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26 settembre 2009
Mike Bongiorno
 



Silvio & Mike, così uguali E quell' ultimo minestrone

«Solo io ho fatto 36 riforme e governato 1.412 giorni di fila!». «Solo io ho vinto 16 Telegatti e presentato 11 Sanremo!». Erano nati per capirsi, Silvio & Mike. La stessa passione per i record, il calcio, la pubblicità, la chioma cotonata dai riflessi arancione. Un «matrimonio» durato 32 anni. Finito una sera di pochi mesi fa davanti a un minestrone con lui, Mike, che era andato ad Arcore per farsi consolare e finì quasi per consolare Silvio: «Eravamo noi due, soli, nella grande sala vuota. Era stanchissimo. Davanti a quel minestrone, cucchiaiata dopo cucchiaiata, diceva: "Sono teso, dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti". E pensavo: "Ma guarda un po' , sono qui con l' uomo più potente d' Italia, il più acclamato, una cena che tutti m' invidieranno e mi viene una gran tristezza. Quest' uomo mi sembra così solo!"...». Si erano incontrati la prima volta nel 1977. Quando il presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, quello del Milan Felice Colombo, quello della Rai Paolo Grassi: «Mi telefona a casa uno sconosciuto. Mi fa: "Lei ha lavorato in America, conosce la televisione commerciale, mi potrebbe aiutare a sviluppare un modello analogo in Italia". Gli dissi: "Incontriamoci, ne parliamo, ma sappia che io faccio 25 milioni di telespettatori col mio programma". "Chi è ' sto Berlusconi?", chiesi in giro. "Un palazzinaro che non capisce niente di televisione", mi risposero». Si diedero appuntamento il 9 ottobre, al Club 44, in via Cino del Duca a Milano. «Eravamo solo io e lui», avrebbe raccontato a Luca Telese, del «Giornale»: «Fu la prima volta in cui mi illustrò la sua proposta: "Lascia la Rai e vieni lavorare per me".» Anche se Mediaset non esisteva ancora? «Non esisteva nemmeno TeleMilano, se è per questo. Non esisteva nulla. Berlusconi all' epoca aveva un canale via cavo che si vedeva solo a Milano2». E che cosa rispose alla proposta di lavorare per una tv "condominiale"? «Dissi sì. Mi ritrovai di fronte una persona che parlava come me, pensava come me, aveva un senso tutto americano del fare impresa, che qui in Italia lo rendeva praticamente una mosca bianca». Certo, pesarono i danée: «Tra me e me pensavo: per correre un rischio così deve propormi una bella cifra. E mi ero anche fatto due conti: alla Rai, in un anno, mi davano più o meno 26 milioni di lire lorde. (...) Mi guarda e improvvisamente mi fa: "Io avrei pensato a 600". Chiedo io: "Seicento che?" E lui: "Milioni, ovviamente". Ero così incredulo che gli chiedo ancora: "Oddio, per quanti anni di contratto?". Mi fa: "Per un solo anno, ovvio. Ma poi potrai arrotondare con le televendite e con gli sponsor"». Leggenda vuole che per avere a tutti i costi l' uomo su cui aveva puntato, il Cavaliere non gli diede tregua: «Gli dissi che dovevo parlarne con mia moglie Daniela e che stavo partendo per il Messico. E lui fece trovare un mazzo di rose al giorno a Daniela in ogni albergo in cui scendevamo e chiamò me tutte le sere». Un assedio amoroso. Col fruscio di banconote in sottofondo: «Non amo quelli che fanno le anime belle. Accettai perché era un' offerta che solo un matto avrebbe potuto rifiutare. E poi perché lui aveva avuto l' intuizione geniale che avrebbe cambiato tutto. La pubblicità». Partirono in sordina: «Entravamo negli studi alle 10 del mattino, uscivamo alle 10 di sera. Berlusconi era sempre lì, guardava, giudicava, portava le pastarelle...». Gli inserzionisti cresciuti col «Carosello», avrebbe raccontato il presentatore, non capivano mica tanto, all' inizio, questa storia delle sponsorizzazioni: «Una mattina incontrammo il fior fiore dell' imprenditoria italiana, assieme ai dirigenti delle più importanti agenzie di pubblicità. Saranno state trecento persone. Io e Berlusconi parlammo in piedi su due cassette di acqua minerale». Come potevano non andare d' accordo? Certo, li divideva il tifo. Perché Mike, a differenza di quanti nei dintorni del Cavaliere si sono via via infiammati d' amore per il Milan, non tradì mai la Juve che lo aveva fatto palpitare («Caro Pietro, sei stato il primo mito della mia vita. Quando ero ragazzino ti aspettavo davanti ai cancelli dello stadio di Torino e ti accompagnavo fino al tram», scrisse nel necrologio per la morte del leggendario Pietro Rava) e tanto meno la sera del maggio 2003 a Manchester in cui i bianconeri persero la finale col Diavolo all' Old Trafford. Sul resto, però... Avevano lo stesso medico, Umberto Scapagnini, pronto a giurare ad Aldo Cazzullo che esiste «un metodo per calcolare la differenza tra l' età anagrafica e l' età biologica, tra i dati teorici e l' effettiva attività mentale, fisica, sessuale» e che Berlusconi aveva in effetti «12 anni di meno» anche se «il record appartiene a Mike Bongiorno: meno 17». Lo stesso spirito giovanilista che spinse Silvio a mettersi la bandana e spingeva Mike a fare un mucchio di sport a costo di spaccarsi un po' di ossa: «Ogni volta che prendo l' aereo il metal detector suona e mi bloccano. Io faccio notare che sono Mike e ho i chiodoni. Loro mi rispondono: "Sì Mike, allegria, cortesemente se li tolga e li metta sul nastro". Mi sa che mi prendono per un pirla». E poi lo stesso rapporto di amore con i figli, sui quali avevano pesato molto con le loro personalità traboccanti, anche se i rampolli dell' uno sono stati avviati in azienda e quelli dell' altro se ne sono guardati bene: «Non hanno voluto seguire le mie orme. Si vergognavano di me, in classe gli gridavano "Allergia! Allergia!"». La stessa facilità spensierata a scivolare sulle gaffes senza dare loro importanza, con Silvio a parlare di «Romolo e Remolo» e inventare l' «Estuania» e Mike a chiamare papa Sarto «Pio Ics» invece che Pio Decimo o a tuonare con una concorrente che aveva sbagliato una risposta di ornitologia: «Ahi, ahi signora Longari, lei mi è caduta sull' uccello!». Disse: «Le gaffes le faccio, ma poi, come i conduttori americani, le esaspero, affondo il coltello nella piaga. È autoironia. Io so che ce l' ho, anche se alle volte, onestamente, me lo fanno notare gli altri». Ma soprattutto, i due, avevano in comune la stessa «magia». La capacità di parlare al «proprio» pubblico. Una capacità che a Mike, dopo decenni di sberleffi sulla sua ignoranza («Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all' oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla. In compenso dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa», scrisse Umberto Eco) fu riconosciuta infine non solo dallo Iulm con una Laurea ad Honorem ma perfino dall' Accademia della Crusca: «Ha insegnato l' italiano agli italiani». Per questo, dopo tanti anni, non capì perché Mediaset gli avesse rifiutato il rinnovo del contratto facendoglielo comunicare da un funzionario ma soprattutto perché Silvio lo ignorasse: «L' ho chiamato a novembre: da allora sono passati più di cinque mesi e non mi ha ancora richiamato», raccontò a maggio, deluso, a Fabio Fazio. Peggio: «Lavori 30 anni con un gruppo e di colpo sei fuori. Quando a Natale ho cercato di fare gli auguri a Silvio la segretaria mi ha risposto: "C' è una lunga lista di attesa, la richiamiamo". A me? Cose da pazzi». Poi lanciò il suo appello: «Chiamami, chiamami, sono qua...». Lo chiamò, il Presidente. Lo invitò a cena la sera dopo. A mangiare il minestrone. Soli soli. Stanchi. «C' era come un senso di freddo e di buio attorno a noi».

Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 9 settembre 2009

12 luglio 2009
A Riad il cinema non è più peccato Ma rimane «per soli uomini»

 
Ma GrAAAAAaaaaAAAAAzie


Terra di record importanti (i luoghi islamici più santi, le riserve di greggio più ricche), l' Arabia Saudita è anche Paese dai molti, assoluti divieti. Nessuna donna, come tutti sanno, può ancora guidare. Nessuna chiesa o sinagoga o tempio indù esistono sul suo suolo. Ma nemmeno è permessa l' esistenza di cinema. Ed è così considerato un evento «storico» la prima visione pubblica di un film nella capitale Riad, con modalità quasi normali: un centro culturale trasformato in sala cinematografica, il corredo di bibite e popcorn, i biglietti acquistabili da tutti, o quasi. Vietato, infatti, l' accesso a donne e ragazze sopra i 10 anni, per lo stesso motivo che da 30 anni ha fatto dell' andare al cinema una delle tante attività haràm (peccato) per i sauditi. Ovvero la commistione tra sessi, ancora oggi assolutamente proibita dall' Islam wahhabita in scuole, uffici, ristoranti, palestre, ovunque possa essere evidente (in casa è diverso) un contatto tra uomini e donne non parenti tra loro. Grande attenzione, quindi, per la prima a Riad di Menahi, dal nome del protagonista, un ingenuo beduino saudita travolto dalla modernità della vicina Dubai e dai misteriosi meccanismi finanziari dell' emirato, impersonato dall' attore Fayz Al Malki, già popolarissimo per le sue serie tv. A parte l' esclusione delle donne, la première è stata preceduta da una pubblicità sottotono, dai permessi richiesti a ministeri e varie autorità, soprattutto dalla tacita benedizione di Re Abdullah, impegnato dalla sua nomina nel 2005 in una cauta ma costante opera di riforme. Anche perché autore dell' iniziativa è un membro della famiglia reale. Il principe Al Walid Bin Talal, nipote del sovrano, 13esimo uomo più ricco del pianeta, azionista di colossi bancari e immobiliari in mezzo mondo, già socio in Italia di Berlusconi, negli ultimi anni ha aggiunto alla sue proprietà il gruppo Rotana, primo dell' entertainment nei Paesi arabi, attivo nella musica, nelle tv, nell' editoria. E ora nel cinema: già nel 2006 il principe aveva prodotto la prima pellicola nel Regno, Keif Al Hal? (Come va?), «commedia alla saudita» ma girata a Dubai e distribuita ovunque tranne che in Arabia perché i tempi non erano maturi. I sauditi cinefili erano stati costretti, per vederla, a trasferte negli Emirati o in Bahrain; la mobilitazione per mettere fine al divieto dei cinema era iniziata. Anche su Facebook, diventato in Arabia (e non solo) il veicolo preferito da giovani e dissidenti per organizzare campagne e proteste, spesso vittoriose. Con Menahi, finalmente, il tabù è stato infranto: già prima che a Riad, il film era uscito a Gedda, a Taif e a Jazan, dove «25 mila uomini e 9 mila donne - annuncia Rotana - l' hanno visto». Senza problemi: le spettatrice erano in galleria e gli spettatori in platea, nessuno scandalo. Ma Riad è un' altra cosa: la capitale e la sua regione, il Nejd, sono la roccaforte dei tradizionalisti e degli integralisti, chiusi nell' orgoglio di essere l' unica terra islamica mai conquistata da stranieri, isolati da tutti per secoli. E non sorprende che sia stato qui, e non nella costiera e rilassata Gedda, che sia avvenuta la contestazione di una quindicina di «mutawa». Giovani uomini ferventi e iperconservatori, riconoscibili da barbe, tuniche informi e nessuna concessione al lusso, hanno tentato di bloccare la visione del film, insultando gli attori e intimando agli spettatori di «non peccare». Nelle ore precedenti, il protagonista aveva ricevuto minacce via telefono e sms: se oltre a recitare nel film ne avesse permessa la visione, dicevano, gli sarebbe venuto un cancro e sarebbe stato maledetto da Allah. «Questa gente non ha più una vera influenza, non rappresenta l' Islam né la virtù, non conta niente», ha minimizzato Al Malki. E la potente organizzazione ufficiale dei «mutawa» ha preso in effetti le distanze: il tentato boicottaggio era un atto individuale, ha detto la Commissione per la protezione della virtù e la prevenzione del vizio. Anche questo un segnale importante che i tempi stanno cambiando. La promessa fatta pochi mesi fa ai giovani del Golfo dal principe al Walid - «voglio correggere un grave errore: voi avete il diritto di divertirvi, e di guardare i film» - sembra così vicina ad avverarsi. E non solo nel chiuso delle case, nei cine-club fatti tra amici come avviene pure in Iran, o sul computer: in cinema veri. Magari, perfino, aperti a donne e ragazze.

Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera, 9 giugno 2009

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