto, capito?». Sì, lo so, è più scipita delle altre, ma vivaddio parla di agriturismi!
No, effettivamente la natura umana è relativamente modificabile e i problemi della vita quotidiana acquistano in ogni epoca storica una veste diversa. Nell’ultimo mezzo secolo una rivoluzione c’è stata, benché in direzione assai diversa da quella che alcuni di noi auspicavano. Ora che anche la Settimana enigmistica l’ha registrata - e la racconta con piglio critico-divertito - ne ho finalmente la certezza. Quando poi vediamo in una vignetta che il cameriere chiede al cliente di ripetere l’ordinazione perché lo chef ha accidentalmente schiacciato il tasto “cancella”, ci viene qualche apprensione. Come se quel tasto incombesse oggi su ogni nostra attività ed esperienza…
 
Filippo La Porta, Il Riformista, 8 giugno 2009


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5 luglio 2009
Coscienza Solidale

 

Anche quest’anno la mia coscienza ha trovato molta soddisfazione nelle giornate dedicate: nella giornata dell’ambiente sono stato molto attento all’ambiente, nella giornata del fumo non ho fumato, in quella in cui non bisognava fare la spesa non ho fatto la spesa, e nell’altra in cui non bisognava accendere le luci la sera, non le ho accese. Ho comprato la domenica mattina mele, arance, uova di pasqua e quant’altro serviva per la ricerca su tutte le malattie. Ho fatto i conti: non è difficile. Con una decina - mettiamo anche quindici - giorni all’anno di qualche sacrificio (minuscolo) ho calcolato che riesco a essere solidale con tutte le questioni urgenti dell’umanità, e la mia coscienza è a posto per il resto dell’anno, senza alcun problema. In più, con una spesa minima, contribuisco attivamente al miglioramento della ricerca scientifica. Mi sento davvero a posto, mi sento bene, e oltretutto la maggior parte delle cose che compro per qualche motivo di solidarietà, poi posso anche mangiarle, e sono buone. In aggiunta, ci metto una decina di firme in manifesti collettivi contro qualche legge assurda, nella denuncia di qualche ingiustizia e per la liberazione di qualcuno. Ovviamente, per il resto dell’anno fumo, compro, sporco, e le mie firme in manifesti collettivi non servono a nulla. Ma mi sento profondamente in pace con me stesso, perché il mio dovere l’ho compiuto. Infatti fumo, compro e sporco con soddisfazione maggiore di chi non ha coscienza. E da moltissimi anni.

Francesco Piccolo, l'Unità, 22 giugno 2009


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26 giugno 2009
Michael Jackson




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24 giugno 2009
Poi qualcuno un giorno mi spiegherà cosa vorrebbe dire il concetto di sacralità della donna nell'Islam, potrei anche capirlo.
 
L'Iran libero nasce nel sangue
 
 
Washington. Alcuni giorni prima delle “elezioni” del 12 giugno, era già ovvio che l’iran si stesse preparando a uno scontro aperto. L’odio che gran parte degli iraniani prova per il regime era evidente e sì è visto nelle strade di Teheran e in molte altre città nel paese. I giornalisti a Teheran hanno usato toni molto forti per descrivere le manifestazioni anti regime, Dal Times di Londra: “Si tratta di un’insurrezione aperta, una ribellione come raramente se ne sono viste in trent’anni di Repubblica islamica, un’eruzione di rabbia covata contro il governo repressivo del presidente Ahmadinejad. ‘Morte al governo’, cantavano le migliaia di iraniani riuniti in uno stadio di Teheran. ‘Morte ai dittatori’, ruggivano i giovani uomini e le giovani donne, con magliette, nastri, bandana e sciarpe verdi per segnalare il loro appoggio a Mir Hossein Moussavi”.
Dal Wall Street Journal: “Decine di migliaia di manifestanti hanno formato una catena umana lunga 12 miglia nella capitale iraniana lunedì (8giugno, ndr), urlando slogan per il cambiamento, una scena che ricorda la Rivoluzione del 1979. I manifestanti cantano ‘Morte al dittatore’, ‘Morte al governo delle menzogne’ e altre frasi che non lasciano dubbi sui loro desideri: vogliono la fine di un regime oppressivo”. Il loro candidato è l’ex premier, Mir Hossein Moussavi, uno degli architetti degli aspetti più brutali della Repubblica islamica quando l’ayatollah Khomeini era la Guida Suprema, e uno che è stato lontano dalla politica per almeno vent’annL Da sempre noto come poco carismatico, Moussavi ha dimostrato durante la campagna elettorale di essere un oratore noioso, inefficace nei dibattiti (è stato battuto malamente in tv da Ahmadinejad). Ora è il leader che ispira un movimento dì massa rivoluzionario. Come è potuto accadere?
Da un lato, Moussavi non è Ahmadinejad, per il quale c’è molto odio. Il circo elettorale si è svolto malgrado sullo sfondo ci fossero una repressione montante, le esecuzioni pubbliche di moltissimi giovani (qualcuno ha detto che fossero omosessuali), gli arresti di massa, la chiusura delle poche pubblicazioni quasi indipendenti rimaste, una censura sempre più pesante nelle comunicazioni e tantissime azioni terribili contro i giovani che non si attenevano alle regole sull’abbigliamento e sui comportamenti imposte dalla dittatura teocratica
Il fatto che molti si siano trovati pronti a resistere a questo regime è un chiaro segnale del fatto che la gente fosse pronta a sfidare Khamenei e Ahmadinejacl. E’ chiaro da anni che la maggior parte degli iraniani
vuole far parte dell’occidente e non di quel gruppo di nazioni che viene stigmatizzato per il suo sostegno al terrorismo, alla misoginia, alla negazione dell’Olocausto. Alcuni hanno visto in
Moussavi qualche somiglianza con il “riformista” fallito, Mohammad Khatami, che fu eletto inaspettatamente presidente nel 1997. Come scrissi a quel tempo, Khatami era il contenitore vuoto in cui il popolo iraniano ha versato il suo appassionato desiderio di libertà. Khatami non ha mai riformato nulla, e molti iraniani hanno finito per considerarlo un sotterfugio per i più duri del regime, un’esca per portare alla luce i dissidenti in modo che potessero poi essere marginalizzati, torturati, incarcerati e ammazzati.
Ma Moussavi è diverso, anche se praticamente tutti hanno ignorato la prova
di questa grande differenza: sua moglie. Come ha scritto il Times: “L’urlo più grande nel pomeriggio è stato riservato all’oratore principale, Zahra Rahnavard, la moglie cii Moussavi. ‘Voi siete qui perché non volete più una dittatura - ha detto - Voi siete qui perché odiate il fanatismo, perché sognate un Iran libero, perché sognate la pace con il resto del mondo’. Lo stesso candidato era chissà dove...”. Il fatto che Rahnavard sia diventata così importante è stata una grande sorpresa, rivoluzionaria già di per sé. Come sappiamo, le donne sono sminuite nella Repubblica islamica (come in quasi tutto il mondo islamico), a livelli incomprensibili per i paesi civilizzati. Le donne ufficialmente valgono la metà degli uomini, non hanno diritti di proprietà, hanno pochissimo diritto di parola sull’educazione dei figli, hanno limitatissime possibilità di lavoro (Khomeini si scagliò contro il regime dello scià anche perché le donne potevano insegnare ai ragazzi) e naturalmente sono obbligate a coprire i loro corpi, inclusi i capelli, per il fatto che la loro vista corrompe gli uomini altrimenti virtuosi. Anche Shirin Ebadi, il premio Nobel per la pace, è regolarmente messa a tacere o messa ad arresti domiciliari quando il regime decide di averne avuto abbastanza delle sue chiacchiere sui diritti umani.
All’improvviso, la signora Moussavi è diventata una figura politica nazionale. Altre donne sono emerse, di tanto in tanto, sulla scena pubblica, ma mai, nella storia della Repubblica islamica, era accaduta una cosa del genere. Il suo ruolo politico è esplosivo. Minaccia le fondamenta del sistema: se una
donna è come un uomo (questo è un messaggio della campagna cli Moussavi, dimostrato dalla sua presenza, dalle parole che lei ha usato, dall’entusiasmo che ha scatenato), l’intera struttura del regime khomeinista è messa in discussione. Chiunque in Iran lo sa. Il mistero è perché le sia stato permesso di comportarsi così. Per metterla in modo schietto: la Guida Suprema Khameni avrebbe potuto fermare questo fenomeno fin dall’inizio, ma non l’ha fatto. E questo è stato un errore colossale. Perché lo ha
- commesso?
Molti mesi fa mi avevano raccontato che Khamenei era molto preoccupato del futuro del regime: aveva capito che c'era molto odio da parte di moltissima
gente al punto che era diventato impossibile governare con la repressione. L’aggressiva politica interna ed estera di Ahmadinejad stava minacciando tutto ciò che era
stato costruito nei 30 anni precedenti. Le persone che mi dicevano queste cosa erano amiche di Moussavi e avevano previsto che si sarebbe candidato, e che avrebbe avuto un grande sostegno, Mi dissero anche che Khamenei aveva incoraggiato Moussavi a candidarsi, perché lui, la Guida Suprema, era pronto a garantire una libertà più ampia agli iraniani e una normalizzazione delle relazioni con l’occidente. Mi sembrò strano, ma Khamenei è molto malato e tutti dicono che usi grandi quantità di oppio per ridurre i dolori di un cancro incurabile. Quindi un comportamento strano poteva essere più comprensibile di quanto avrebbe potuto esserlo in circostanze “normali” (dico “normali” tra virgolette perché c’è davvero poco nella Repubblica islamica che chiunque di noi possa considerare normale).
D’altro canto era difficile immaginare che il regime avrebbe fatto un passo indietro e avrebbe lasciato che Moussavi trasformasse l’Iran in un paese tollerante con relazioni amichevoli con il resto del mondo occidentale, Ci sono forze potenti - quei teppisti noti come i bassiji, molti pezzi grossi delle Guardie della Rivoluzione - il cui fervore religioso è genuino e che erano pronti a combattere per la loro sopravvivenza, indipendentemente da quanti scendono per strada. E hanno parecchie munizioni dalla loro parte, compreso il monopolio delle pistole, dei carriarmati, degli elicotteri (gira voce che stiano lanciando acido sui manifestanti) e naturalmente delle prigioni, con le loro infami celle della tortura.
I mullah hanno già commesso innumerevoli errori
Sono stati battuti dagli Stati Uniti e dai loro alleati in Iraq. Sono appena stati umiliati dal popolo libanese alle elezioni nelle quali tutti pensavano che avrebbe vinto Hezbollah. E sembra che non siano ancora riusciti a sviluppare una bomba atomica, dopo vent’anni buoni di tentativi, e nonostante gli sforzi dei paesi amici come il Pakistan, la Russia, la Georgia, la Cina, la Corea del nord e persino la Germania. E hanno frantumato l’economia nazionale, nonostante uno tsunami di petrodollari. Il popolo iraniano ha subito gli effetti di questa incompetenza e ora vuole mettervi fine. Questo spiega, credo, perché Moussavi -  che è stato del tutto fuori dal potere per due decadi -  è stato il più seguito dei quattri candidati alle elezioni presidenziali.
Fino a poco tempo fa, gli iraniani non credevano di poter fare una cosa di questo genere da soli. Credevano di aver bisogno del sostegno esterno, soprattutto di quello americano, per avere successo. Pensavano che Bush avrebbe fornito loro questo sostegno, e sono rimasti amaramente delusi. Ma nessuno di loro ha mai creduto che Obama potesse essere di qualche aiuto, sapevano quindi che sarebbero stati soli. Qualsiasi speranza possano aver nutrito nella Casa Bianca di Obarna è stata spazzata via dalle prime due dichiarazioni dell’Amministrazione. La prima è stata fatta daI presidente in persona, anticipando la vittoria di Moussavi (è troppo presto per fare speculazioni sulla fonte di questi pensieri ottimistici) e, com’è nel suo stile narcisistico, assumendosene il merito: “Siamo eccitati nel vedere quello che sembra un robusto dibattito prendere piede in Iran oggi e ovviamente, dopo il discorso che ho tenuto al Cairo, abbiamo cercato di inviare un messaggio chiaro sul fatto che c’è una possibilità di cambiamento. Le elezioni sono in mano agli iraniani, ma come è già successo in Libano così può succedere in Iran: ci sono persone che stanno cercando nuove possibilità e al di là di chi vincrà le elezioni in Iran, il fatto che ci sia stato un robusto dibattito potrà aumentare la nostra abilità nel dialogare con l’Iran in un modo nuovo”.
Ho riletto il sermone del Cairo, e non ho trovato una singola parola che chieda la libertà per il popolo iraniano. Au contraire, le parole di Obama sull’Iran sono state contrite, si è scusato per il ruolo avuto dall’America nel 1953 nella rimozione di quello che lI presidente ha definito un governo eletto (Mossadeq, che era stato nominato dallo scià, altro che eletto). Ma certo, la storia non è il suo forte. Una volta che s’è capito che Ahmadinejad sarebbe rimasto, la Casa Bianca, pur avendo espresso scetticismo sull’accuratezza del conteggio dei voti, ha Comunque insistito sul fatto che pure questa poteva essere una buona notizia: “La visione dominante nell’Amministrazione è che il regimee apparirà così male dopo aver smontato le speranze di democrazia degli iraniani e averci sguazzato da sentirsi costretto a mostrare risposte concilianti verso le aperture
al dialogo di Obama. Questo avrebbe potuto essere vero se il regime avesse interesse a conquistare punti nell’opinione pubblica americana, ma il regime sta combattendo per la propria sopravvivenza. Gli iraniani ora non vogliono andarsene tranquillamente a casa ed essere intruppati nei prossimi quattro anni di repressione brutale. Soprattutto nel momento in cui i proventi del petrolio iraniano sono dirottati su Hamas, Hezboflah, Jihad islamico, al Qaida e sul programma per le armi nucleari invece che essere utilizzati per migliorare le sempre più miserabili condizioni degli iraniani. Stanno facendo sentire la loro voce.
Gli iraniani non si aspettano alcun aiuto dall’esterno. Bush non li ha aiutati, e nessuno pensa che Obama muoverà un dito per i dissidenti iraniani. Sono da soli, come lo erano gli elettori libanesi, Questo non sarebbe stato possibile senza che Moussavi si trasformasse in un leader rivoluzionario. E la chiave di questa trasformazione è il movimento che lo acclama come leader. La gente sta soltanto cominciando a capire la realtà della situazione. E pochi riescono a realizzare, così presto. che possono cambiare il mondo. Ma ci stanno arrivando, così come ci stanno arrivando i Moussavi, consapevoli del fatto che o vincono o saranno distrutti. Finora l’occidente non ha fatto nulla, a parte esprimere preoccupazione e invocare ragionevolezza. Buona fortuna! Cosa dovrebbe fare? Sostenere la libertà in Iran. Nulla potrebbe cambiare la regione come un governo libero, dedicato alla costruzione di buone relazioni con l’occidente. Hezbollah, Hamas, il Jihad islamico, i Talebani e gli altri jihadisti sarebbero indeboliti. La Siria di Bashar el Assad si ritroverebhe senza il suo fratello maggiore a Teheran. Se volete sognare la pace in medio oriente, un Iran libero è il cuore della vostra Utopia. Infine, per coloro che continuano a credere che la cosa più importante sia il conflitto arabo-israeliano, la migliore possibilità è ancora una volta un Iran libero che si preoccupi degli iraniani piuttosto che dei palestinesi. Non c’è speranza per la pace fino a che Teheran guida i movimenti del terrore. Ma se i terroristi dovessero cominciare a raccogliere fondi da soli, a trovarsi le armi da soli, a formare i loro killer da soli, le cose andrebbero di gran lunga meglio.
 
Michael Ledeen, Il Foglio 22 giugno 2009
 
L’autore
Michael Ledeen è “freedom scholar” alla Fondazione per la difesa delle democrazie ed è nella direzione di National Review Online. In passato è stato consulente del National Security Council, del dipartimento di Stato e della Difesa. Ha pubblicato più di venti libri e scrive sul Wall Street Journal e sulla National Review Online.

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24 giugno 2009
Ma che schifo!
La mosca bianca
 
Obama sta rilasciando un’intervista televisiva alla Casa Bianca. All’improvviso il dramma. Una mosca, sfuggita al controllo dei servizi segreti, si arrampica sulla sua giacca con l’agilità di un fotografo sardo a caccia di scoop. Obama le lancia un paio di avvertimenti, sventolando le braccia a mezz’aria. Ma quella insiste. Deve aver letto sui giornali che Obama è così buono che non farebbe del male nemmeno a una mosca. Errore. Obama ricorda certi biscotti, dolci fuori ma duri dentro. E in questo periodo della vita è talmente sicuro di sé che è persino disposto a correre il rischio di una figuraccia in mondovisione. Silenzioso e concentrato, aspetta che il velivolo nemico gli atterri su una mano. E solo a quel punto attiva la contraerea dell’altra mano per schiacciarlo senza pietà. Avesse mancato il bersaglio, come minimo già stasera la Corea avrebbe raddoppiato i missili nucleari. Da vero sceriffo, terminata l’esecuzione chiede alle telecamere di inquadrare il cadavere a mo’ di monito. Poi lo raccoglie con un pezzo di carta e va a seppellirlo nel cestino.

So già cosa state pensando. Come sarebbe andata da noi? Dipende. Se al posto di Obama ci fosse stato Berlusconi, e la mosca avesse avuto ambizioni artistiche e un principio di tette, probabilmente il premier l’avrebbe invitata a colazione. Invece Veltroni avrebbe pensato: se la uccido mi inimico gli animalisti, d’altronde se la lascio vivere mi gioco i giustizialisti. Nel dubbio sarebbe rimasto con la mano a mezz’aria o al massimo avrebbe infilato un dito in un occhio a D’Alema.
 
Massimo Gramellini, La Stampa 18 giugno 2009


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10 maggio 2009
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10 maggio 2009
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Candidati come figurine? Così fan tutti (da sempre)
 
Veline, soubrettes, certo. O «Mignottocrazia», per stare all’elegante (e recente) conio di Paolo Guzzanti, impegnato in una polemica all’ultimo sangue con il ministro Mara Carfagna. O assalto dei «Velini», come ha corretto il democratico Roberto Giachetti, lamentando una non esaltante par condicio tra i sessi, nell’esercito di candidati-civetta. O «dittatura dei mezzibusto», come ulularono gli uomini della sinistra di fine anni Ottanta alla candidatura di Alberto Michelini nella Dc, salvo ritrovarsi una dozzina di mezzibusto nelle liste successive (del loro partito!).
La sequenza di nomi arrivati nel centrosinistra dalla «scuola quadri» di Saxa Rubra è impressionante: due presidenti di regione nel Lazio, Piero Marrazzo e Piero Badaloni, una eurodeputata eletta, Lilli Gruber, l’ultimo aspirante, l’ex conduttore del Tg1 David Sassoli.
Insomma, se si deve datare il fenomeno degli acchiappa-voti, bisogna partire da lontano, dai velini e dai proto-velini, perché le candidature civetta hanno radici antiche. Per dire. Una delle prime a far parlare dell’Italia nel mondo fu Ilona Staller detta «Cicciolina»: valanga di voti nelle liste radicali alle politiche ’87. Ilona venne eletta, entrò a Montecitorio con un sobrio vestito verde, e ruppe con il suo «demiurgo» in un memorabile comitato direttivo radicale - lo ricorda Filippo Ceccarelli nel suo imprescindibile Il letto e il potere - tra reciproche apostrofi: «Cicciolino Marco...» diceva flautata ma granitica lei, e «Cara Scemolina...» rispondeva sarcastico e imperturbabile lui. Duello divino. Mentre si rivelò un buon presidente del partito radicale il padre di Volare Domenico Modugno, di cui nessuno avrebbe ipotizzato una carriera politica. Sempre sotto le insegne della Rosa nel pugno si candidò un giovanissimo Maurizio Costanzo. E poi una cantante come Miranda Martino, e l’attrice Ilaria Occhini.
Che dire di Pietro Mennea? Iniziò la sua carriera politica - inversamente proporzionale, per successi raccolti, a quella sportiva - nelle liste del Psdi, per passare alla Rete di Orlando, quindi nel Polo (candidato a sindaco - trombato - nella sua Barletta) e all’Italia dei valori (Bingo). E che dire di un altro long seller, Gianni Rivera? Ben prima di Giovanni Galli trasmigrava dal calcio alla politica, passando per la Dc e per l’Ulivo. Anche l’ex juventino Massimo Mauro fu arruolato nel Pds (deputato), ora è tornato senza clamori alle domeniche sportive da commentatore. Moana Pozzi, prima di diventare un mito hard, fece in tempo ad essere trombata con il suo «schicchiano» Partito dell’Amore (che non raggiunse il quorum e aveva il suo viso inscritto in un cuore, come simbolo).
Il Pci fece i primi sgarri ad un costume un tempo sobrio mettendo in pista, alle politiche del 1987, Gino Paoli (arrivò a Montecitorio, ma non lasciò grandi tracce). E persino la seriosissima Dp, nello stesso anno, affidò il cruciale appello elettorale al volto notissimo di Paolo Villaggio, che si presentò nella sede delle tribune con i bracaloni. I Verdi hanno eletto più volte l’alpinista Reinhold Messner. I socialisti di Craxi non furono da meno, quando portarono nell’europarlamento la giovane star dell’intrattenimento, Gerry Scotti. Il quale, molto onestamente, in anni successivi ammise: «Feci male a candidarmi». Sempre mamma Dc riuscì a far diventare senatore il presidente della Roma Dino Viola, grazie all’effetto scudetto. E cercò di pareggiare il conto fra tifoserie giallorosse e biancazzurre, nella Capitale, buttando nella mischia nientemeno che Giorgio Chinaglia. Un altro e centravanti della Roma, Andrea Carnevale, divenne un improbabile responsabile sport dell’Udeur senza riuscire a conquistare seggi, mentre Fabio Fazio (chi se lo ricorda?) accettò di fare da «garante» per i Verdi di Luigi Manconi. Nel Pds venne euro-eletto Enrico Montesano (che fece però in tempo a passare ad An). Che condivise i banchi del consiglio comunale con Adriano Panatta (anche lui nella Quercia, al pari del signore degli anelli, Juri Chechi). E persino il Pri riuscì a mettere il lista un pugile, come Francesco Damiani. Altri sportivi trovarono sistemazioni non meno confortevoli: Carmine Abbagnale nelle liste della Dc, Gelindo Bordin e Paolo Canè all’ombra del garofano.
Ma quanti sanno che una futura rockstar come Luciano Ligabue era stata consigliere comunale nella sua Emilia Romagna? E i finiani di «Fare futuro» ricordano, forse, il bel primo piano di Monica Ciccolini (una imprecisata imprenditrice) che addobbò i manifesti con uno slogan ammiccante («A me gli occhi»!) eletta in An prima e in Forza italia poi (grazie alla sua avvenenza?). E da quale fondazione provenivano altre due aennine come l’attrice Clarissa Burt e la giornalista Solvi Stubing, la memorabile «Chiamami Peroni, sarò la tua birra!». E quanto tempo c’è stato in An Lando Buzzanca? (Gianni Alemanno non gli ha mai perdonato un appello per Veltroni). Stessa storia per la cantante pop Marcella Bella. Per Bruxelles - sotto le insegne di Forza Italia - è passata anche Iva Zanicchi, e in parlamento è ormai considerata ormai una veterana (anche se bersagliata dalle Iene) Gabriella Carlucci. Sabrina Ferilli, corteggiatissima, non ha mai ceduto alla politica, se non per la battaglia civile del referendum sulla procreazione. Ma ci sono anche casi paradossali: come Alba Parietti che si è offerta per risollevare l’Ulivo. Invano. Sarà il caso di riprovare ora?
 
Luca Telese, Il Giornale, 30 aprile 2009




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10 maggio 2009
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E in Aula è caccia a «maleodoranti e malvestiti»
 
Voi direte: ma ti pare che il Cavaliere fa una battuta, e subito si apre il dibattito in Parlamento, come se non avessero di meglio da fare? Parrebbe che sia andata così: quello, a Varsavia, voleva chiudere le polemiche su veline e velonze per Strasburgo, e ha tirato fuori dal cilindro una lepre di sicuro incanto e attrazione. Lo ha fatto a muso duro, stuzzicato dai giornalisti. Ma sì, invece di star lì a discettare con invidia di quanto siano intelligenti e preparate le belle candidate del Pdl, o a provocare sulla signora Veronica - manovre architettate «dalla stampa di sinistra e dall’opposizione» - andate ad annusare quelle persone «di certi partiti», che risultano «maleodoranti e malvestite». Ha funzionato anche questa volta, è scattata la caccia agli onorevoli puzzoni. E nell’aula di Montecitorio, a tambur battente, si sono levate le rituali e vibrate proteste per l’offesa scagliata dal premier sul corpo parlamentare. Ma davvero Silvio Berlusconi ha liberato una lepre di pezza, per distogliere la muta dei cani? Davvero i rappresentanti della nazione son tutti e mille ben vestiti e profumati, freschi di doccia quotidiana?
Quando Rino Formica, gloria socialista della Prima Repubblica, diceva che «la politica è sangue e merda», forse parlava per metafore ma con più di un pizzico di concretezza. Basta parlare con gli addetti alle pulizie dei bagni, che non stan fermi mai e spesso nelle toilette trovano le cose più strane e bizzarre. Non solo mutande o canottiere, tutt’altro che fresche di lavanderia, ovviamente. E sarà che il Palazzo è grande, frequentato e vissuto anche dagli impiegati e dai giornalisti, ma sotto questo profilo registra un movimento che ricorda la Stazione Centrale. Solo che qui c’è più gente a pulire. E funziona pure una sorta di Albergo diurno. Al piano basso della Camera, dove ci sono i servizi e la porta carraia, da sempre ci sono pure le docce, a disposizione di quei deputati che avevano trascorso la notte in treno per non mancare alla seduta mattutina ed avvertivano il bisogno di una seria rinfrescata. Oggi quelle docce sono sempre meno usate. Forse perché nessuno viaggia più in treno, ma forse...
Chi pensa male fa peccato, insegna Giulio Andreotti. Ma anche alla barberia vanno scomparendo quei parlamentari che di buon mattino s’accomodavano davanti agli specchi più tranquilli del palazzo, porgendo sereni e rilassati il collo e le gote al rasoio affilato. La Vecchia Volpe si faceva mandare il barbiere di Montecitorio nel suo ufficio sull’altro lato della piazzetta, alle 6 del mattino. Le nuove leve onorevoli preferiscono probabilmente radersi col rasoio elettrico a casa, e dormire un’ora in più. Anche i capelli, se li fan tagliare a casa, tant’è che i barbieri di Camera e Senato vanno abbandonando il grembiule per indossare la divisa dei commessi. Però, nello struscio in Transatlantico o nel Salone Garibaldi, gli effluvi di dopobarba e lavanda di prezzo usuale, spesso risultano eccessivi. Beninteso, degli uomini si parla. Come succede anche in fabbrica, le donne sono sempre ineccepibili, da destra a sinistra.
Però, non è forse il Parlamento lo specchio reale del Paese? In una democrazia parlamentare pura come la nostra, sui banchi siede la percentuale più o meno esatta di ogni categoria e di ogni genere. Quanta gente con la forfora sulle spalle, o i capelli un po’ unti, incontrate al mattino al bar dove fate colazione? Più o meno, altrettanti se ne vedono alla buvette. Un sondaggio di Mannheimer potrebbe confermarlo. E se un’esagerazione va forse rimproverata a Berlusconi, è quella di addebitare gli sciatti e poco puliti a «certi partiti». È vero che nel congresso di fondazione del Pdl, una mesata fa, è sempre stato sul palco, al massimo lasciandosi toccare dai giovani in prima fila. Ma se fosse sceso davvero tra i delegati, avesse solcato lentamente la pancia della platea congressuale, non gli sarebbe sfuggito l’afrore di quell’umanità che suda e s’appassiona, si scalda e per lo più conosce la vasca da bagno settimanale. È lo stesso afrore che lievita dai congressi del Pd e di ogni altro partito italiano in ogni stagione, è l’afrore del Bottegone e della Balena Bianca coi suoi uomini in calzini corti e vestito Facis. E il sudore delle ascelle che inzuppa le camicie dei leaders, quando fanno comizi d’estate, in quale categoria dello spirito va iscritto?
Ma ieri mattina Roberto Giachetti del Pd, che secondo Santo Versace (Pdl) è «elegante di natura perché ha le phisique du rôle» si è alzato in aula per chiedere che il premier «metta almeno una o, invece di una e», fra «maleodoranti» e «malvestiti». S’è associato anche Michele Vietti, Udc, il figurino più ingessato di Montecitorio, chiedendo «l’intervento chiarificatore» del ministro per i Rapporti col Parlamento, Elio Vito.
Ah, ci fosse più sangue e meno merda!
 
Gianni Pennacchi, Il Giornale, 30 aprile 2009



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10 maggio 2009
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La prevalenza del maschio
 
Dopo quasi trent' anni di matrimonio non è così facile lasciare un marito, sia pure recidivo nell' offendere platealmente e pubblicamente la dignità di una moglie. E non perché magari lo si è molto amato, o perché con lui si sono avuti tre figli, o perché è ricchissimo e ormai onnipotente. Ci avrà pensato molte volte Veronica Lario. La più invisibile e discreta delle first lady lo avrà pensato, come lo pensano centinaia di mogli ignote, deluse e offese. Che poi restano lì, nella casa non più amata, nel gelo del rancore irrimediabile, nel fastidio di una vicinanza insopportabile anche se saltuaria, perché c' è sempre una speranza che le cose cambino miracolosamente. E perché certi gesti da eroina paiono del tutto inutili e velleitari, sapendo che l' umiliazione e il dolore di un fallimento personale non saranno leniti da una porta sbattuta, anche se è la porta di una dimora sontuosa, dietro cui si potrebbero lasciare agi grandiosi, ma anche silenzio, riservatezza, una vita appartata e protetta. Lo sdegno che l' altro ieri la signora Berlusconi ha espresso per quella specie di Bagaglino che si stava preparando per entrare nelle liste elettorali europee del pdl, arriva 27 mesi dopo la famosa lettera a Repubblica con cui la signora chiedeva pubbliche scuse del marito per le sue amenità erotiche ai Telegatti. Allora con qualche banale distinguo, la gente apprezzò il coraggio della signora, come capita quasi sempre quando si tratta di schierarsi anche solo astrattamente verso il più coraggioso e il più ferito. Mai tempi cambiano in fretta e oggi, imperando incontrastato il premier della libertà anche libertina, sono tutti con lui, i devoti del suo partito, che fanno scoppiare il sito del Pdl di attacchi a colei che ha osato dire la sua. Qualcuno la faccia tacere, ex attricetta, se voleva ricordarci che esiste l' ha fatto nel modo peggiore, ha perso una buona occasione per stare zitta, offendendo tuo marito offendi te stessa e tutti quelli che hanno fiducia in lui, certo che sputare nel piatto che ti h a p e r m e s s o l a b e l l a vita...Magico e irrefrenabile pifferaio, qualunque cosa dica o faccia gli rende sempre più appassionato il suo popolo, che non ha ragione di porsi dei dubbi, e per esempio chiedersi in questo caso se possa giovare al paese e quindi anche a loro che la via per l' esercizio della politica anziché passare dalla cultura e dalla pratica nasca da portfolio in cui si mostrano enormi tette o dalle accoglienti ginocchia del Capo. O anche solo domandarsi: come reagirebbe la mia signora se assumessi come grandi manager solo signorine ventenni di gamba lunga, scosciate e scollate, scarti di concorsi di Miss Italia? Mi taglierebbe la gola o fuggirebbe con tutto il conto in banca? Anche lo stesso premier, che ai tempi della lettera pubblica della moglie aveva reagito con garbo romantico, questa volta si è arrabbiato, forse perché per smentire la perfida sinistra, per vendicarsi della sua signora che ha osato credere alla realtà della stampa di opposizione e non alle sue finzioni, per far contenti i suoi cortigiani che hanno già promesso liste europee solo di premi Nobel per di più maschi oppure centenari, è stato costretto a limitare le sue vistose e disinibite aspiranti all' europarlamento e ai relativi emolumenti, intasandole di nuovo nelle sue tante televisioni già debordanti di beltà insaziabili. In più con l' onere di dover sopportare le signore dell' opposizione che come si sa, sono troppo spesso «maleodoranti e malvestite», roba che gli appanna il buonumore e il fuoco d' artificio inventivo. Ma la signora Lario non è solo una moglie e madre che si indigna per le offese all' integrità della sua famiglia, quali l' infantile volo a Napoli per sentirsi dare del "papi" (confidenza che i suoi cinque figli non osano) da una graziosa diciottenne, su stampo identico a tutte le aspiranti tivù, non ancora in politica ma già "gossipista" su un televisioncina privata. Veronica è una donna intelligente, preparata, attenta: quel «ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere», che costituisce quello che lei definisce il divertimento dell' imperatore, è il risultato della «sfrontatezza e della mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne». La signora inquadra benissimo e con belle parole un momento drammatico: non si era mai visto un simile arretramento delle donne da una presunta parità, al ritorno dell' unica affermazione possibile della femminilità, quella delle favorite di corte. Questa situazione «va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono sempre state in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti», dice Veronica Lario. Di nuovo, il valore delle donne si identifica nella grazia fisicae nella giovinezza, cioè in un breve periodo della vita, e ci si può quindi chiedere se la carriera politica delle signore Carfagna e delle altre terminerà con le loro prime rughe o i chili in più. Se da noi la televisione è un veicolo indispensabile a ogni tipo di carriera cominciando da quella politica, che negli altri paesi si prepara in scuole di massimo prestigio e difficoltà, ci si chiede come mai non sono stati cooptati per le prossime elezioni i pur amatissimi maschi dai toraci lucenti del Grande Fratello o della Fattoria o della pubblicità. È semplice (fino a quando non avremo un premier gay); perché la gestione politica del potere è tornata solidamente in mano agli uomini che come ci mostra ogni giorno il telegiornale sono spesso inguardabili per bruttezza, antipatia, ridicolaggine, volgarità, e non li vorrebbe proprio nessuno, tranne appunto la politica. Già le donne di età, esperienza, forza, pazienza, che, in numero esiguo, si erano guadagnate un posto nei parlamenti e nei governi passati, dovevano subire i lazzi per i loro tailleur sbagliati o la loro scarsa avvenenza. C' erano ma non le volevano, oggi non si vorrebbero neppure le giovani e belle, ma pazienza, se tiran su il morale del Capo non si può dire di no, purché da vere donne, non pretendano di capire, sorridano e dicano sempre di sì.
 
Natalia Aspesi, La Repubblica, 30 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Edgar Allan Poe quello sguardo sulle tenebre
 
Nel Crollo della casa Usher, Edgar Allan Poe attribuisce al melanconico protagonista una lirica che egli aveva scritto qualche tempo prima, e che rappresenta il suo mito. Una volta, nella più verde delle nostre valli, si ergeva il radioso Palazzo del Pensiero: bandiere d’ oro ondeggiavano sul tetto: un aroma paradisiaco si spargeva lungo i baluardi araldici; spiriti angelici si muovevano ritmicamente, secondo il suono di un liuto melodioso, attorno al trono del re del Pensiero, mentre una folla di echi cantava la sua saggezza. Ai tempi di Usher e di Poe, la gloria del Pensiero è finita. I viaggiatori non scorgono più il sovrano sul trono: grandi forme si muovono fantastiche al suono di una melodia discorde, circondate dal veloce ritmo spettrale di una folla di mostri ghignanti. Poe sapeva che l’ apologo parlava di lui e dell’ artista moderno. In un’ altra vita, forse era stato l’ antico, armonioso re del Pensiero: adesso era soltanto uno spettro tragicamente meditativo, che intonava una musica dissonante e rideva senza grazia. Aveva conosciuto un destino di luce. Ora sapeva che il suo massimo dono era quello di portare in sé la tenebra: essere tenebra in ogni luogo dell’ intelligenza, dell’ anima e del cuore; e irraggiarla intorno, riversandola su ogni oggetto dell’ universo. Avrebbe potuto lasciarsi invadere passivamente da questo nero: mentre con un ardire brillante, febbrile e imperterrito, con un coraggio che non abbandonò nemmeno nell’ Inferno e nel maelstrom, con occhi lucidi e minuziosi, osservò questa tenebra, la rappresentò e la descrisse. Laggiù, nelle rovine della casa Usher, Poe costruì la prima immagine del letterato moderno. Soffriva di una monomania d’ attenzione: indugiava per ore, senza stancarsi, con gli sguardi concentrati, su qualche disegno casuale o sulla grafia di un libro: contemplava per ore un’ ombra bizzarra che cadeva sghemba sulla tappezzeria: trascorreva le notti a osservare le braci di un focolare, i giorni a sognare i profumi di un fiore e a ripetere in modo monotono una parola comune, finché il suono cessava di esprimere qualsiasi idea. Oppure si abbandonava alla fantasticheria: affascinato da un oggetto, si lasciava attrarre in un intrico di analogie, fino a dimenticare la causa prima del suo vagheggiamento. I suoi sensi erano morbosamente sottili e acuti: sentivano gli strepiti dell’ Inferno, il battito di un cuore morto; e i nervi, sovreccitati, dilatati, isterici, prolungavano all’ infinito queste sensazioni. Non aveva requie fino a quando strappava la loro forza ai sogni della notte, ai sogni a occhi aperti, agli incubi della follia e dell’ alcol, al delirio della morfina. Sapeva che la via dei sensi e dei nervi, accortamente sfruttata, ci conduce verso ogni oltre - verso ogni mistero, enigma o nodo metafisico. Possedeva un’ intelligenza prodigiosa: insieme esatta e inafferrabile, architettonica e paradossale. Le poche righe che, nel Gatto nero, scrisse sul peccato: sul desiderio dell’ anima di violare la legge, di torturare sé stessa, di violare l’ amore, di porsi al di fuori della pietà di Dio - sono degne del più appassionato teologo e moralista, che abbia mai curvato lo sguardo sull’ abisso del cuore umano, Agostino o Pascal. Quanto all’ altro grande tema che gli era caro, le infinite conseguenze di ogni nostro atto o pensiero, era pronto per esser consegnato a Dostoevskij. Ma Poe non restaurò le mura dell’ antico Palazzo del Pensiero. Mentre nel vecchio Palazzo si costruivano luminose architetture mentali del Tutto, l’ intelligenza di Poe, come scrisse Baudelaire, era “congetturale e probabilistica”. La letteratura moderna nasceva sui fogli del giornale. Molti avevano già scritto su giornali e riviste, nel secolo passato: ma tra le mani di Poe il giornalismo prese una nuova forma. Non si accontentava di compilare avventure marinare o di scrivere critiche o di risolvere crittogrammi: confidava per qualche dollaro il mare di tenebra che saliva in lui fino a sommergerlo. Le sue idee e sensazioni più care dovevano badare all’ effetto, per intrattenere ed eccitare: dovevano costruire piccole mitologie, per imprimersi meglio nella mente dei lettori pigri. Tutte le forme dorate della letteratura erano abbandonate. Ora soltanto forme brevi, concentrate, trasversali, rose dai nervi e dalla brama di successo: forme consumabili e deperibili, che venivano costruite velocemente, lette impazientemente, insieme alla colazione o durante la siesta, e subito dimenticate. Era una sfida tremenda - la stessa che affrontò Balzac nei medesimi anni - che avrebbe distrutto la vita, non la coscienza letteraria di Poe. Aveva capito che dall’ incontro tra la tenebra e il foglio di giornale poteva nascere una nuova forma letteraria: quella dei suoi Tales of the Grotesque and Arabesque. Malgrado tutto, non era stato abbandonato dagli angeli: per usare le parole delle Terre di Arnheim, la sua letteratura «non era Dio né da Dio promanava, ma era pur sempre lavorata dalle mani degli angeli che si librano tra l’ uomo e Dio». Tra le molte mitologie che Poe immaginò, la più grandiosa è dedicata al Melanconico, al Saturnino, all’ Angelo cupo e tenebroso, che Dürer aveva rappresentato tre secoli prima. Il suo Melanconico, che soffre alternativamente di euforia e di depressione è una figura attiva, che si sforza di conquistare e comprendere il mondo creato, e di ricrearlo. Il primo passo è l’ avventura. Il sogno dell’ avventura marina, delle grandi esplorazioni e della pirateria, il sogno dell’ immenso tesoro sprofonda nell’ immaginazione infantile di Poe. Ma è anche una fantasia saturnina. Salendo sulle navi, dirigendosi verso le isole del Pacifico o il Polo Sud, dove troverà stranamente una corrente calda, Arthur Gordon Pym, il primo dei melanconici, vuole abbandonare il proprio torpore: conoscere la fame e il naufragio, la prigione e la desolazione, l’ orrore e la morte, le condizioni estreme nelle quali soltanto sente di esistere: spostare la bandiera che segna l’ ultimo punto raggiunto dalle conoscenze umane - e là in fondo scoprire il grande mito, l’ enigma del Bianco luminoso, che calma la sua sete di infinito. Dopo Gordon Pym, ecco Auguste Dupin, il tenebroso e snobistico principe di tutti gli investigatori. Dupin è un “innamorato della notte”. Appena il sole si leva, chiude gli scuri del suo vecchio appartamento: accende un paio di candele odorose, che diffondono raggi fiochie spettrali,e si lascia invadere dai sogni, leggendo, scrivendo, conversando, fino al momento in cui il rintocco delle ore lo avverte che l’ amichevole Tenebra è discesa: allora esce a passeggiare, vagando a lungo senza meta, tra le luci strane e le strane ombre della sterminata città moderna. Con la mente penetrata di notte e l’ intelligenza brillante e acutissima, si avventura nel giorno, illuminando i misteri che gli araldi del giorno - i giornali - portano alla luce. Sceglie una parte della realtà: quella che sta in superficie, formata di particolari infimi, irrilevanti e casuali, segnata di minutissimi indizi. I rappresentanti del mondo diurno non li capiscono, perché credono nella ragione e non hanno lo sguardo adatto alle superfici. Invece Dupin, l’ uomo degli abissi, ci informa ironicamente che “la verità non sta sempre in fondo al pozzo. Credo anzi che ciò che sopratutto interessa stia in superficie”. Nelle lunghe passeggiate per la città addormentata, Dupin elabora il suo metodo analitico: fondato sulla facoltà di osservazione, su un dono quasi dostoevskijano di simpatia e di identificazione con l’ anima altrui, su una prodigiosa memoria, sui favori del caso e sulla capacità di deduzione, che gli permette di disporre in una rigida catena consequenziaria gli indizi sparsi nel tessuto quotidiano della realtà. Oggi noi scorgiamo nel metodo di Dupin una delle più eleganti teorizzazioni dell’ analisi intellettuale moderna, che avrebbe prodotto la psicanalisi e la semiologia. Ma Auguste Dupin è molto di più. E’ un meraviglioso ciarlatano, che indossa ironicamente e beffardamente le vesti antiche del veggente e del mago. Egli abolisce l’ esprit de géométrie: porta l’ esprit de finesse, l’ intuizione e l’ analogia, al punto estremo di penetrazione, trasformandolo in una scienza abbacinante, che dà certezze più sicure del calcolo aritmetico. La notte alla luce delle candele, la notte sognante e saturnina invade e conquista la realtà diurna, dimostrando di essere la più alta qualità matematica che possediamo. Nel più bello dei Marginalia, Poe scriveva: «Esistono alcune fantasie di delicatezza squisita, che ho trovato impossibile tradurre nella lingua scritta. Esse scaturiscono dall’ anima (ahimè quanto di rado!) soltanto in periodi di assoluto benessere, quando il corpoe la mente raggiungono il loro massimo equilibrio e negli attimi in cui i confini del mondo reale si fondono con quello dei sogni. Le percepisco soltanto quando sto per abbandonarmi al sogno, ma sono ancora consapevole del mio stato di veglia… Considero queste visioni con un timore che, in qualche modo, attenua o rende più serena l’ estasi: le osservo nella convinzione che questa esperienza sia di natura del tutto soprannaturale - sia uno sguardo dello spirito verso l’ al di là… In queste fantasie, non vi è nulla che possa essere definito simile alle impressioni che riceviamo di solito: come se i nostri cinque sensi venissero sostituiti da altre miriadi di sensi sconosciuti ai mortali». L’ anima di Poe era avvolta e assediata da queste immagini dell’ indefinitoe dell’ infinito, che gli sembravano costituire l’ unica ragione della sua vita. Nei Racconti, Poe volge rigorosamente le spalle a queste immagini indefinite. Quando costruisce giardini immaginari, edifica prospettive chiuse: quando ricostruisce il cosmo, immagina una serie di universi limitati, ognuno diviso dal muro del vuoto, ognuno con le proprie leggi e il proprio Dio; e prepara le più perfette, compatte e coerenti macchine chiuse che mai uno scrittore moderno abbia immaginato per uccidere in noi l’ idea di infinito. Molti psicanalisti hanno analizzato, nei Racconti, la presenza e la viscosità ossessive delle figure dell’ inconscio, che vengono imperfettamente alla luce, ancora bagnate dall’ oscurità dalla quale escono. Sovente essi trascurano la complessità che questi impulsi assumono nel sistema di Poe. Quando abbiamo indagato soltanto le tracce di necrofilia in Berenice e Ligia, trascuriamo la grandiosa passione metafisica che spinge Poe oltre i limiti della percezione e della vita. Egli vuol sapere cosa esiste di là: vuol sapere se il nostro principium individuationis, che ci ha sorretto durante i gesti dell’ esistenza, può sorreggerci anche dopo la morte, e dar luogo a nuove forme di incarnazione. Dedica tutta la sua attenzione alla possibilità che la morte e la vita, coincidano: guarda con sempre rinnovata simpatia agli strascichi, alle ombre, al corteggio indefinitamente spettrale che ci lasciamo dietro di noi; o descrive con sottigliezza delicatissima i nuovi sensi del nostro corpo etereo. Spesso gli archetipi di Poe sono archetipi della mente: come quelli del vortice, del pozzo, del doppio, del mortale pendolo del tempo, della cantina o della sentina o della bara chiusa, dalla quale, forse, non potremo mai più uscire. Dovunque questi impulsi affondino, da qualunque luogo sgorghino alla luce con indemoniata violenza, si traslocano tra le pareti chiuse del cranio: le passioni del cuore - così ardenti che, se fossero state descritte avrebbero “raggrinzato e incendiato” la carta - diventano passioni mentali; e tutto ciò che era inconscio assume un sapore intellettuale. Molti fra i grandi Racconti hanno un inizio saggistico. Poe rappresenta un’ idea o una sensazione o una situazione
 
Pietro Citati, La Repubblica 29 aprile 2009



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10 maggio 2009
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E ogni due giorni il mondo si celebra

C'e un sito web che ha censito tutte le giornate mondiali, ben 190, che ogni anno vengono dedicate ai più svariati soggetti, dalla fotografia al fiore, dalla poesia alle scarpe di ginnastica, dal piacere al ricamo... C' è persino, sia pure ancora in preparazione, la giornata mondiale contro le giornate mondiali. E non ci sarebbe altro da aggiungere a questo sciocchezzaio se tra gli organizzatori, tra i creativi, tra i funzionari di questa mondialità non ci fossero soprattutto le prestigiose sigle delle Nazioni Unite e delle sue Agenzie più importanti, come l' Unesco e l' Oms. E con loro anche le famose Organizzazioni non governative, i sindacati...: davvero una miriade di associazioni ad alto contenuto morale derubricabile ormai in citrullo sussiego. Hanno infatti l' idea che ci sia una giornata in cui il mondo deve occuparsi di una sola cosa, una giornata con il pensiero fisso del pesce azzurro, e un' altra con l' allegra ossessione del vino, e poi del libro e del cioccolato, del giornale a fumetti e degli orologi da polso. C' è anche la giornata delle nonne che, essendo fisicamente poco agili, si fanno rappresentare dai nipoti, i quali intervengono, spiegano e offrono testimonianze sulla "nonnità" che è il sapore antico, la vita di un volta, le quattro stagioni. Ovviamente non si tratta di lavori improduttivi che, come insegna Keynes, non esistono. Sulle giornate mondiali piovono infatti finanziamenti, ogni giornata ha le sue pubblicazioni e ci sono una convegnistica e un marketing. Ed è naturale che nel dipanarsi di 190 giornate mondiali all' anno si perda subito il ductus logico in favore dell' incongruo. Ma non importa a nessuno che la mondialità venga degradata a patacca e a discorso a vanvera. È vero che una volta le giornate cosiddette mondiali sfibravano le menti perché vi si decidevano questioni che riguardavano tutti, dai berberi del monte Atlante agli operai di Chicago agli indigenti australiani. Ma se in un anno le giornate mondiali sono diventate 190 significa che l' umanità impiega metà del suo tempo a celebrare la propria mondialità, oggi di danzatrice, domani di infermiera, dopodomani di contadina. E un giorno non fuma e l' altro non beve. E un giorno lotta contro l' obesità e l' altro contro la magrezza. Per organizzare meglio la metà della nostra esistenza consigliamo agli impiegati dell' Onu addetti alla mondialità di offrirci la mezza giornata mondiale al giorno. Presto infatti le giornate potrebbero non bastare a contenere il bisogno che ha la specie umana di essere mondiale sempre, in ogni ora e in momento. E c' è poco da ridere: non è il comico che si annida in questa inflazione di mondialità, ma la malinconia saturnina, la grinta imbronciata. Alla fine infatti organizzare la giornata mondiale contro la tosse canina o a favore del pistacchio è il surrogato di una grande idea, è quel poco che rimane alle elefantiache organizzazioni sopranazionali dell' illusione di governare il mondo. Nella grottesca giornata mondiale della patata c' è insomma una penosa ammissione di impotenza, c' è l' inabissamento della presunzione di uniformare il mondo, di mettergli l' uniforme, di attrezzare sulla cima di un palazzo di vetro la cabina di comando dalla quale dargli il tempo.
 
Francesco Merlo, La Repubblica, 28 aprile 2009



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10 maggio 2009
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Lombroso, il catalogo delle assurdità
 

Cosa c' entrano i cammelli coi camalli? Niente, si dirà. Eppure, partendo anche dall' assonanza dei nomi, che verrebbero dall' arabo hamal, Cesare Lombroso si spinse nel 1891 a teorizzare che tra gli animali e gli scaricatori di porto ci fosse una sorta di parentela dovuta alla gibbosità. Al punto che, con Filippo Cougnet, firmò un saggio dal titolo irresistibile: Studi sui segni professionali dei facchini e sui lipomi delle Ottentotte, cammelli e zebù. La folgorante idea, scrive Luigi Guarnieri nel suo irridente L' atlante criminale. Vita scriteriata di Cesare Lombroso (Bur), gli viene «esaminando un paziente, di professione brentatore, il quale ha sulle spalle, nel punto in cui appoggia il carico, una specie di cuscinetto adiposo. Vuoi vedere, almanacca prontamente Lombroso, che la gobba dei cammelli e dei dromedari ha la stessa origine del cuscinetto del brentatore? Subito esamina tutti i facchini di Torino e scrive a legioni di veterinari perché studino a fondo gli animali da soma, in special modo gli asini. Non pago dell' imponente massa di dati raccolti, Lombroso indaga con grande scrupolo i misteri del cuscinetto adiposo delle Ottentotte», cioè le donne del popolo africano dei Khoikhoi. C' è da riderne, adesso. Come c' è da sorridere a rileggere gran parte dell' opera dell' antropologo veronese. Basti ricordare, tra gli altri, lo studio su La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, dove sosteneva, in base all' esame delle foto degli schedari del capo della polizia parigina, Goron (il quale scoprì poi che per sbaglio aveva mandato al nostro le immagini di bottegaie in lista per una licenza...), che «le prostitute, come i delinquenti, presentano caratteri distintivi fisici, mentali e congeniti» e hanno l' alluce «prensile». O quello su Il ciclismo nel delitto, pubblicato su «Nuova Antologia», nel quale teorizzava che «la passione del pedalare trascina alla truffa, al furto, alla grassazione». Non c' è opera lombrosiana in cui non sia possibile trovare, a voler essere maliziosi, spunti di comicità. A partire da certi titoli: «Sul vermis ipertrofico», «La ruga del cretino e l' anomalia del cuoio capelluto», «Fenomeni medianici in una casa di Torino», «Sulla cortezza dell' alluce negli epilettici e negli idioti», «Rapina di un tenente dipsomane», «Il vestito dell' uomo preistorico», «Il cervello del brigante Tiburzio», «Perché i preti si vestono da donna»... Nulla è più facile, un secolo dopo la sua morte avvenuta nel 1909, che ridurre l' antropologo, criminologo e giurista veronese a una macchietta. Un ciarlatano. Eppure, come scrisse Giorgio Ieranò, andrebbe riscoperta «la complessità di una figura che, nel bene e nel male, ha lasciato un segno nella cultura italiana». Se non altro perché «c' era del metodo nella follia di Lombroso. C' era l' illusione di poter offrire di ogni aspetto, anche minuto, dell' universo una spiegazione scientifica, la ferma convinzione di poter misurare quantitativamente ogni fenomeno. Lombroso era un utopista che credeva nella missione redentrice della scienza». Certo, spiega l' antropologo Duccio Canestrini, che insegna a Trento e a Lucca e per celebrare il centenario della scomparsa ha allestito una conferenza-spettacolo (Lombroso illuminato. Delinquenti si nasce o si diventa?) al debutto domani sera a Torino al Circolo dei lettori, era un uomo pieno di contraddizioni: «Socialista, criminalizza di fatto i miserabili. Ebreo, pone le basi del razzismo scientifico. Razionalista, partecipa a sedute spiritiche nel corso delle quali una medium gli fa incontrare persino la mamma defunta e spiega il paranormale con l' esistenza di una "quarta dimensione". Le sue teorie, affascinanti e spesso assurde, ebbero un successo internazionale, condizionando sia la giurisprudenza, sia la frenologia». Con Verdi e Garibaldi, fu probabilmente uno degli italiani più famosi del XIX secolo. Le sue opere erano tradotte e pubblicate in tutto il mondo, dall' America alla Russia, dall' Argentina (dove lo studioso lombrosiano Cornelio Moyano Gacitúa arrivò a rovesciare certe analisi contro i nostri immigrati: «La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c' è il residuo della sua alta criminalità di sangue») fino al Giappone. I convegni scientifici di tutto il pianeta se lo contendevano. Vittorio Emanuele III salutava in lui «l' onore d' Italia». I socialisti lo omaggiavano regalandogli un busto di Caligola. Émile Zola lo elogiava come «un grande e potente ingegno». Il governo francese gli consegnava la Legion d' Onore. Gli scienziati, i medici e i prefetti si facevano in quattro per arricchire la sua stupefacente collezione di crani, cervelli, maschere funerarie, foto segnaletiche, dettagli di tatuaggi di criminali e prostitute e deviati di ogni genere, oggi raccolti al «Museo Lombroso» di Torino. Lo scrittore Bram Stoker lo tirava in ballo scrivendo Dracula. Il filosofo Hippolyte Adolphe Taine gli si inchinava: «Il vostro metodo è l' unico che possa portare a nozioni precise e a conclusioni esatte». E questo cercava Cesare Lombroso, misurando crani e confrontando orecchie e calcolando pelosità in un avvitarsi di definizioni «scientifiche» avventate: l' esattezza. Capire il perché delle cose. Così da migliorare la società. «Il traguardo che spero di raggiungere completando le mie ricerche», dice in un' edizione de L' uomo delinquente del 1876, «è quello di dare ai giudici e ai periti legali il mezzo per prevenire i delitti, individuando i potenziali soggetti a rischio e le circostanze che ne scatenano l' animosità. Accertando rigorosamente fatti determinati, senza azzardare su di essi dei sentimenti personali che sarebbero ridicoli» . Il guaio è che proprio quel «rigore scientifico» appare oggi sospeso tra il ridicolo e lo spaventoso. Il consiglio dato al Pellegrosario di Mogliano Veneto di curare la pellagra con «piccole dosi di arsenico». Il marchio sugli africani: «Del tetro colore della pelle, il povero Negro ne va tinto più o meno in tutta la superficie, e in certe provincie, anche interne, del corpo, come il cervello e il velo pendulo». Il giudizio sulla donna che tende «non tanto a distruggere il nemico quanto a infliggergli il massimo dolore, a martoriarlo a sorso a sorso e a paralizzarlo con la sofferenza». La ricerca «sul cretinismo in Lombardia» dove descrive una «nuova specie di uomini bruti che barbugliano, grugniscono, s' accosciano su immondo strame gettato sul terreno». Le parole sull' anarchico Ravachol: «Ciò che ci colpisce nella fisionomia è la brutalità. La faccia si distingue per la esagerazione degli archi sopracciliari, pel naso deviato molto verso destra, le orecchie ad ansa.». La teoria che «il mancinismo e l' ambidestrismo sensorii sono un po' piu frequenti nei pazzi». Un disastro, col senno di poi. Gravido di conseguenze pesanti. Eppure a quell' uomo incapace di trovare il bandolo della matassa e liquidato da Lev Nikolaevic Tolstoj (che in base alla bruttezza lui aveva classificato «di aspetto cretinoso o degenerato») come un «vecchietto ingenuo e limitato», una cosa gliela dobbiamo riconoscere. Non si stancò mai di cercare. A che prezzo, però...

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 28 aprile 2009




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