.
Annunci online

zemzem
 
 
27 settembre 2009
Ti si risponderà che il paragone non ci sta.









 


La libertà di stampa che piace a D'Alema è quella di Pol Pot


«I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in
edicola». Chi ha sentenziato così? Il maledetto Caimano, ossia Silvio
Berlusconi? Macché, è stato il democratico Massimo D'Alema. Max ha
anticipato tutte le ire del Cavaliere nei confronti della carta stampata.
Con assonanze sorprendenti. Compresa la strategia di darci dentro con le
cause civili e le richieste astronomiche di danni.
La prima scena risale al 31 ottobre 1992. Aeroporto di Lecce. Incontro D'Alema
che aspetta il volo per Roma. È mattina presto, ma lui già schiuma di rabbia
contro una masnada di pessimi soggetti. I giudici di Mani Pulite. Gli
editori. I giornali e i giornalisti. Primo fra tutti, Eugenio Scalfari,
direttore di "Repubblica". Ringhia: «Scalfari ha leccato i piedi ai
democristiani che stavano a Palazzo Chigi, da Andreotti a De Mita. E adesso
fa il capo dell'antipartitocrazia».
Quarantotto ore dopo, intervistato dal "Giorno", Max si scaglia di nuovo
contro "Repubblica": «Che cosa si vuol fare? Cacciare deputati e senatori,
per lasciare tutto in mano a Scalfari?». Un vero figuro, Barbapapà. Anche
perché è in combutta «con quell'analfabeta di andata e ritorno che si chiama
Ernesto Galli della Loggia». "Repubblica" prova ad ammansire D'Alema. Però
il 13 novembre lui replica: «Ormai i giornali sono un problema in Italia,
esattamente come la corruzione».
La rabbia dalemista ha un motivo: siamo in piena Tangentopoli e la stampa dà
spago al pool di Mani Pulite. In un'intervista a "Prima Comunicazione" che
in seguito citerò, Max dirà parole di fuoco sui giornali: «Si sono
comportati in modo fazioso, scarsamente rispettoso dei diritti delle
persone. Hanno alimentato una circolazione impropria di segreti giudiziari e
il narcisismo della magistratura. La loro responsabilità morale è stata
enorme: verbali, pezzi di verbali, notizie riservate sono diventati oggetto
di uno sfrontato mercato delle informazioni. Uno spettacolo di iattanza
indecente. Ha ragione la destra quando dice che c'è un circuito
mediatico-giudiziario che ha distrutto delle persone».
Il 13 aprile 1993, la rabbia di Max sembra al culmine. Dice: «In questo
Paese non sarà mai possibile fare qualcosa finchè ci sarà di mezzo la
stampa. La prima cosa da fare quando nascerà la Seconda Repubblica sarà una
bella epurazione dei giornalisti in stile polpottiano». Ossia nello stile
del comunista Pol Pot, capo dei khmer rossi, il sanguinario dittatore della
Cambogia.
Ma la nuova Repubblica nasce sotto un segno che a Max non piace: la vittoria
di Berlusconi nel marzo 1994. Achille Occhetto si dimette da segretario del
Pds e a Botteghe Oscure s'insedia D'Alema. Per qualche mese, il nuovo
incarico lo obbliga a un minimo di cautela. Ma la sua avversione per i
giornali non è per niente svanita.

Nel giugno 1995, intervistato da Antonio Padellaro per "L'Espresso",
riprende a ringhiare contro «l'uso spesso selvaggio dell'indiscrezione
giudiziaria». E conclude che le cronache su Tangentopoli hanno «consumato
quel poco di rispetto per lo stato di diritto e di cultura liberale
esistente da noi. Il danno prodotto è stato enorme. Provo fastidio per il
comportamento dei giornalisti: non aiuta di certo l'immagine dell'Italia».
Il 1995 sarà un anno terribile per D'Alema e per Veltroni, direttore dell'"Unità".
Però Max non presagisce nulla. Il suo giornalista preferito è un
televisionista: Maurizio Costanzo. In luglio, la Botteghe Oscure incaricano
Costanzo di "stilare le nuove regole" dell'informazione. E D'Alema lo vuole
accanto a sé nella Festa nazionale dell'Unità a Reggio Emilia. Insieme
presentano il primo libro di Max, "Un paese normale", stampato dalla
Mondadori di Berlusconi.
La tempesta scoppia alla fine di agosto. È lo scandalo di Affittopoli, sulle
case di enti pubblici ottenute dai politici a equo canone. Più saggio di
Veltroni che strilla, ma resta dov'è, D'Alema trasloca. E sceglie la
trasmissione di Costanzo per annunciare il passaggio in un altro
appartamento.
Ma il suo disprezzo per la carta stampata resta intatto. Arrivando a
coinvolgere politici incolpevoli. In quell'autunno dice di me: «Pansa si fa
leggere sempre, ma ha un difetto: non capisce un cazzo di politica. C'è uno
solo in Italia che ne capisce meno di lui: Romano Prodi».
Nel dicembre 1995, Max affida a "Prima comunicazione" il suo lungo editto
contro i giornali. Intervistato da Lucia Annunziata, spiega di sentirsi una
vittima: «Due giornalisti mi tengono e il terzo mi mena». «Il livello di
faziosità e di mancanza di professionalità è impressionante». «Non esiste l'indipendenza
dell'informazione: i giornali non sono un contropotere, ma un pezzo del
potere. E come tali sono inattendibili». «Il loro compito è la
destrutturazione qualunquista della democrazia politica». «Gli editori si
contendono a suon di milioni i giornalisti più canaglia».
Al termine del colloquio con l'Annunziata, prima dell'invito a non
acquistare i giornali, D'Alema annuncia come si comporterà in futuro: «Se
dovrò dire qualcosa di importante, lo dirò alla gente, non ai giornali.
Andrò alla televisione. Mi metto davanti a una telecamera con la mia faccia,
con le parole che decido di dire, senza passare per nessun mediatore. Se
parli con la stampa, sei sicuro di perderci».
Per coerenza, il 5 aprile 1996, alla vigilia delle elezioni politiche, D'Alema
va in visita ufficiale a Mediaset. Accanto a Fedele Confalonieri, dice:
questa azienda «è una risorsa del Paese». E rassicura i dipendenti: «Se
vincerà l'Ulivo, non dovrete temere nulla. Mediaset è un patrimonio di tutta
l'Italia!».
L'Ulivo vince. Max spiega a Carlo De Benedetti: «Hai visto? Abbiamo vinto
nonostante i tuoi giornali!». Ma D'Alema si sente prigioniero del Bottegone.
Vorrebbe stare lui al governo. Prodi e Veltroni non gli piacciono. Sono «i
due flaccidi imbroglioni di Palazzo Chigi». Poi la sua ostilità torna verso
la stampa. In luglio tuona contro «il giornalismo spazzatura». E alla fine
del mese, alla Festa dell'Unità di Gallipoli spiega: «Ormai c'è qualcosa di
più che il normale pettegolezzo giornalistico, tendente ad alterare la
verità. Ci sono lobby, interessi, gruppi che pensano spetti a loro dirigere
la sinistra italiana».
Il 2 agosto, durante la bagarre parlamentare sul finanziamento pubblico ai
partiti, D'Alema ringhia ai cronisti: «Scrivete pure quello che vi pare,
tanto i giornali non li legge nessuno. E anche voi contate poco: prima o poi
vi licenzieranno». A imbufalirlo è sempre il ricordo di Affittopoli e quel
che ritiene di aver subito dalla carta stampata: «Giornalismo barbarico,
cultura della violenza, squadrismo a mezzo stampa».
Perché Max si comporta così? In un'intervista citata dal "Foglio", Veltroni
prova a spiegarlo: «Io sono gentile con i giornalisti. Dovrei fare come D'Alema
che li chiama somari per ottenere la loro supina benevolenza». Ma forse
esiste un problema nascosto: una forma inconsapevole di autolesionismo che
spinge Max a cercarsi sempre dei nemici.

Una sera del novembre 1996, dice a Claudio Rinaldi, direttore dell'
"Espresso": «Fate una campagna sguaiata contro di me. Vi mancano solo
Michele Serra e Curzio Maltese, poi sarete al completo. L'unica critica
fondata che potreste farmi è di aver messo Prodi a Palazzo Chigi». Quindi
spara su Berlusconi: «Mi sta sul cazzo come tutti i settentrionali. È un
coglione ottuso. La sua stagione è finita».
Il 1997 si apre con la causa civile che Max intenta all'"Espresso". Per aver
rivelato la piantina della sua nuova casa, ci chiede un miliardo di lire.
Non lo frena neppure l'onore di presiedere la Bicamerale. Il 5 maggio
scandisce a Montecitorio un anatema globale: «L'ho detto una volta per
tutte, con validità erga omnes, con valore perpetuo: quello che scrivono i
giornali è sempre falso».
Alla fine di novembre si scatena contro l'Ordine dei giornalisti. Bisogna
abolirlo, dice Max, visto che non garantisce la correttezza professionale.
Poi nel gennaio 1998 annuncia di aver scovato l'arma finale per sistemare la
carta stampata. È di una semplicità elementare: niente più processi penali
ai giornalisti, bisogna instaurare «un sistema che consenta una rapida ed
efficace tutela in sede civile e che preveda consistenti risarcimenti
patrimoniali».
Detto fatto, ecco in data 10 febbraio 1998 la causa civile di Max al
"Corriere della sera" per quanto ha scritto «su un fantomatico piano D'Alema
per il sindacato». Richiesta: due miliardi di lire. La sinistra non va in
piazza a protestare. Eppure Max pretende dal «convenuto Ferruccio de
Bortoli» anche il giuramento decisorio. Vale a dire che deve giurare di aver
scritto la verità a proposito delle intimidazioni dalemiane sugli azionisti
di via Solferino.
Quale sorte ebbe questa causa? Confesso di non ricordarlo. Ma che importanza
ha scoprirlo? D'Alema aveva tracciato un solco che, anni dopo, anche l'odiato
Cavaliere avrebbe seguito.

Giampaolo Pansa, Libero, 15 settembre 2009


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Giampaolo Pansa Libero 15 settembre 2009

permalink | inviato da zemzem il 27/9/2009 alle 16:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sfoglia
luglio        ottobre




        clic




     
Cerca
Feed
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.



1 click