.
Annunci online

zemzem
 
 
1 novembre 2008
«Così abbiamo sbaragliato i fascisti»

Il Corriere della Sera, Giovanni Bianconi, 1 novembre 2008


 ROMA — «Parliamoci chiaro: prima che arrivassimo noi c'erano già state tre aggressioni contro persone finite all'ospedale o comunque rimaste ferite. Ammesso e non concesso che ce l'avesse avuta prima, quella gente non aveva più alcuna legittimità a stare in piazza. Abbiamo chiesto che fossero allontanati, e niente. Gli abbiamo gridato di andarsene, e niente. A quel punto li abbiamo caricati e sbaragliati. Basta, finito. Inutile stare a nascondersi o girarci intorno».
Partito della Rifondazione comunista, sede della Direzione nazionale, terzo piano. Simone ha 32 anni e un linguaggio diretto. Accanto a lui ci sono Emiliano, 30 anni e quasi due metri d'altezza, e Yassir, 33 anni e una denuncia per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale: l'hanno fermato e liberato dopo una notte passata in gattabuia. Sono impiegati del settore organizzazione del partito (quello che un tempo si sarebbe chiamato Servizio d'ordine), e mercoledi scorso erano in piazza Navona. Raccontano la loro versione dei fatti con una premessa, affidata a Emiliano: «Per noi l'antifascismo è un valore irrinunciabile. E' il fondamento della nostra Costituzione, ed essere antifascisti oggi significa difendere la democrazia, la pace e la libertà di espressione».
Anche con l'uso della violenza? Risponde Simone: «A nessuno di noi piace andare in giro a caricare i fascisti, ma capitano situazioni particolari. Come l'altro giorno. Con la polizia che non ha fatto niente per impedire lo scontro fisico». Lo interrompe Yassir: «Sono diciotto anni che partecipo alle manifestazioni, e ti assicuro che non avevo mai visto prima un fascista così da vicino. Perché sempre si sono messi in mezzo per evitare il contatto diretto, o ci chiudevano piazze o strade presidiate da loro. Stavolta invece è come se avessero detto "prego, accomodatevi". Io non penso a complotti, però qualche cattivo pensiero può venire. Anche perché questa storia è cominciata molto prima di mercoledì».
Il riferimento è ai giorni precedenti, lunedì e martedì, quando «i fascisti» del Blocco studentesco hanno conquistato la testa del corteo degli studenti medi o issato il loro striscione al sit-in davanti al Senato. «Sempre con quel camioncino bianco pieno di mazze nascoste — insiste Simone — senza che nessuno lo fermasse. Noi in quelle due occasioni abbiamo abbozzato, per evitare problemi, ma in piazza Navona, mercoledì, s'è passato il segno». Racconta Yassir: «Io stavo andando al lavoro quando mi ha telefonato un ragazzo del liceo Tasso per avvisarmi che i fascisti stavano picchiando la gente. Temevo che esagerasse, ho chiamato altre persone, e tutti confermavano le aggressioni. Parlavano di sangue. Ho radunato altri compagni e siamo andati». Insieme a quelli dell'università: «E mica sono il Settimo Cavalleggeri! — sorride Simone —. Era già previsto che venissero anche loro, hanno solo accelerato un po' il corteo». Con il loro camioncino: «Certo — risponde Emiliano - quello c'è sempre, per gli altoparlanti e i megafoni. Mazze non ce n'erano, stai sicuro. Quando siamo arrivati abbiamo trovato la piazza terrorizzata dalle violenze precedenti e i fascisti schierati in formazione, coi bastoni pronti. A quel punto che fai?». Già, che fai? Yassir: «Abbiamo formato un cordone e fino all'ultimo abbiamo tentato di tenerlo, ma la piazza dietro spingeva e quelli davanti aspettavano co' 'sti bastoni come fossero giocatori di baseball». E voi coi caschi in testa: «Certo, per protezione. A mani nude, però. A un certo punto non abbiamo tenuto più e c'è stato lo scontro. Coi poliziotti a godersi lo spettacolo».

Sono volate le sedie dei bar. «Di vimini... Ne vola una, ti arriva addosso, la rilanci no? A me un fascista m'ha tirato una scopa — continua Yassir —, l'ho parata, ho visto arrivare i carabinieri dall'altra parte e ho avuto paura di restare in mezzo. Mi sono lanciato tra i tavolini dei bar. Mentre correvo mi sono sentito prendere alla gola e stringere, mi stavano soffocando. Poi mi hanno buttato a terra, e mentre temevo che arrivasse una coltellata ho sentito dire "soggetto immobilizzato". Erano poliziotti, per fortuna». Quindi sono intervenuti. «Per disperderci — puntualizza Simone —, dopo che avevamo neutralizzato i fascisti e ridotto quel camioncino come doveva essere ridotto. Questi sono doppiamente pericolosi: militarmente, perché picchiano la gente, e politicamente perché rischiano di avere un effetto catalizzatore su giovani cosiddetti "neutri", soprattutto in certe scuole e periferie, dove ci sono logiche più da comitiva che da gruppo politico, un po' da stadio». Emiliano: «Coi loro metodi: o ti adegui e fai quello che dicono loro oppure menano. A Roma da due anni le aggressioni si sono moltiplicate. Dicono di essere contro questo governo, ma non mi pare se poi spunta un sottosegretario che si appiattisce sulla loro versione. Comunque al corteo dello sciopero non si sono visti». Ancora Simone: «Noi da quando siamo rimasti senza parlamentari abbiamo molte più difficoltà a gestire la piazza, mentre loro si sentono protetti. Mercoledì qualcuno di noi s'è dovuto prendere un permesso dal lavoro per venire a cacciare i fascisti, ma ti pare normale?».


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. comunisti fascisti proteste scuola naaa ancora

permalink | inviato da zemzem il 1/11/2008 alle 17:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 ottobre 2008
«I tre insegnanti? Fu solo una questione di soldi»
Il Giornale, Paola Setti, 27 ottobre 2008

Claudio Martelli, lei è uno dei papà del maestro a tre teste.
«Confesso, nel 1990 ero vicepresidente del Consiglio».
Governo Andreotti, la riforma della scuola la firmò Sergio Mattarella.
«Abolimmo il maestro unico».
Avrete consultato fior di pedagogisti.
«Mah...».
Eh?
«Quando si fanno queste riforme non è tanto in discussione la pedagogia, si tratta più di questioni di bilancio».
All’epoca tutti però ne fecero una questione didattico-pedagogica.
«Giocarono più fattori, certo».
Ma vinse la necessità di sostenere l’economia assumendo più insegnanti.
«Anche adesso si tratta di una questione soprattutto economica».
Adesso il ministro Gelmini vuol tornare al maestro unico.
«Ed è comprensibile. In tempi di difficoltà di bilancio e di crisi economica cercare di risparmiare mi pare normale».
Invece è scoppiato il putiferio, la sinistra parla di pensiero unico, gli studenti occupano le università...
«Io non travestirei le esigenze economiche con necessità pedagogiche che sinceramente non vedo. Non c’erano allora con l’introduzione del modulo e non ci sono adesso con il ritorno al maestro unico».
E se non le vede lei.
«Capisco che possa creare malumori il capitolo dei tagli agli insegnanti, ma bisogna anche dirsi le cose come stanno».
E come stanno?
«Non ci sono licenziamenti, ma il blocco del turn over, in Italia non è la prima volta. Del resto se il 97 per cento del bilancio scolastico se ne va in salari bisognerà pur porsi il problema di come correggere questa curva».
Quindi lei approva.
«La riforma può piacere oppure no, resta il fatto che il livello di istruzione, nelle università soprattutto ma anche nella scuola media e media superiore, è assolutamente inadeguato, e va cambiato».
Lo vada a dire a studenti e insegnanti.
«Certo io consiglierei al governo e alla maggioranza un atteggiamento diverso, dovrebbero chiarire, discutere, o rischiano di infilarsi in un imbuto come con l’articolo 18. Non è più il tempo delle rigidità contrapposte».
Ecco.
«Sa qual è il problema?».
Diciamolo.
«Il problema è il ’68».
Son passati 40 anni.
«Appunto! Quel movimento giovanile voleva addirittura abbatterlo, il sistema, questo invece vuole conservarlo».
40 anni dopo la sinistra è conservatrice.
«Sono almeno 20 anni che diciamo che il sistema scolastico non va bene, tant’è che anche loro hanno provato a cambiarlo. E adesso vogliono tenerlo così com’è?».

27 ottobre 2008
I voltagabbana del maestro unico

  Il Giornale, Michele Brambilla, 27 ottobre 2008


«Quando l’antica maestra intera si scisse nelle tre maestre per due classi, per ragioni sindacali contro il crollo demografico, si minò un pilastro della nostra convivenza».
Ecco, non riuscivo a trovare le parole per esprimere quel che penso sulla questione del maestro unico, sui danni prodotti dalla sua abolizione, e perfino sulle ragioni («sindacali», non pedagogiche) che portarono alle tre maestre invece che una, e grazie al Cielo ho trovato un altro che aveva già messo in fila le parole giuste prima di me. Così, con una bella citazione, me la sono cavata senza faticare troppo. E sapete di chi è la frase sopra riportata fra virgolette? Di Mariastella Gelmini? Del leghista Roberto Cota? O addirittura del premier? No: sono parole di Sofri. Adriano Sofri.
E sapete dove le ha scritte? Forse sul Foglio, che è un po’ berlusconiano? No: le ha scritte su Repubblica.
E sapete quando le ha scritte? Forse anni fa, in un altro tempo e con un’altra scuola? No: le ha scritte il 3 giugno 2008. Meno di cinque mesi fa.
Per completezza di informazione: l’articolo di Sofri era pubblicato in prima pagina e s’intitolava «Ecco perché ci servono più maestre da libro Cuore». Sempre per completezza, Sofri prendeva spunto da due fatti: un articolo di Zagrebelsky («La democrazia ha ancora bisogno di maestri») e l’appello di una quarta elementare di Roma al ministero affinché non cambiasse la maestra, in età di pensione.
Siccome quando si citano frasi altrui è sempre dietro l’angolo l’accusa di estrapolazioni selvagge, chiarisco che la frase citata all’inizio va inserita nel seguente contesto, che cito testualmente: «Zagrebelsky commemora i grandi maestri civili, soppiantati da televisione, pubblicità, moda: altrettante seduzioni facili, aliene dal suscitare i bravi discepoli senza i quali non compaiono i bravi maestri. Ma nel mondo che si perde la prima e decisiva formazione civile era l’opera delle maestre. Erano loro a insegnare a leggere e scrivere, a fare le operazioni, a dire le preghiere, a stare seduti e alzarsi in piedi. Il tramonto delle maestre può essere salutato come un capitolo dell’emancipazione femminile». E subito qui di seguito la frase citata all’inizio: «Ma quando l’antica maestra intera si scisse...».
Si potrebbe obiettare che Repubblica dispone di un ampio parco di grandi firme, e non è detto che quella di Sofri sia la posizione del giornale. Ok. Però, così, giusto per procedere sulla completezza d’informazione: pochi giorni prima, sempre sulla questione della quarta elementare romana che rischiava di cambiare maestra, Repubblica aveva affidato il commento a un altro suo esperto di scuola, Marco Lodoli. Il quale, dopo aver tratteggiato le qualità e l’importanza della vecchia maestra, scriveva: «Poi qualcuno ha deciso che la maestra doveva moltiplicarsi e da una è diventata tre, e tre maestre sono diventate un viavai di volti, abbondanza e confusione, e forse qualcosa si è guadagnato e di sicuro qualcosa si è perso». Notare il «forse» e il «di sicuro». Era il 27 maggio 2008, esattamente tre mesi e venti giorni prima che lo stesso Lodoli, sempre su Repubblica, così commentasse il progetto del governo di reintrodurre il maestro unico: «Le elementari, fiore all’occhiello del nostro sistema educativo, sono finite sotto l’accetta della ministra Gelmini, che per rispettare le esigenze di risparmio non ha immaginato nient’altro che la maestra unica: come dire suicidiamoci per consumare meno ossigeno». Era il 16 settembre 2008.
Non è che vogliamo sottolineare, a proposito di maestrine dalla penna rossa, incoerenze e giravolte (nel caso di Sofri, tra l’altro, non risulta che abbia cambiato idea). Vogliamo solo esprimere lo stupore per l’attuale levata di scudi della sinistra contro il ritorno del maestro unico. Sono giorni che sentiamo demonizzare questa figura da pedagogisti che mai avevamo udito, prima, esprimersi in tal modo. Politici, giornalisti e genitori anti-Gelmini s’accodano. L’altra sera ad AnnoZero hanno parlato di «rischio di pensiero unico». Fosse un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, capiremmo. Ma mai c’è stata, nella cultura della sinistra, l’esaltazione dei tre maestri, anzi. La loro introduzione fu motivata solo dalla volontà di salvare posti di lavoro, ma mai nessuno ne aveva esaltato l’efficacia. Al contrario, sono tantissime le testimonianze di una sinistra perplessa. Ortensio Zecchino, ministro dell’Università con D’Alema e Amato, al momento della riforma votò contro dicendo: «Non resta che prendere atto dell’esistenza di uno schieramento che ha inteso privilegiare il momento sindacale... svalutando il momento formativo e culturale». Ed Edgar Morin, consulente del ministro Fioroni proprio per la riforma della scuola, ha fatto dell’unitarietà dell’apprendimento il suo credo: «Il nostro sistema d’insegnamento - ha detto - separa le discipline e spezzetta la realtà, rendendo di fatto impossibile la comprensione del mondo».
Chissà come mai, insomma, tanti repentini cambiamenti. Personalmente ho un ricordo fantastico e commovente, della mia maestra unica. Solo che fatico anche qui a trovare le parole. Le prendo in prestito: «La figura della maestra campeggia nella nostra memoria come un totem sacro, è l’asse attorno al quale ha girato la nostra infanzia, fu la solenne e dolce depositaria di ogni sapere, quella che ci ha insegnato gli affluenti del Po e le divisioni a tre cifre, le Guerre Puniche e le poesie di Pascoli, ci ha aiutato a crescere nella pace di un tempo immobile e fecondo. (...) L’infanzia ha bisogno di certezze (...) se l’amata maestra dopo quattro anni scompare, allora tutto può svanire». Chi ha scritto queste belle parole? Ma sempre Marco Lodoli, sempre su Repubblica. Sembra ieri, invece erano ben cinque mesi fa.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. maestri fraintesi di sicuro

permalink | inviato da zemzem il 27/10/2008 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 ottobre 2008
Università, il miracolo dei laureati precoci

Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo, 26 ottobre 2008


Marko Tasic, un serbo di 19 anni, è finito su tutti i giornali del mondo perché, partito per l' America per studiare, ha preso la laurea e pure il dottorato in otto giorni? Noi italiani, di geni, ne abbiamo a migliaia. O almeno così dicono i numeri, stupefacenti, di alcune università. Numeri che, da soli, rivelano più di mille dossier sul degrado del titolo di «dottore». I «laureati precoci», studenti straordinari che riescono a finire l' università in anticipo sul previsto, ci sono sempre stati. È l' accelerazione degli ultimi anni ad essere sbalorditiva. Soprattutto nei corsi di laurea triennali, dove i «precoci» tra il 2006 e il 2007, stando alla banca dati del ministero dell' Università, sono cresciuti del 57% arrivando ad essere 11.874: pari al 6,83% del totale. Tema: è mai possibile che un «dottore» su 14 vada veloce come Usain Bolt? C' è di più: stando al rapporto 2007 sull' università elaborato dal Cnvsu, il Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario, quasi la metà di tutti questi Usain Bolt, per la precisione il 46%, ha preso nel 2006 l' alloro in due soli atenei. Per capirci: in due hanno sfornato tanti «dottori» quanto tutti gli altri 92 messi insieme. Quali sono queste culle del sapere occidentale colpevolmente ignorate dalle classifiche internazionali come quella della Shanghai Jiao Tong University secondo cui il primo ateneo italiano nel 2008, La Sapienza di Roma, è al 146° posto e Padova al 189°? Risposta ufficiale del Cnvsu: «Stiamo elaborando i dati aggiornati per la pubblicazione del rapporto 2008. Comunque i dati sui laureati sono pubblici e consultabili sul sito dell' ufficio statistica del Miur». Infatti la risposta c' è: le culle del sapere che sfornano più «precoci» sono l' Università di Siena (494ª nella classifica di Shanghai) e la «Gabriele D' Annunzio» di Chieti e Pescara, che non figura neppure tra le prime 500 del pianeta. Numeri alla mano, risulta che dall' ateneo abruzzese, che grazie al contenitore unico di un' omonima Fondazione presieduta dal rettore Franco Cuccurullo e finanziata da molte delle maggiori case farmaceutiche (Angelini, Kowa, Ingenix, Fournier, Astra Zeneca, Boheringer, Bristol-Myers...), conta su una università telematica parallela non meno generosa, sono usciti nel 2007 la bellezza di 5.718 studenti con laurea triennale. In maggioranza (53%) immatricolati, stando ai dati, nell' anno accademico 2005-2006 o dopo. Il che fa pensare che si siano laureati in due anni o addirittura in pochi mesi. Quanto all' ateneo di Siena, i precoci nel 2007 sono risultati 1.918 su un totale di 4.060 «triennali»: il 47,2%. La metà. Ancora più sorprendente, tuttavia, è la quota di maschi: su 1.918 sono 1.897. Contro 21 femmine. Come mai? Con ogni probabilità perché alla fine del 2003 l' Università firmò una convenzione coi carabinieri che consentiva ai marescialli che avevano seguito il corso biennale interno di farsi riconoscere la bellezza di 124 «crediti formativi». Per raggiungere i 148 necessari ad ottenere la laurea triennale in Scienza dell' amministrazione, a quel punto, bastava presentare tre tesine da 8 crediti ciascuna. E il gioco era fatto. Ma facciamo un passo indietro. Tutto era nato quando, alla fine degli anni Novanta, il ministro Luigi Berlinguer, adeguando le norme a quelle europee, aveva introdotto la laurea triennale. Laurea alla portata di chi, avendo accumulato anni d' esperienza nel suo lavoro, poteva mettere a frutto questa sua professionalità grazie al riconoscimento di un certo numero di quei «crediti formativi» di cui dicevamo. Un' innovazione di per sé sensata. Ma rivelatasi presto, all' italiana, devastante. Colpa del peso che da noi viene dato nei concorsi pubblici, nelle graduatorie interne, nelle promozioni, non alle valutazioni sulle capacità professionali delle persone ma al «pezzo di carta», il cui valore legale non è mai stato (ahinoi!) abolito. Colpa del modo in cui molti atenei hanno interpretato l' autonomia gestionale. Colpa delle crescenti ristrettezze economiche, che hanno spinto alcune università a lanciarsi in una pazza corsa ad accumulare più iscritti possibili per avere più rette possibili e chiedere al governo più finanziamenti possibili. Va da sé che, in una giungla di questo genere, la gara ad accaparrarsi il maggior numero di studenti è passata attraverso l' offerta di convenzioni generosissime con grandi gruppi di persone unite da una divisa o da un Ordine professionale, un' associazione o un sindacato. Dai vigili del fuoco ai giornalisti, dai finanzieri agli iscritti alla Uil. E va da sé che, per spuntarla, c' è chi era arrivato a sbandierare «occasioni d' oro, siore e siore, occasioni irripetibili». Come appunto quei 124 crediti su 148 necessari alla laurea, annullati solo dopo lo scoppio di roventi polemiche. Un andazzo pazzesco, interrotto solo nel maggio 2007 da Fabio Mussi («Mai più di 60 crediti: mai più!») quando ormai buona parte dei buoi era già scappata dalle stalle. Peggio. Perfino dopo quell' argine eretto dal predecessore della Gelmini, c' è chi ha tirato diritto. Come la «Kore» di Enna che, nonostante il provvedimento mussiano prevedesse che il taglio dei crediti doveva essere applicato tassativamente dall' anno accademico 2006-2007, ha pubblicato sul suo sito internet il seguente avviso: «Si comunica che, a seguito della disposizione del ministro Mussi, l' Università di Enna ha deciso di procedere alla riformulazione delle convenzioni» ma «facendo salvi i diritti acquisiti da coloro che vi abbiano fatto esplicito riferimento, sia in sede di immatricolazione che in sede di iscrizione a corsi singoli, nell' ambito dell' anno accademico 2006-2007». Bene: sapete quanti studenti risultano aver preso la laurea triennale nell' ateneo siciliano in meno di due anni grazie ad accordi come quello con i poliziotti (76 crediti riconosciuti agli agenti, 106 ai sovrintendenti e addirittura 127 agli ispettori) che volevano diventare dottori in «Mediazione culturale e cooperazione euromediterranea»? Una marea: il 79%. Una percentuale superiore perfino a quella della Libera università degli Studi San Pio V di Roma: 645 precoci su 886, pari al 73%. E inferiore solo a quella della Tel.M.A., l' università telematica legata al Formez, l' ente di formazione che dipende dal Dipartimento della funzione pubblica: 428 «precoci» su 468 laureati. Vale a dire il 91,4%. Che senso ha regalare le lauree così, a chi ha l' unico merito di essere iscritto alla Cisl o di lavorare all' Aci? È una domanda ustionante, da girare a tutti coloro che hanno governato questo Paese. Tutti. E che certo non può essere liquidata buttando tutto nel calderone degli errori della sinistra, come ha fatto l' altro ieri Mariastella Gelmini dicendo che di tutte le magagne universitarie «non ha certo colpa il governo Berlusconi che, anzi, è il primo governo che vuol mettere ordine». Sicura? Certo, non c' era lei l' altra volta alla guida del ministero. Ma la magica moltiplicazione delle università (soprattutto telematiche), la corsa alle convenzioni più assurde e il diluvio di «lauree sprint», lo dicono i numeri e le date, è avvenuta anche se non soprattutto negli anni berlusconiani dal 2001 al 2006. E pretendere oggi una delega in bianco perché «non si disturba il manovratore», è forse un po' troppo. O no?




Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. università gian antonio stella

permalink | inviato da zemzem il 26/10/2008 alle 15:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
26 ottobre 2008
Recita anti Gelmini Pdl: bimbi plagiati
  Corriere della Sera, Flavia Fiorentino, 26 ottobre 2008


 

ROMA - Va in scena la recita anti-Gelmini e il copione finisce ai carabinieri. In una quinta elementare della «Tittoni» di Bracciano, in provincia di Roma, alcuni insegnanti avrebbero organizzato uno spettacolino «offensivo per le istituzioni», secondo due consiglieri dell' opposizione (Pdl). Ora spetta alla magistratura verificare se davvero i bambini siano stati plagiati, «costretti ad imparare a memoria il testo anti Gelmini». Un bimbo interpreta Berlusconi, una bimba il ministro Gelmini. Hanno il naso da Pinocchio e delle forbici in mano. «Mi consenta, cara ragazza - dice il mini premier - lei è giovane, creativa, vuole rinnovare. Ma i tagli che vuole il ministro dell' Economia sono altri... deve tagliare posti di lavoro, classi, scuole. E la mini Gelmini replica: «E che ci vuole? Si fa in un attimo. Bastava essere più chiari». Ai bambini sarebbe stato consegnato anche un volantino con l' invito ai genitori per un corteo anti-Gelmini in programma domani.

25 ottobre 2008
Dopo la pantera il gattopardo
 

 Il Foglio, Cesare Lombroso, Roma, 25 ottobre 2008

Non conosco i dettagli del progetto di riforma del ministro Gelmini per l'università. Fa una certa impressione comunque, vedere condividere la protesta dagli studenti e dai professori universitari, i baroni, discendenti delle dinastie che da anni dominano l'università italiana, senza altro merito che il diritto di famiglia, con i risultati accademici che sono sotto gli occhi di tutti.
Potrei anche non condividere l'analisi e le soluzioni proposte dalla Gelmini, ma non riesco a fare giustizia di un dubbio: come si concilia la difesa della nostra scuola quale essa è con la constatazione che i nostri studenti sono agli ultimi posti nelle graduatorie internazionali di istruzione?

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. lettere università

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 23:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Gelmini, nessun passo indietro e con gli studenti salta il dialogo

Il Messaggero, Maria Lombardi, 25 ottobre 2008


I primi colloqui si consumano in una manciata di minuti. I rappresentanti degli studenti in lotta entrano al ministero di viale Trastevere ed escono subito, senza nemmeno accettare l`invito di Mariastella Gelmini a sedere al tavolo per discutere: lei ferma a difendere la bontà del- la sua rifonna, loro immobili nel replicare le ragioni della protesta. Il dialogo arriva alla fi- ne, quando si presentano in giacca e cravatta i portavoce degli uiversitari "amici" del governo e parlano di «confronto sincero». Un tavolo riuscito solo a metà, quello convocato dal ministro dell`Istruzione per raccogliere la voce dei ragazzi delle associazioni e spiegare il suo punto di vista.

«Mariastella parla con noi», la martellante cantilena che un megafono diffonde sulle scalinate del ministero fa da sottofondo alle dichiarazioni dei ragazzi sul mancato confronto.

Lei, Mariastella. la sfida l`ha accettata, ma non riesce ad ammorbidire la protesta. «Bisogna cambiare - ripete agli studenti delle sigle che fanno parte dei forum delle associazioni invitati a viale Trastevere - in Italia non si spende poco, ma si spende male». E via con i numeri, quelli già noti: 94 università in Italia, più 320 sedi distaccate, 37 corsi di laurea con un solo studente, 5.500 insegnamenti e nemmeno un ateneo del nostro paese tra i migliori 150 del mondo. Ce n`è abbastanza per imporreun cambiamento. «Ragazzi, la scuola e l`università così come sono vi soddisfano?», chiede ammiccante la Gelmini. Nessun cedimento però sulla linea, le nonne sono quelle. No, che non ci piace questa scuola e questa università, la risposta dei ragazzi è unanime. Ma quelli che la sfidano nelle piazze (Uds, Udu, Rete) aggiungono: questa riforma ci piace ancora meno.

«Egregio ministro, ci sentiamo costretti a manifestare tutto il nostro malessere per questo tardivo, fittizio e strumentale giro di consultazioni». Comincia così la lettera che Roberto lovino, a nome dell`Unione degli studenti (una sigla di sinistra «a ispirazione sindacale») consegna al ministro. «Non ci siamo seduti al tavolo», racconta il coordinatore nazionale sudato nel suo pullover rosso. «Le abbiamo detto che il dialogo si potrà aprire solo dopo che avrà ritirato i provvedimenti». E cioè, il decreto legge 137 e la legge 133.

Resta in piedi di fronte la Gelmini, anche Federica Musetta, rappresentante dell`Unione degli universitari. La stessa cosa fanno i portavoce della Rete degli studenti medi ed universitari. Espongono i loro dubbi, i ragazzi della Fuci (uni- versitari cattolici) che non condividono «il metodo e i tagli».

Elegante in un abito grigio, Giovanni Donzelli, presidente nazionale di- Azione universitaria, vicina all`ex An, spiega che lui al tavolo si è seduto perché condivide «rivoluzione del merito, trasparenza, tagli dal momento che nelle università ci sono troppi sprechi». E la protesta? «Non l`appoggiamo, anzi ci scandalizza vedere i rettori e i prof con gli striscioni e gli studenti che si lasciano strumentalizzare così». Il loro slogan, «meno atenei, più università».

Non siamo contro il ministro, dicono quelli di Azione studentesca, «ma contrari al 7 in condotta».

E mentre a viale Trastevere si facevano prove di dialogo, nel resto d`Italia la protesta andava avanti con occupazioni, autogestioni, lezioni all`aperto e cortei. Raduno di studenti al Circo Massimo, a Roma, e poi sit-in al Senato e Montecitorio, dove il fisico Giorgio Parisi fa una lezione: «Oggi Eistein sarebbe un precario».


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Mariastella Gelmini

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 22:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
«Facinorosi in piazza» Nuovo affondo del premier

 Corriere della Sera, Paola di Caro, 25 ottobre 2008

ROMA - Si arrabbia perché i «titoli dei giornali» sono sbagliati un' altra volta, perché - giura - lui non ha «mai cambiato atteggiamento e giudizio» su come si devono affrontare le proteste degli studenti. E se mercoledì aveva detto che avrebbe dato disposizioni al ministro degli Interni perché la polizia intervenisse per riportare la legalità nelle università, e giovedì aveva negato di aver mai ipotizzato la presenza delle forze dell' ordine negli atenei, ieri da Pechino Silvio Berlusconi ha voluto riprecisare il suo pensiero: «Penso che lo Stato deve difendere i diritti dei cittadini. Se ci sono alcuni facinorosi che vogliono manifestare, manifestino pure. Hanno tutte le strade possibili e immaginabili per farlo, ma non devono impedire l' accesso degli altri e l' utilizzo da parte degli altri alle strutture pubbliche. Da quello che abbiamo visto, quando tantissime manifestazioni della scuola sono organizzate dalla estrema sinistra e dai centri sociali, si può ben dire che in queste manifestazioni ci sono dei facinorosi». Che non sono tutti quelli che protestano, si capisce, ma «sappiamo per certo, me lo ha confermato ieri Maroni, che sono proprio manifestazioni organizzate da queste entità. Sono piccoli gruppi, hanno il supporto dei giornali». Dal ministero degli Interni, il sottosegretario Alfredo Mantovano è cauto: al momento, dice, non sarebbero emerse «presenze preoccupanti» tra i manifestanti. Così l' allarme «facinorosi» fa riesplodere la polemica, fa dire a Massimo D' Alema che il premier «ci sta dando una mano a riempire la piazza» convocata per oggi a Roma dal Pd, e fa ironizzare Walter Veltroni: «Ormai faccio fatica a commentare, tanto tra un quarto d' ora lo smentisce. Risparmio la fatica...». Dall' Asia, arriva la controreplica del premier: «Non rispondo neppure, non è il caso. Sono abituato a ricevere calunnie», e sul dialogo conferma il suo niet: «Non esiste possibilità, non parlo con chi mi chiama dittatore». Insomma, il clima è accesissimo, nonostante sulla scuola nessuno nel centrodestra voglia davvero arrivare allo scontro aperto. Ieri il ministro Gelmini ha tentato di iniziare un dialogo con gli studenti, ricevendo delegazioni di varie sigle di organizzazioni studentesche, ma all' ultimatum dei ragazzi - si discute solo se «il decreto viene ritirato» - ha risposto picche: «Non lo ritiro. E non è vero che in Italia si spenda poco per l' istruzione, anzi siamo tra i primi d' Europa. Il problema è che si spende male». È comunque lo stesso Berlusconi a pensare a un piano «pacifico» per contrastare l' ondata di proteste. Ai suoi parlamentari ha infatti distribuito un opuscolo con illustrate le «buone ragioni» della riforma Gelmini e al contrario le «bugie» della sinistra che strumentalizza la protesta, e ha dato loro un compito: andare nelle scuole a spiegare «la verità», organizzare sul territorio punti di informazione, gazebi, iniziative per convincere chi protesta che la riforma non porterà a riduzione di ore scolastiche o a tagli di budget. Dunque la strada da privilegiare sembra restare quella della persuasione, e per dirla con il leghista Roberto Cota, dell' «equilibrio» tra «il diritto a manifestare, e quello a studiare».


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. silvio berlusconi facinorosi

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 22:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Lecce, liceali a volto coperto devastano le scuole di chi non protesta

Corriere della Sera, 25 ottobre 2008


 LECCE - Sassi contro le scuole che fan lezione. Parecchi istituti superiori di Lecce ieri sono stati presi di mira da gruppetti di giovani che, con il volto coperto da sciarpe e passamontagna, ne hanno centrato le vetrate con sassi e ne hanno devastato androni e atrii. Al termine, il bilancio è stato di sei scuole danneggiate e dieci giovani, tra i quali parecchi minorenni, portati in questura per l' identificazione, anche se al momento nessuno risulta indagato. Ma per questa mattina sono previste altre manifestazioni: tra gli studenti il passaparola invita a una concentrazione in piazza Palio. Il questore Vittorio Rochira ha disposto il potenziamento dei controlli vicino alle scuole. Il prologo dei disordini risale a giovedì, quando tra gli studenti circolano sms che invitano all' occupazione di tutte le scuole della città. Obiettivo parzialmente mancato: in alcuni istituti le lezioni si svolgono in modo normale. E sono proprio questi ad essere presi di mira dai vandali: i licei scientifici Banzi e De Giorgi, i classici Palmieri e Virgilio, gli istituti tecnici Costa, Calasso e Deledda, il magistrale Siciliani. Occupato l' istituto Fermi. Il copione è semplice. In città si snodano tre cortei, tutti non autorizzati dalla questura. Quando uno dei serpentoni passa vicino alle scuole «in funzione», dal gruppo si stacca un drappello di giovani che si nasconde il viso e inizia la sassaiola. Al De Giorgi e al Costa i teppisti si spingono all' interno della scuola, sfasciando sedie e mobilio degli androni. Il presidente della Provincia, Giovanni Pellegrino (Pd), è pronto a costituirsi parte civile contro i responsabili dei raid: «Manifestare è un principio di democrazia e trovo giusto che gli studenti interloquiscano sul destino della scuola. Ma questi comportamenti contraddicono tale diritto». Mentre la vicesindaco, Adriana Poli Bortone, osserva: «Comprendo cosa vuol dire manifestare, anche io ho fatto il ' 68 e so quanto siano coinvolgenti questi contesti, ma un conto è la goliardia, altra cosa sono gli atti di pura inciviltà». E aggiunge amara: «Quando ero sindaco e si verificavano fatti simili chiamavo i giovani responsabili e le loro famiglie per cercare con loro di trovare la forma per ripagare in qualche modo il danno provocato: tutto inutile. Mi accorgevo di avere di fronte ragazzi arroganti e famiglie molto deboli».

25 ottobre 2008
Studenti, blitz all' Auditorium Scontro con polizia e carabinieri

 Corriere della Sera, Fabrizio Caccia, 25 ottobre 2008


ROMA - La «zona rossa» stavolta è il Red Carpet. E quattro di loro, dribblando poliziotti e carabinieri, alla fine ci arrivano. Sono quattro studentesse della Sapienza (una di Psicologia, una di Scienze Politiche, due di Lettere), corrono più di tutti, raggiungono il tappeto rosso del «Festival del Cinema» in pieno svolgimento all' Auditorium e riescono a srotolare uno striscione: «Pay Attention (fate attenzione, ndr) Movimento Irrappresentabile». Sono le sette di ieri sera, missione compiuta, il movimento universitario («Siamo l' onda che vi travolge», «Noi la crisi non la paghiamo») si guadagna così la scena internazionale. «Gelmini e Tremonti vi piace questo film?», gridano in coro gli studenti. E ancora: «Siamo qui per bloccare un brutto film», «Se ci bloccate il futuro, noi blocchiamo il cinema». Sono un migliaio, sono partiti in corteo dalla Sapienza, hanno riempito sette treni della metropolitana alla stazione Termini. Francesco Raparelli, dottorando, portavoce dei collettivi, spiega al megafono: «Volevamo un palcoscenico per portare all' attenzione internazionale i problemi dell' università. Ma questo è un altro spettacolo. Si spendono milioni di euro per la Festa del Cinema, mentre si tagliano otto miliardi alla ricerca». Loro vorrebbero arrivare in fondo all' obiettivo: un gigantesco sit-in sul tappeto rosso. Ma intanto le forze dell' ordine hanno serrato i ranghi e un cordone di poliziotti e carabinieri blocca la strada che porta al foyer. Vola pure qualche manganellata, cinque studenti contusi, si alzano cori all' indirizzo degli uomini coi caschi («Vergogna», «Noi non abbiamo paura») ma anche dal corteo qualcuno tira pile e accendini e due poliziotti vengono colpiti. Serata agitata, tanto più che a quell' ora all' Auditorium si proietta il film sulla banda Baader Meinhof, i terroristi tedeschi della Raf. Sono minuti di caos, cameramen e fotografi impazziti, mentre l' ex ministro Rocco Buttiglione sfila sul Red Carpet sorridente. Per un po' si chiudono i cancelli, il pubblico pagante non riesce più a entrare, chi è già dentro solidarizza con gli studenti: «Non li picchiate». Poi, per fortuna, tutto si placa. Gli universitari si accontentano del risultato raggiunto, protestano a mani alzate per sottolineare che il movimento resta pacifico. Le studentesse che avevano srotolato lo striscione (subito sequestrato) vengono identificate e rilasciate. All' uscita, una di loro, Chiara B., 21 anni, di Psicologia, sale sulle spalle di un compagno e racconta al megafono l' impresa, salutata da mille applausi


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. protesta studenti università

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 22:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
I figli dei vip di sinistra? Tutti alle scuole private

Il Giornale, Antonio Signorini, 25 ottobre 2008


Roma Tanta preoccupazione per la scuola pubblica si può spiegare solo come un atto estremo di altruismo, visto che quando si tratta di decidere il destino dei figli un bel pezzo di centrosinistra si orienta direttamente verso le scuole private. E magari straniere. Sorprende, insomma, tanta acrimonia nei confronti del ministro Gelmini, visto che non sono pochi gli esponenti della sinistra che di contatti diretti con la riforma della scuola, non ne avranno mai. Lo ha candidamente ammesso Michele Santoro nel corso dell’ultima puntata di AnnoZero, tutta dedicata alla scuola e alla nuova ondata di contestazioni studentesche.

Voleva dimostrare al leghista Roberto Cota quanto fosse sbagliata l’idea di «classi ponte» per insegnare la lingua straniera ai figli di immigrati. In sintesi: l’integrazione è facilissima anche quando un bambino si trova in un’aula dove tutti parlano una lingua che non sa. Per spiegarlo ha riportato, con comprensibile orgoglio paterno, l’esempio della figlia che frequentaunascuola straniera «e già parla un’altra lingua ». Applausi. Non si sa se dedicati alla bravura della bimba poliglotta o all’accostamento tra chi frequenta il costoso istituto francese «Chateaubriand», con l’obiettivo di diventare bilingue edevitare le storichecarenzedella scuola italiana, e i figli degli immigrati alle prese con la durissima battaglia per l’integrazione.

Ospite della trasmissione, il segretario Ds Walter Veltroni. Dei suoi investimenti immobiliari e formativi a New York a favore della figlia si sa già tutto. D’altro canto il Pci non c’è più. E con i comunisti è scomparso anche il divieto non scritto che vigeva per i dirigenti:mai iscrivere i figli alle private. Lo conferma il caso diGiovanna Melandri, la cui prole è stata affidata all’istituto privato «San Giuseppe». Si dice che l’esponente Pd abbia anche cercato di fare entrare la figlia inuna scuola inglese. La stessa - la «Rome International School» - scelta dall’ex parlamentare di Rifondazione comunista Franco Russo, ansioso di dare un’educazione un po’ amerikana ai discendenti.

Niente pubbliche o comunali anche per i nipoti di Fausto Bertinotti, iscritti a suo tempo ad un prestigioso asilo romano dal metodo di insegnamento rivoluzionario. Ma a pagamento. E in effetti non è sempre la caccia alla lingua straniera la molla che fa scappare i genitori democratici dalle pubbliche. È il caso dell’ex ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni, contestato dai giovani del centrodestra per aver mandato il figlio ad un Liceo scientifico paritario di Viterbo, proprio negli anni in cui era in carica nel dicastero di viale Trastevere.

La seduzione del privato-straniero ha fatto breccia anche tra i più intransigenti girotondini. È il caso di Nanni Moretti, il cui figlio frequenta la scuola americana di Roma, la «Ambritt». Stessa scelta per il discendente di un vero e proprio outsider del Partito democratico: Mario Adinolfi. Proprio in questi giorni l’ex esponente del Ppi, per sua stessa ammissione allergico alle occupazioni, ha lodato la nuova ondata di studenti contestatori vedendoci l’embrione di un «conflittogiovanile di massa contro queste destre ». Chissà se anche dalle parti della scuola americana di Roma farà breccia l’atteso nuovo Sessantotto. 

Scuola privata catanese anche per le figlie diAnnaFinocchiaro, presidente dei senatori Pd. Al club del «no alle statali» si è iscritto anche Francesco Rutelli, Anche lui negli ultimi giorni si è espresso, non tanto a favore della protesta studentesca, quanto controla linea «dura» di Berlusconi. Sicuramente nessuna delle sue due figlie dovrà subire interruzioni delle lezioni:unaè iscritta al liceo privato «Kennedy» e l’altra alla prestigiosissima «San Giuseppe De Merode», scuola convista su Piazza di Spagna.Da quelle parti di okkupazioni, e cortei, se ne vedono pochi.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. La Sinistra

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 18:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Non è il 77 ma io prenderei misure

 

 

Il Sole 24 Ore, Francesco Cossiga, 25 ottobre 2008

 Caro Direttore, non perché sia un suo amico ed estimatore da lungo tempo, ma ritengo che uno dei più begli articoli sulle agitazioni in atto nelle università, nelle scuole medie e in quelle elementari sia quello scritto da Stefano Folli sul giornale da te diretto.

Forse io sono troppo legato ad una visione del passato, ma credo di essere uno dei pochi sopravvissuti della prima repubblica (il mio "ministro ombra" Ugo Pecchioli, ormai dimenticato e quasi "censurato" dai suoi vecchi compagni, non c`è più) che ricordi come è nato e si è sviluppato il terrorismo nel nostro Paese. Quando accaddero i fatti di Valle Giulia - io ero sottosegretario di Stato alla Difesa con la delega per l`Arma dei Carabinieri -, e cioè il primo violento scontro del movimento studentesco con le forze di polizia, carabinieri e appartenenti all`allora corpo militare delle guardie di pubblica sicurezza (furono molto più numerosi i carabinieri e le guardie ferite che non i... pacifici studenti!), chi avesse preconizzato la degenerazione terroristica e avesse anche solo ipotizzato la nascita di organizzazioni del "partito armato", sarebbe stato considerato un visionario o un provocatore "fascista". E per lungo tempo il partito comunista ed anche parte del partito socialista solidarizzavano nel 1974-1976 con gli "occupanti". Fino al 1976 il problema posto con forza dalle sinistre -ricordo una riunione a Palazzo Chigi presieduta da Aldo Moro cui io partecipai come ministro per la Funzione pubblica e segretario del Comitato interministeriale per l`ordine pubblico - non era quello di come affrontare, anche sul piano sociale, la montante marea di quella che allora gli universitari occupanti chiamavano, al canto di "Bella ciao!", la "Nuova Resistenza", ma il problema del disarmo della polizia e dei carabinieri in servizio di ordine pubblico.

Tutto cambiò quando Luciano Lama, da me scongiurato di non andare a tenere un discorso all`Università de La Sapienza, occupata, ne fu cacciato via con il suo servizio d`ordine da una folla di universitari occupanti sotto un lancio di cubetti di porfido, come ben racconta Lucia Annunziata in un suo sincero e coraggioso libro, che porta ancora come ricordo nella sua borsetta uno di quei cubetti di porfido.

Quello fu l`inizio di un cambiamento radicale e a me ministro dell`interno fu data mano libera: e l`università fu sgombrata in poche ore, non certo con il puro e semplice "confronto" e "dialogo", ma con forme di "confronto" e "dialogo" un po` più dure... Oggi la situazione è certo diversa e universitari, studenti medi e bambini delle elementari manifestano non contro, ma insieme e capitanati da professori universitari, da professori di scuola media e elementari; ma ho sentito usare una antica terminologia:

"scuola democratica", "nuove forme di insegnamento", "gestione socializzata", e cioè un progetto che, ma quanti oggi lo ricordano? Aldo Moro e Alessandro Natta, normalista di Pisa, chiamavano: "un progetto per una scuola di asini"! Ho letto con preoccupazione un articolo apparso su L`Unità, non più giornale fondato da Antonio Granisci e organo del partito comunista, ma rotocalco a colori di "varia umanità", nel quale mi ricordano che io...

diedi l`ordine ai carabinieri di uccidere prima un militante di Lotta Continua, una cui pacifica formazione aveva aperto il fuoco contro un reparto dell`Arma, poi Giorgiana Masi e poi, sotto sotto, in combutta con la Cia e la P2 anche Aldo Moro. Ma queste cose in fondo un anno fa le aveva "quasi" dette anche l`amico Fassino, sostenendo che nel caso Moro la linea della fermezza era stata un tragico errore compiuto dalla DC, dato che come è noto il Pci di Berlinguer e Pecchioli era... trattativista...

Non dico che da questo confuso "movimiento" (un po` di Fidel Castro e di Hugo Chavez ci sta bene...) possa rinascere il terrorismo, ma qualche misura l`adotterei. La maggioranza dovrebbe ritirare il decreto-legge Gelmini, far diventare tutti gli insegnanti universitari professori di prima fascia, far entrare in ruolo non solo i precari ma anche i laureati, stabilire che nella scuola elementare i maestri ruotano ogni mezz`ora di orario, introdurre il "18" obbligatorio negli esami universitari, stabilire il passaggio automatico da una classe all`altra dalla scuola elementare fino alla maturità, e così via.

Da parte sua il Partito democratico per essere credibile dovrebbe dare alla manifestazione al Circo Massimo un profilo meno legalitario: qualche automobile bruciata, qualche vetrina sfondata, qualche carabiniere picchiato; e poi il Partito Democratico dovrebbe gestire con forte cipiglio il "movimento": qualche slogan come "Berlusconi boia!", "se vedi un punto nero spara a vista, o è un carabiniere, e, perché no? o è un prete o è un fascista" certo aiuterebbe...


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. francesco cossiga protesta studenti lettere

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 17:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
Scuola in rivolta: diritti senza doveri

Corriere della Sera, Piero Ostellino, 25 ottobre 2008



 Gli studenti manifestano contro la riforma della scuola. È un loro diritto. Lo sarebbe anche se non sapessero di che parlano; del che li accusa il ministro della Pubblica istruzione. Per manifestare, non è obbligatorio sapere perché si manifesta. Ci mancherebbe. Se così fosse, non ci sarebbero più manifestazioni in Italia. O quasi. Manifestano anche i docenti universitari. È un loro diritto. Lo è anche dirsi progressisti, dopo aver manifestato contro tutte le riforme dell' università proposte da ministri di ogni colore, in nome dello status quo. Ci mancherebbe. Se così non fosse, non si saprebbe più chi sono i progressisti e chi sono i conservatori. O quasi. Sai che guaio. I media si chiedono, e chiedono ai loro lettori, se sia giusto che la polizia intervenga. Anche porre domande sbagliate è un diritto. Ci mancherebbe. Se così non fosse, sarebbe impossibile dire che progressisti sono quelli contrari all' intervento - ma chi non lo sarebbe, rispondendo a una domanda tanto generica? - e reazionari quelli favorevoli; ma chi lo è in questo caso? A me pare, perciò, che la domanda sia mal posta. La domanda corretta - ma che temo metterebbe in imbarazzo qualche «progressista» - dovrebbe essere questa: è giusto che la polizia intervenga e la magistratura si pronunci, sanzionando i responsabili, nel caso di interruzione delle lezioni, di danneggiamento degli edifici? A me non pare sia un diritto quello di una minoranza che - è accaduto in questi giorni - occupa una università, impedisce a migliaia di altri studenti di seguire i corsi, strappa il microfono dalle mani di un docente che voleva continuare a tenere lezione e cerca di ficcarglielo in quel posto. Posso ricordare - senza incorrere nell' accusa di essere un reazionario - che la legge definisce reato l' interruzione di pubblico servizio? Non sono neppure d' accordo con quei presidi e rettori che hanno sospeso l' attività didattica, non hanno chiesto l' intervento delle forze dell' ordine, e un pronunciamento della magistratura, «per evitare guai». Posso insistere che il loro comportamento mi sembra omissione di atti d' ufficio? Ma qui casca l' asino. Una sentenza, del 30 marzo 2000, della Seconda sezione penale della Cassazione dice che «la scuola costituisce una realtà non "estranea" agli studenti, che contribuiscono e concorrono alla sua formazione e al suo mantenimento: nel senso, cioè, che gli studenti non sono dei semplici frequentatori... ma soggetti attivi della comunità scolastica a mezzo di una partecipazione... che conferisce loro un ben più incisivo potere-dovere di collaborazione... nonché di iniziativa per il miglioramento delle strutture e di programmi di insegnamento; e non sembrando, invero, configurabile un loro limitato diritto di accesso all' edificio scolastico nelle sole ore in cui è prevista l' attività didattica in senso stretto». Occupare è, dunque, un diritto e persino un dovere. Mah. È lecito dubitarne senza incorrere nell' accusa (da parte di Di Pietro e compagnia di giro) di oltraggio alla magistratura e (da parte di «progressismo continuo») di reazionarismo?


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. protesta studenti

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 16:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 ottobre 2008
La lezione di piazza Duomo

La Repubblica, Curzio Maltese, 25 ottobre 2008

MILANO - Nei capannelli di piazza del Duomo da sempre si dà appuntamento il luogo comune reazionario delle maggioranze silenziose milanesi. Nel mezzo degli anni Settanta, nella bufera delle lotte operaie e studentesche, qui lo slogan vincente era "ma andate a lavorare, barboni!". Figurarsi oggi, in fondo a un trentennio asfaltato da Craxi, Bossi e Berlusconi.

Ieri mattina, mentre i capannelli di anziani discutevano se aveva più ragione il Feltri a scrivere che la polizia doveva "manganellare gli studenti nelle parti molli", oppure il Cossiga a volerli "mandare tutti all'ospedale, senza pietà", si sono presentati i ragazzi dell'Onda milanese con i banchetti per tenere le lezioni in piazza. La prima, bellissima, del professor Roberto Escobar, filosofo della politica e raffinato recensore della pagina culturale del Sole 24 Ore, sul tema attualissimo: "Paure e controllo sociale". I capannelli si sono ritratti schifati. "Occhio, sono quelli là, i balordi del Leoncavallo".

Il Leoncavallo era un famoso centro sociale degli anni Settanta, rimasto da allora un mito più per la destra che per la sinistra. Nessuno ha trovato ancora il coraggio di comunicare ai pensionati di piazza del Duomo, ai consiglieri di An in giunta, a Berlusconi stesso e alle redazioni di Libero e Giornale che purtroppo il Leoncavallo, sentina di tutti i mali, covo di comunisti drogati, non esiste più da anni. L'hanno deportato a Greco ed è ridotto a un locale di reduci. I ventenni di oggi semmai si trovano al centro sociale Il Cantiere, in via Monterosa, o in quelli della Bicocca. Comunque Roberto Escobar non ha proprio l'aria dell'agitatore rosso, in più non parla in professorese e ha un bel senso dell'umorismo, quindi alla fine qualche benpensante si è staccato dal gruppo, con passo timido, verso l'adunata di sovversivi.


C'è un'astuzia da guerriglieri mediatici degli studenti milanesi, pochi e accerchiati nella roccaforte del Cavaliere, che meriterebbe di essere studiata dall'opposizione, dalla sinistra. Se a Milano la sinistra non si fosse estinta da tempo. "Saremo imprevedibili", avevano promesso e hanno mantenuto. Il rapporto di studenti mobilitati, rispetto a Roma, è di uno a dieci. Per non parlare dei professori "fiancheggiatori", quatto gatti. Eppure riescono a far parlare di sé ogni giorno.

Si dividono pezzi di città sulle cartine, come l'altro giorno per il blocco del traffico, e danno l'impressione così di essere moltissimi. Nell'aula della Statale che fu il tempio dei liderini sessantottini, da Capanna a Cafiero, specialisti nel discettare sulle prospettive planetarie del capitalismo, assisto a un collettivo sul tema della comunicazione. Discorsi ruvidi ma affascinanti. Del tipo: "Occupazioni, slogan, cortei, tutta roba che puzza di vecchio. Dobbiamo inventarci ogni giorno una cazzata buona per i notiziari, fare come lui. Il Berlusca quando deve distrarre l'attenzione dal taglio del tempo pieno che fa? Scatena il dibattito sul grembiulino". E quindi vai con le trovate. Un giorno la lezione in piazza sfidando i capannelli, un altro il sit-in coi libri sulle linee del tram, un altro ancora i messaggi in bottiglia da distribuire ai passanti, poi la festa aperta a tutti ("un momento ludico ci vuole"). "Qualcuno ha un'altra idea?". Sembra una riunione creativa di pubblicitari.

Marco prende la parola: "Bisogna trovare il modo di non farsi criminalizzare. Di non farsi fottere come i lavoratori dell'Alitalia o i fannulloni dell'impiego pubblico o gli immigrati delinquenti. Se ci trovano un'etichetta, tipo che siamo comunisti o non vogliamo studiare, ce l'abbiamo nel c...". Per ora, in qualche modo, ce l'hanno fatta a sfuggire all'iscrizione nelle liste nere del nuovo maccartismo. A svicolare dalla caccia alle streghe che concentra ogni volta la rabbia di tanti contro una micro categoria in genere di poveri cristi.

Hanno vent'anni, non sanno nulla del '68, poca roba del '77, non s'interessano di politica e neanche all'antipolitica. Non è un trucco per non passare "da comunisti". Soltanto negli ultimi dodici anni, dal '96 al 2008, l'astensionismo al voto dei ventenni è raddoppiato, dal 9 al 18 per cento. Ma sono nati e cresciuti in pieno berlusconismo, nel cuore dell'impero, e hanno sviluppato gli anticorpi giusti. Oltre a una vera ossessione per la comunicazione. "È anche esperienza di vita", chiarisce Luca, 21 anni, Scienze Politiche "Per arrangiarci in fondo che facciamo? Lavoriamo al call center, facciamo i baristi, le consegne, qualcuno lavoricchia in pubblicità. Insomma tutto il giorno a contatto con il pubblico, la gente normale".

"E la prima regola per comunicare i contenuti di una lotta è non farsi etichettare dalla politica. Non saremo mai l'esercito di nessun partito", aggiunge una bella ragazza alta e mora, dal piglio lideristico. Età? 22 anni. Nome? Carlotta Cossutta. Parente? "Nipote". Una rivendicazione di autonomia politica dalla nipote dell'Armando Cossutta, il boss del Pci milanese, l'uomo di Mosca, il rifondatore del comunismo, fa un certo effetto. "Intendiamoci, ciascuno ha le sue idee. Ma qui si tratta di comunicare la sostanza. Oggi per esempio siamo qui a discutere del perché sui media ha avuto tanto spazio il piccolo scontro con la polizia dell'altro giorno e non gli argomenti contro la legge". Carlotta guida un gruppo di guerriglieri mediatici che ogni mattina fa monitoraggio su stampa, radio e tv, analizza, studia come "fare notizia".

Alcuni dimostrano un vero talento. La protesta a Scienze Politiche nasce per esempio da una rivista, Acido Politico, la migliore rivista universitaria di questi anni, creata, diretta e scritta quasi per intero fino all'anno scorso da uno studente, Leo. Per esteso il nome è Leonard Berberi, albanese, nato a Durazzo, arrivato in Italia a dieci anni, senza parlare una parola d'italiano. Nessuno l'ha messo in una classe differenziata, si è diplomato e laureato col massimo dei voti ed è arrivato primo al test di ammissione del master di giornalismo della Statale. Nel movimento milanese sono molti i figli di immigrati e moltissimi gli studenti del Sud. Alla ministra Gelmini, che lamenta l'eccesso d'insegnanti meridionali al Nord, bisognerà un giorno comunicare la percentuale di studenti meridionali nella più prestigiosa università milanese, la Bocconi: 45 per cento.

Il marketing del movimento milanese in ogni caso funziona e l'Onda comincia a ingrossarsi. Dal mondo dei docenti arriva solidarietà. Il preside di Scienze Politiche, Daniele Checchi, per primo ha proclamato un giorno di blocco didattico in appoggio alla protesta. La preside di Psicologia alla Bicocca, Laura D'Odorico, ha aderito con entusiasmo: "Era ora che gli atenei si svegliassero dalla rassegnazione decennale a tagli brutali fatti passare come riforme".

Lo stesso rettore della Statale, Enrico Decleva, finora assai tiepido, se n'è uscito a sorpresa con un'intervista a Radio Popolare in cui ha ammesso: "Con questi ultimi tagli la Statale non potrà chiudere il bilancio del 2010". Non è neppure vero che l'Onda milanese non faccia politica, almeno nelle alleanze. A cominciare dalla più classica, cioè sfruttare le divisioni nel campo nemico.

A Milano, in Lombardia, nelle università il vero potere e il vero consenso non è neppure berlusconiano: si chiama Comunione e Liberazione. Ovvero Formigoni. Ovvero uno che da mesi è impegnato, da destra, nel fare opposizione a qualsiasi iniziativa del governo. Non sarà un caso se uno dei Formigoni boys, Francesco Cacchioli detto "Bencio", responsabile della lista ciellina a Scienze Politiche, che incontro per i corridoi della Statale, dice: "Questa roba qui non è una riforma, è una completa idiozia, una serie di colpi di mannaia senza dietro alcun disegno politico. Noi cattolici finora abbiamo contestato certi modi, i picchetti, i cortei, roba di sinistra. Ma diciamo la verità, nella sostanza non è che abbiano proprio torto".


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Curzio Maltese protesta studenti

permalink | inviato da zemzem il 25/10/2008 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 ottobre 2008
Il ministro: "Basta bugie La sinistra sfrutta la scuola per alzare lo scontro"
 Il Giornale, Francesca Angeli, 18 ottobre 2008

 

Roma - «Quando tutti intorno si agitano mia nonna mi ha insegnato che è meglio stare fermi e mantenere la calma». Cortei, striscioni, proteste, marce, sit-in e notti bianche. Tutto intorno l’agitazione non manca. Ma il ministro Mariastella Gelmini si affida al saggio consiglio della nonna e prosegue il lavoro su quella materia incandescente che è il mondo della scuola.

Ministro condivide la proposta di classi-ponte per i bambini stranieri?

«Sono sincera: il termine classi-ponte non mi piace perché evoca un’idea di separazione tra bambini italiani e stranieri. La Lega però ha posto una questione reale e seria che va affrontata e risolta. All’asilo il problema non esiste: i piccoli nel giro di poche settimane si integrano perfettamente. Diverso il caso ad esempio di un dodicenne inserito in una classe della media senza conoscere una parola di italiano. Senza un supporto rischia davvero di non integrarsi e di isolarsi. Il governo investe risorse per organizzare corsi appositi che il ragazzo straniero potrà frequentare oltre alle ore che trascorrerà nella classe con i suoi compagni».

 

Nessuna separazione? L’opposizione vi accusa di voler operare una segregazione razziale.

«Non capisco perché ma la sinistra invece di cercare di risolvere i problemi preferisce dividersi ideologicamente arrivando come in questo caso ad evocare il razzismo che non c’entra proprio nulla. Questi corsi sono un’opportunità di integrazione in più».

 

Il ministro Tremonti minaccia il commissariamento delle Regioni se non presenteranno entro la fine di novembre il piano di dimensionamento degli istituti scolastici. Molti enti locali hanno annunciato il ricorso alla Consulta e sostengono che migliaia di scuole saranno cancellate.

«Nessuna scuola verrà chiusa. Si tratta di un accorpamento che riguarda la dirigenza e il personale amministrativo. E nel caso dei piccoli comuni di montagna non ci sarà neanche l’accorpamento. Ricordo alle regioni che i parametri per il dimensionamento degli istituti sono stati stabiliti con un decreto del ’98 varato dal governo Prodi e noi non li abbiamo inaspriti. Sono passati dieci anni e quella legge è rimasta inapplicata. Tremonti è cattivo? O sono le Regioni inadempienti? Non sarà il caso di dimostrare un po’ di buona volontà e smetterla di spendere il denaro pubblico dei cittadini laddove si può risparmiare? Vogliamo capire che lo spreco poi ricade su di noi? Tremonti chiede soltanto un comportamento più virtuoso da parte delle Regioni».

 

 

Con il dimensionamento avremo classi di trenta alunni?

«Un’altra fesseria. Dato che ci sono diecimila classi con meno di dieci alunni abbiamo previsto l’aumento di un punto di percentuale per classe, ovvero un alunno. Non credo che per un alunno in più in classe cascherà il mondo».

 

 

Molte università sono state occupate, ieri c’è stato lo sciopero dei Cobas e cortei in molte città. Ministro lei sostiene che molti tra i manifestanti non sanno neppure contro che cosa protestano.

«Il decreto appena varato dalla Camera non riguarda affatto le scuole superiori e gli Atenei dunque non capisco perché siano proprio questi a scendere in piazza».

 

 

Le università protestano contro i tagli previsti dalla Finanziaria

«La ricerca non viene toccata. E anche per gli Atenei io mi chiedo se può funzionare un sistema con 5.500 corsi di laurea. Io credo nel buono che c’è nella nostra Università e lo difendo ma l’offerta formativa oggi è slegata dal mondo del lavoro e non crea occupazione. Abbiamo un sistema troppo autoreferenziale e dobbiamo intervenire».

 

Alcuni genitori e insegnanti sono preoccupati per il ritorno del maestro unico.

«Io rispetto tutte le posizioni e sono disponibile al confronto con chi la pensa diversamente. Però a chi ieri era in piazza a protestare in buona fede voglio chiedere. Ma la scuola così com’è vi sta bene? Ma l’Università funziona? Vi sta bene che i nostri ragazzi siano sempre gli ultimi nelle classifiche internazionali per la loro preparazione? Io penso di avere il dovere di fare qualcosa per la nostra scuola non posso difendere lo status quo. Alla sinistra che in malafede ha scelto la scuola come terreno di scontro con il governo chiedo di smetterla di fare disinformazione sulla scuola dicendo bugie».

 

Quali?

«Non sparirà il tempo pieno. Grazie al ritorno del maestro unico che non prevede la compresenza potremo potenziare il tempo pieno. Non licenzieremo nessuno ma semplicemente operiamo il blocco del turn over. Non chiuderanno le scuole di montagna. Nelle medie le ore di insegnamento settimanali della lingua inglese passeranno da 3 a 5. E poi ci sono consistenti investimenti per l’innovazione tecnologica. Fondamentale poi sarà la razionalizzazione e la riorganizzazione degli istituti tecnico professionali».

 

Qual è il risultato cui tiene di più?

«Restituire ai docenti il rispetto e la considerazione che merita chi sceglie un mestiere che è una missione. Voglio che i nostri insegnanti siano motivati a fare bene il loro lavoro e siano ben pagati. Ed infatti 2 miliardi di euro di risparmi verranno usati per premiare i docenti più impegnati».


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Mariastella Gelmini

permalink | inviato da zemzem il 18/10/2008 alle 17:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 ottobre 2008
Scuola, cortei e blocchi Gelmini: non li capisco
 

Corriere della Sera, Marco Enrico, 18 ottobre 2008


 ROMA - Mezzi pubblici a singhiozzo nelle grandi città. Numerose scuole chiuse mentre aumentano gli istituti e le Università occupate. Disagi anche negli altri servizi pubblici. Traffico in tilt a Roma e Milano per le manifestazioni di studenti e lavoratori. Il sindacalismo di base (Cobas, Cub e Sdl) canta vittoria: parla di massiccia adesione allo sciopero generale di ieri e di milioni di persone in piazza. Al di là della solita tendenza degli organizzatori a gonfiare i numeri, è certo che sinistra antagonista, sindacati di base e movimento studentesco hanno prodotto una vistosa giornata di protesta. Contro la riforma scuola, primo bersaglio la ministra Mariastella Gelmini, accusata di tagliare fondi e occupazione nella scuola. E contro il governo: oltre a Silvio Berlusconi, i più bersagliati da slogan e attacchi sono stati i ministri Renato Brunetta e Giulio Tremonti. A Roma la manifestazione si è conclusa a piazza San Giovanni, la storica piazza del sindacato. Nel corteo c' era di tutto. In maggioranza insegnanti della scuola dell' obbligo e studenti. Soddisfatto per questo Piero Bernocchi, leader dei Cobas. Molti i bambini delle elementari, anche a Milano. A Roma tanti indossavano una maglietta verde con lo slogan: «Il futuro dei bambini non è la Gelmini». Un ragazzino portato per mano dal papà aveva addirittura un cartello con la scritta a pennarello: «La Gelmini mangia i bambini. Mattia». Come già in passato il centrodestra polemizza. «È sbagliato strumentalizzare i bambini portandoli nei cortei: è una cosa gravissima, e chi lo fa è un cattivo genitore», dice Maurizio Gasparri, capogruppo dei senatori del Pdl. Sotto una pioggia battente, un corteo di giovani è andato anche davanti al ministero dell' Istruzione, a Trastevere. Secondo Gelmini «la sinistra sta facendo una campagna di disinformazione» e molti dei manifestanti, «di cui non capisco le ragioni, in realtà non hanno letto il provvedimento». La ministra difende i suoi provvedimenti, dal maestro unico alle classi differenziate per gli immigrati: «È una questione didattica, il razzismo non c' entra», dice, mentre proprio ieri è arrivata una stoccata dal commissario europeo per gli Affari sociali, Vladimir Spidla, per il quale si tratta invece di ipotesi «difficilmente accettabili anche se l' Ue non può farci nulla perché in materia di scuola ogni singolo Stato dell' Unione è sovrano». Dal palco di San Giovanni improvvisato su un autocarro hanno parlato, oltre ai leader dei tre sindacati, studenti, insegnanti, precari e dipendenti pubblici, che lamentano i tagli alle voci accessorie dello stipendio, la riduzione del salario nei giorni di malattia, il mancato rinnovo dei contratti. In piazza anche un gruppetto di anarchici e qualche decina di militanti dei Carc dietro lo striscione «Contro il governo terrorista» che scandivano lo slogan: «Berlusconi e Gelmini farete la fine di Mussolini». Alcuni giovani hanno scritto sulle vetrine di una banca con le bombolette spray: «La crisi ve la pagate voi». Molti gli attacchi al governo per aver soccorso la finanza in crisi invece di aumentare i salari. Concetti rilanciati anche dal leader di Rifondazione, Paolo Ferrero, che ha partecipato alla manifestazione e da Giorgio Cremaschi della Cgil, che ha aderito anche lui «a titolo personale». Manifestazioni ci sono state anche a Firenze, Bologna, Genova, Venezia, Napoli, Palermo. Contro la Gelmini si scaglia anche il ministro ombra dell' Istruzione, Pina Picierno, a proposito dell' annunciata presenza della stessa Gelmini alla riunione domani del Parlamento leghista del Nord: «Che ne pensa il ministro Meloni (An) del comportamento della Gelmini?», chiede Picierno, appellandosi al valore dell' unità nazionale, bandiera di An. Infine, sei regioni (Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Marche, Puglia e Sardegna) hanno deciso di ricorrere alla Corte Costituzionale contro le norme della Finanziaria che riguardano la scuola.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Mariastella Gelmini

permalink | inviato da zemzem il 18/10/2008 alle 17:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
18 ottobre 2008
Sorpresa all' istituto arabo: le aule separate ci sono già
 

Corriere della Sera, Annachiara Sacchi, 18 ottobre 2008

 


MILANO - «Le classi ponte? Sì, da noi esistono già. Sono fondamentali per chi non sa una parola di italiano». Esperimento innovativo. Tanto più che quel «da noi» non è un dettaglio: indica la prima scuola araba d' Italia, nata a Milano nel 2006 tra polemiche e manifestazioni di piazza. Il fondatore, Mahmoud Othman, le ricorda bene. Ripensa a quando i leghisti - prima in via Quaranta, davanti al centro islamico, poi in via Ventura, mentre i bimbi egiziani entravano in aula - gridavano contro il suo istituto. Ora però sorride: «Finalmente le camicie verdi saranno contente di noi». Tre classi ponte alla «Nagib Mahfuz», la scuola straniera bilingue intitolata al premio Nobel per la letteratura, quella «costola di via Quaranta» che dovette lottare a lungo per ripulirsi dalla fama di «laboratorio clandestino per terroristi». Tre gruppi «paralleli» per aiutare i piccoli egiziani appena atterrati a Milano «a sentirsi come tutti gli altri». Esattamente come nelle intenzioni della Lega Nord. Il meccanismo è semplice, spiega Othman: «Il bambino che arriva da noi parlando esclusivamente l' arabo deve seguire per circa quattro mesi - da settembre fino a Natale - una full immersion di italiano. È la regola». Perché «non è giusto rallentare gli altri nello svolgimento del programma». E solo così «si creano gli italiani del futuro». Sembra di sentire parlare il leghista Roberto Cota, primo firmatario alla Camera della mozione sulle «classi d' inserimento». E invece no, è un imprenditore «egitto-ambrosiano» (così si definisce) a sciorinare gli effetti positivi del sistema. «I gruppi-paralleli sono tre perché non posso mettere un dodicenne di fianco a un bambino di sette anni». Ancora: «In questo modo nessuno si sente discriminato». E gli insegnanti «possono seguire tutti, senza lasciare indietro nessuno». Terminato il corso-ponte di italiano (per le lezioni in arabo ognuno torna nella sua sezione), il neoarrivato torna a far parte a tutti gli effetti della classe che corrisponde alla sua età. «Semplice no?». Sono lontani i tempi in cui i detrattori della «Nagib Mahfuz» erano convinti che lì, in via Ventura, si sarebbe insegnato solo il Corano. «Ora abbiamo anche alcuni alunni cristiano-copti (nessun italiano, ndr.)». L' obiettivo: «Che, dopo la terza media, tutti i nostri studenti siano liberi di andare alle superiori scegliendo liberamente: un istituto egiziano o uno italiano». Quanto poi alla mozione leghista, Othman non si tira indietro: «Cosa posso dire? Il progetto non è male». A due condizioni: «Che non nasconda un razzismo strisciante». E che «sia limitato nel tempo». Per capirsi: non più di qualche mese, «altrimenti i genitori si spaventano». Alla Mahfuz fanno così. E le cose funzionano: le richieste di iscrizione sono molto più numerose rispetto ai posti disponibili: «Stiamo cercando di ottenere qualche spazio in più».

 


 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Integrazione

permalink | inviato da zemzem il 18/10/2008 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 ottobre 2008
Scuola, una riforma necessaria
 

12-10-2008

LETTERA AL MINISTRO
di GUSTAVO SELVA

 

Gentile ministro Gelmini, era da diversi giorni che desideravo scriverLe questa “lettera aperta”, per solidarizzare pienamente con Lei, appoggiando in toto la sua riforma della scuola presentata dal Governo Berlusconi in Parlamento con un decreto legge. Il decreto legge era necessario se si voleva fissare una data precisa in cui le norme previste entrano in funzione. Ed è necessario non perdere tempo.
Il Presidente della Repubblica che dispone del potere costituzionale di autorizzare la presentazione dei decreti-leggi in Parlamento per la conversione in legge è stato d’accordo sul metodo legislativo proposto dal governo al Parlamento. Camera e Senato dispongono di sessanta giorni (un eternità nel nostro tempo!) per la maggioranza e per l’opposizione al fine di discutere e approvare una legge che dia finalmente all’ Italia un sistema scolastico di tipo europeo.
Mi preme, cara ministro Gelmini, di ricordare ai lettori che nel messaggio al Parlamento e ai consigliere regionali di inizio del suo mandato, il Presidente Napoiltano ha fatto una importante dichiarazione sul mutamento che di fatto è avvenuto nel sistema politico italiano dal 1994 in poi. Del messaggio del 15 maggio 2006 leggo il testo riguardante il governo: “L’ assunzione di responsabilità di governo da parte dello schieramento che è, sia pur lievemente, prevalso (allora si riferiva alla maggioranza di Prodi) rappresenta l’espressione naturale del principio maggioritario che l’Italia ha assunto da quasi un quindicennio come regolatore di una democrazia dell’alternanza. In soldoni Napolitano ha detto: quando lo schieramento che vince e sia pure lievemente prevale (la maggioranza parlamentare di Berlusconi è ampia) ha il diritto di governare, che vuoi dire realizzare il programma promesso agli elettori. La nostra scuola primaria, media e la stessa Università non sono più in grado di tenere il passo con quelle della Germania e della Francia, e in Italia,con la scuole private. Quando come è avvenuto venerdì scorso gli studenti fanno cortei che, con i loro slogan danno la dimostrazione di non avere neppure letto il testo del decreto, io arrivo a condividere le risposte di Franco Berardi (Bifo) alle domande del Corriere della sera sui partecipanti:
“Chi sono quei ragazzi?”. “La prima generazione che ha imparato più parole da un pc che dalla mamma con un problema più grande di tutti gli altri”. Quale? “Non la politica,non i partiti e neppure la solitudine. Hanno avuto un rapporto
sofferto con i propri genitori. Hanno un enorme bisogno di calore . La mia convinzione fondamentale è che a spingerli a stare insieme in un corteo non sia un’aspirazione politica comune. La maggior parte di loro non sa cosa sia un'organizzazione di sinistra. La spinta è di tipo terapeutico”. Se è così “la mamma” o il papà che li deve curare non può che essere una maestra o il papà un maestro. Una sola, uno solo, salvo gli specialisti, insegnanti di lingue o di religione o di ginnastica. La settimana scorsa io sono stato molte ore a Montecitorio per assistere alla discussione generale e a quella sugli emendamenti, entrambe già svolte in commissione. Non ho sentito altro che ripetere gli stessi argomenti, presentati spesso dagli stessi deputati che avevano parlato in commissione. In Europa l’insegnante unico nelle scuole elementari è un dato generalizzato che nessuno istituto pubblico ha modificato. L’insegnamento delle lingue è fatto con gli ausilii tecnologici più sofisticati e con un solo insegnante, però di lingua madre.
Noi siamo il paese che ha il più basso indice di conoscenza di lingue straniere, in particolare dell’inglese. Abbiamo per contro insegnanti in ogni scuola media e superiore che si lamentano per il carico di lavoro loro assegnato, e in parte dedicato non a stare con gli allievi, ma a svolgere pratiche amministrative e a fare riunioni di insegnanti con i dirigenti degli istituti, dipendenti amministrativi o con i sindacalisti.
La valutazione della condotta dell’allievo credo che non sia un rito antiquato, bensì un atto che va fatto con intelligenza e severità dall’insegnante. Ecco perché Lei, signora Ministro ha fatto benissimo a reintrodurre il voto che giudica il comportamento di ogni singolo allievo. Come mi sembra saggio che le valutazioni siano espresse non con una generrica aggettivazione bensì con i numeri che, come avviene nelle prove sportive, danno la definizione matematica del risultato raggiunto dallo studente. Non si scoraggi, Signora Ministro. Vada avanti perché le madri e i padri italiani vogliono vedere realizzato il programma che il Governo ha varato. Siamo alla 12° ora, se i giovani non capiscono che ne va del loro avvenire, saranno essi stessi le prime vittime dell’ arretrattezza del nostro sistema scolastico, dove populismo, vetero sindacalismo e finta autonomia della persona hanno raggiunto il degrado degli edifici sbrecciati e ricoperti di scritte opera di fasulli epigoni della modernità.

 




permalink | inviato da zemzem il 12/10/2008 alle 21:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 ottobre 2008
Eccellenze al sud, i test smentiscono l'OCSE
 


Il Sole 24Ore, Luigi Illiano, 12 ottobre 2008

 

ROMA
Lo Stivale capovolto. Quando la valutazione degli studenti è svolta dalle stesse scuole, produce risultati ribaltati rispetto a quelli che emergono da analisi compiute dall’esterno. Esempio concreto sono le misurazioni internazionali targate Ocse-Pisa, dove i ragazzi italiani si piazzano
- da molti anni — sul fondo delle classifiche sull’apprendimento in lettura, matematica e scienze. Negli stessi test, se si considerano le aree specifiche, le regioni del Nord arrivano anche a superare la media Ocse, mentre quelle del Sud si ritrovano sempre sotto.Dalle rilevazioni nazionali, emerge esattamente il contrario.
L’ultima conferma, in ordine di tempo, arriva direttamente dal Servizio statistico del ministero dell’Istruzione che ha pubblicato la «Rilevazione sugli scrutini finali ed esami di Stato conclusivi del primo e secondo ciclo». I risultati dicono che il Sud — a differenza del Nord — supera sempre la media nazionale nelle valutazioni, con voti più alti. Non solo: per integrare la ricerca l’Istruzione ha inserito sul proprio sito internet anche il numero delle eccellenze, ossia i diplomati con «100
e lode» nel 2007/08, distribuiti per Regione. La tabella conferma che il maggior numero di promossi con lode si registra al Sud.
Si potrebbe obiettare che si tratta di cifre poco comparabili, perché condizionate dall’arbitrarietà di giudizio delle commissioni d’esame, ma la divaricazione tra i risultati ottenuti resta. Per rendere il confronto più omogeneo, si possono utilizzare anche i risultati del primo e, per ora, unico test nazionale elaborato dall’Invalsi (Istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico), al quale sono stati sottoposti i ragazzi di terza media nell’ultimo esame di Stato. In pratica, il 17 giugno, l’Invalsi ha inviato alle scuole medie una prova nazionale unica, proprio sul modello Ocse-Pisa, allo scopo di rendere la verifica il più possibile simile ai criteri internazionali. Anche in questo, le risposte positive nel Sud hanno superato quelle del Nord. Responso che lancia più di qualche ombra sull’affidabilità dl test: potrebbe esserci stato un aiuto” dei docenti nella riso1uzione della prova. La verifica Invalsi ha coinvolto circa 56Omila iscritti in 5.923 scuole medie.
L’assenza di valutazione nel sistema scolastico italiano è stata rimarcata anche dal
«Quaderno bianco sulla scuola» presentato l’anno scorso dai ministri dell’Economia e dell’Istruzione. «Il prolungato insuccesso nell’avviare un sistema nazionale di valutazione sugli apprendimenti è un fattore importante del ritardo italiano», è scritto nel dossier, che ha sottolineato come i tentativi siano in corso da oltre quindici anni, senza risultato. «Il Quaderno è debole nell’analisi dei “perché” proprio a causa della mancanza del sistema di valutazione», fu l’ammissione e la premessa durante la presentazione della ricerca.
I risultati dell’esame di terza media sono chiari: su una media nazionale di alunni con «ottimo» pari al 17,2%, al Sud la percentuale si alza fino al 21,2% e al Nord crolla al 13,7%. Sempre alle medie, il test nazionale Invalsi (prime elaborazioni su un campione di 240 scuole) in matematica ha riscosso il 50,2% delle risposte corrette in totale: al Nord è del 48,8%, nel Meridione del 51,5%. Stesso riscontro per l’italiano, dove il test Invalsi, per la prova complessiva, ha fatto registrare il 68,7% nazionale, con il 67,1% al Nord, il 67,9% al Centro e il 70,8% al Sud.
I piazzamenti non cambiano guardando ai diplomati con «1oo e lode» a11 maturità Le prime quattro Regioni per numero di eccellenze sono Puglia (8o), Campania (460), Calabria (441) e Sicilia (368). La Lombardia ne ha solo 271 e il Veneto 206.
www.pubblica.istruzione.it




permalink | inviato da zemzem il 12/10/2008 alle 21:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
12 ottobre 2008
Quattromila scuole verso la chiusura
 

La Stampa 12-10-2008 Raffaello Masci

 

Quattromila scuole potrebbero sparire entro un anno, 816 solo in Piemonte. Non solo: la mannaia che imporrebbe questi tagli è stata «di
soppiatto» inserita in un decreto di tutt’altra natura. Un allarme in questo senso è stato lanciato dall’ex ministro Beppe Fioroni: «La norma sull’accorpamento e la conseguente chiusura degli istituti scolastici con meno di 500 alunni inserita dal governo in un decreto riguardante la Sanità conferma ciò che avevamo preannunciato in Aula, e cioè che per effettuare i tagli alla spesa scolastica imposti da Tremonti non basterà il ritorno al maestro unico e si arriverà a quello degli insegnati di sostegno». Il ministro ombra Mariapia Garavaglia, alla luce di tutto questo, ha lamentato la sorte delle scuole di montagna e di quelle delle piccole isole.
Possibile? Mariastella Gelmini pare si sia infuriata e, infatti, ha prontamente smentito: «Le dichiarazioni degli onorevoli Fioroni e Garavaglia sono incomprensibili ed arbitrarie. Non ci saranno la paventata chiusura di 4.000 istituti, né il taglio degli insegnanti di sostegno, né l’attacco all’autonomia degli enti locali».
Ma allora in questa storia che c’è di vero? Di vero c’è che entro il 2012 bisogna risparmiare 8 miliardi e fare a meno di 132 mila lavoratori tra docenti e non, con un inevitabile impatto anche sulla rete scolastica. Con una novità, e cioè che un decreto del governo dell’8 ottobre scorso (numero 154) prevede una data entro cui la mappa delle sedi da tagliare deve essere approntata dalle regioni: il 30 novembre.
Ma vediamo tutta questa materia più da vicino. La legge Bassanini del 1998 che istituisce l’autonomia scolastica, stabilisce che le scuole per poter essere un ente autonomo con tanto di preside devono avere almeno 500 allievi, con l’eccezione degli «istituti comprensivi» (che sono già di per sé un accorpamento, in quanto raccolgono tutto il percorso dalla materna alla media) per i quali il tetto è di 300 allievi. Fatta la legge, però, è cominciato il pianto dei sindaci per ottenere delle deroghe, che sono state elargite generosamente. Risultato: oggi 2.500 scuole autonome (su un totale di 10.760) hanno meno di 500 allievi e ben 600 istituti compresivi ne hanno meno di 300. La mannaia di Tremonti, dunque, punta unicamente a ripristinare quanto dice la legge. Ci sono però, nelle grandi città, ben 2.600 istituti che superano i 900 studenti e che avrebbero il diritto di essere smembrati. «Tra il troppo e il poco dunque -
commenta Massimo Di Menna, segretario della Uil scuola, che ha prodotto uno studio in cui viene simulato l’effetto dei tagli alla rete scolastica - noi prevediamo una riduzione di 800 scuole, con un risparmio di 2000 dirigenti tra presidi e direttori amministrativi e di un migliaio di personale di segreteria».
Fin qui poco male. Ma poi delle 41.862 scuole intese proprio come sedi fisiche (in burocratese definite «centri di erogazione del servizio») alcune dovranno essere chiuse, e lì comincia la guerra di trincea dei sindaci contro il ministero. «I tagli - spiega ancora Di Menna - prevedono degli automatismi: ad ogni direzione scolastica regionale viene accordato un certo organico di insegnanti in base al numero degli allievi, e con quello si deve coprire l’intero servizio sul territorio. I direttori regionali, a questo punto, sentiti gli enti locali, valutano quali sedi scolastiche possono essere accorpate, considerando che il 20% (pari a circa 8 mila scuole) ha meno di 100 allievi e il 10% ne ha meno di 50. Alcune, dislocate in luoghi disagiati di montagna o sulle piccole isole, dovranno necessariamente essere salvate, ma le altre?».
Si dovrà pensare a chiuderne alcune e a spostare i ragazzi, via scuolabus, nella sede più vicina che, quasi sempre, è a meno di 10 chilometri. Oppure si salveranno tutte le «scuolette», ma nelle grandi città le classi dovranno essere tutte di 33 alunni. Urge una mediazione. E se non si dovesse trovare entro il 30 novembre? Il decreto 154 parla chiaro:
il governo nominerà un «commissario ad acta», ed entro 15 giorni la scure di Tremonti si abbatterà.

 




permalink | inviato da zemzem il 12/10/2008 alle 19:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia
ottobre       




        clic




     
Cerca
Feed
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.



1 click