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18 ottobre 2008
Berlusconi assolto per il caso Telecinco
 

Corriere della Sera, 18 ottobre 2008

 

 

MILANO - «La Corte di Cassazione spagnola ha depositato il provvedimento che assolve definitivamente Silvio Berlusconi per la vicenda Telecinco». L' annuncio arriva da Niccolò Ghedini (Pdl). La sentenza era stata emessa nel luglio scorso. Allora il premier non fu tra gli assolti perché il processo contro di lui, in pratica, non si è mai svolto. Il procedimento fu sospeso nel 1999 per l' immunità di cui godeva come deputato europeo prima e come presidente del Consiglio poi. Nel settembre 2006 il giudice spagnolo Baltasar Garzon aveva annunciato la riapertura del procedimento contro Berlusconi che però, nel frattempo, era diventato membro del Consiglio d' Europa. «Dopo l' assoluzione per la totale insussistenza dei fatti di tutti gli altri protagonisti del processo, anche per Silvio Berlusconi, la cui posizione era stata stralciata poiché in Spagna vige l' immunità del capo di Stato estero durante l' espletamento del suo mandato, vi è stata la conferma della piena assoluzione perché il fatto non sussiste», dice l' onorevole Ghedini. E prosegue: «Sono stati oltre dieci anni di calvario mediatico-giudiziario, ingenerato dalla Procura di Milano che aveva inviato gli atti in Spagna. Oggi in molti dovrebbero chiedere scusa. Nessuno lo farà». Le reazioni non si sono fatte attendere. Il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto ha commentato: «Questa sentenza smonta l' ennesima operazione giustizialista costruita fra la procura di Milano e l' omologo spagnolo Garzon. Su questa vicenda una parte della sinistra ed alcuni insigni opinionisti per anni hanno inzuppato il pane. Adesso viene smentita anche questa operazione, ma purtroppo anche il veto su Pecorella dimostra che il giustizialismo costituisce ancora il retroterra culturale con precise ricadute politiche nello stesso Pd». Gianfranco Rotondi, segretario della Dc: «Un' ennesima assoluzione per il presidente Berlusconi e un' ennesima soddisfazione. Per fortuna esiste ancora un giudice a Berlino. Pardon, in Spagna».




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12 ottobre 2008
Ma chi ha ragione non deve cambiare
 

La Stampa 12-10-2008 Giacomo Galeazzi


 ROMA Senatore Giulio Andreotti, durante i processi, a
differenza di altri imputati celebri, lei non ha mai avuto «mutazioni» rispetto alla sua consueta immagine pubblica. Perché?
«Non saprei, forse avrò peccato un po’ di superbia o non avrò sentito abbastanza forte il richiamo dell’umiltà. Oppure magari la necessità di una “captatio benevolentiae” e di un atteggiamento dimesso si avvertono meno quando si è tranquilli e sicuri delle proprie ragioni. Poi, francamente, credo che a dover parlare siano soprattutto le carte e l’accertamento dei fatti. Serve molto più quello dei segni esteriori, di plateali modificazioni del comportamento o di un’imma
gine addomesticata».
Quindi non serve un aspetto dimesso? «Non credo, anche perché poi c’è una questione di fondo. Non è che uno debba polemizzare o contrastare ad ogni costo ma mi sembra sempre preferibile ispirarsi ad una condotta equilibrata piuttosto che a una di maniera. Dentro di me ho sempre pensato: “Come non sempre ho ragione, così non sempre ho torto”. Dunque se so che le cose stanno diversamente da come si sostiene, lo dico senza esitazioni».
E’ contrario ai cambiamenti «ad hoc»?
«Quando è il caso di opporsi e farsi sentire c’è poco da mostrarsi dimessi. Le maschere non servono. Non ho dubbio che sia preferibile far valere le proprie ragioni in maniera lineare e coerente».
E’ rimasto sorpreso da qualche repentino «cambio d’immagine» processuale? «Non è che abbia seguito granché questi recenti casi di cronaca, però credo che valga la vecchia regola per la quale il proprio volto autentico è sempre il migliore possibile. Una condotta forzata e artificiosa produce forse un po’ di effetto sull’opinione pubblica o sui mass media, non credo proprio che influenzi una corte in un senso o nell’altro».
Quasi un boomerang?
«Non ritengo, sinceramente, che un troppo disinvolto e rapido mutamento di esteriorità e di condotta finiscano per risultare premianti o saggi. Mi sembra che la tranquillità sia un po’ come il coraggio di Don Abbondio. Uno non se la può dare se non ce l’ha. C’è inoltre una questione che mi sembra più importante».
Quale?
«In situazioni di personale difficoltà come un processo la serenità nasce dall’interno e trova alimento nell’ambiente che si ha attorno. Io ho sempre creduto nell’importanza di vagliare attentamente ogni circostanza e ogni dato focalizzandomi sui contenuti. All’immagine esterna che ne usciva non mi sembra sia il caso di dare troppo peso. E’ già abbastanza impegnativo seguire le varie fasi procèssuali per dedicare energie anche alla forma esteriore».
Mai avuto la tentazione di mostrarsi dimesso?
«Sono sempre rimasto me stesso. Per rapportarsi io non credo che ci sia un modo più efficace dell’autenticità. Francamente non concepisco altra maniera possibile, ma forse appunto non sono abbastanza umile. Non ho mai creduto che si debba piegare il capo pure quando non ce ne sia motivo».

 




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8 ottobre 2008
Lodo Alfano e referendum abrogativo
 

Il cosiddetto lodo Alfano, stabilendo che le più alte cariche dello Stato non possono essere inquisite e sottoposte a processo penale durante il loro mandato, lede il principio dell' eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge violando così platealmente l' art. 3 della nostra Costituzione. Il lodo, pensato per garantire una sostanziale impunità al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non trova precedenti in nessun ordinamento democratico. Contrariamente a quanto affermato dai politici vicini a Silvio Berlusconi e dai media da lui controllati, nessun capo di governo gode di una simile protezione in nessuna grande democrazia occidentale. Solo la regina di Inghilterra e il re di Spagna, privi peraltro di ruoli di governo, sono penalmente irresponsabili in omaggio alla dottrina, ereditata dall' ancien régime, che voleva - come affermava lo Statuto Albertino - la persona del re «sacra e inviolabile»: un retaggio delle monarchie assolute di secoli trascorsi. La sola eccezione moderna è rappresentata dal caso del presidente della Repubblica francese per il quale il procedimento penale è sospeso non in forza di una specifica norma ma di una dubbia interpretazione del Consiglio Costituzionale e della Corte di Cassazione durante la presidenza Chirac, interpretazione che potrebbe essere rovesciata da future difformi valutazioni. Ma anche nel caso francese parliamo di un capo di Stato e non del capo del Governo, come è invece il caso di Silvio Berlusconi. Il lodo Alfano è dunque non solo giuridicamente illegittimo, ma anche storicamente anacronistico, e viola fondamentali principi democratici e costituzionali. Bene hanno fatto dunque i giudici milanesi a investire la Corte Costituzionale del giudizio di costituzionalità sul lodo Alfano. Confidiamo che la Corte Costituzionale vorrà seguire la dottrina della stragrande maggioranza dei costituzionalisti italiani e dichiarare la illegittimità del lodo. Ma non ci nascondiamo che la giurisprudenza costituzionale non avviene in un vuoto politico e che la Corte, già sottoposta in questi giorni a indebite pressioni dal presidente del Consiglio, subirà violenti attacchi da parte del centrodestra. La richiesta di referendum abrogativo non è dunque inutile, e può anzi supportare grandemente la autonomia e indipendenza della Corte. Il referendum potrebbe in ogni caso essere la via per eliminare dal nostro ordinamento questa norma frutto della arroganza della maggioranza e della ricerca di impunità da parte del nostro premier che ancora una volta non ha esitato a ricorrere a una legge ad personam per salvarsi dai processi. Invitiamo perciò tutti i cittadini a unirsi a noi nella richiesta di referendum abrogativo del lodo, e in particolare quanti hanno condiviso la decisione di quei parlamentari di opposizione che hanno abbandonato i lavori delle Camere per rifiutarsi di partecipare al voto di una norma incostituzionale.

Stefano Passigli

Corriere della Sera, 8 ottobre 2008, (lettera)




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6 ottobre 2008
Caselli: sul bacio a Riina dubitavamo anche noi
 

«Col senno di poi, la parte delle indagini che riguardava il famoso bacio di Totò Riina a Giulio Andreotti si sarebbe anche potuta "tagliare", dal punto di vista probatorio. Ma c' era ben altro e in abbondanza. Lo prova la sentenza finale», racconta Giancarlo Caselli. «Sentenza finale che afferma, va ribadito, che fino al 1980 l' imputato aveva tenuto una serie di comportamenti tali da configurare il reato di associazione a delinquere: scambi di favori; incontri con esponenti mafiosi (Stefano Bontate e altri) prima e dopo l' omicidio di Piersanti Mattarella, allora presidente della regione Sicilia, un uomo politico onesto che con la mafia non voleva avere niente a che fare... Bacio o non bacio, c' era comunque un problema. E noi della procura, con le nostre indagini, lo avevamo individuato. Ma tutto questo è stato cancellato, stravolto....». Giancarlo Caselli, capo della Procura di Torino, rimane asserragliato nella sua trincea. Anche nell' anno del Signore 2008, seduto nello studio fasciato di pannelli di legno, fra crocifissi, fotografie con Giovanni Paolo II e l' ex capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, ricorda il processo di Palermo con una voglia prepotente di riaffermare le ragioni dell' accusa. Caselli vuole scacciare l' ombra della sconfitta che si è allungata sulla Procura di Palermo... Per questo ricorda i retroscena e le conseguenze della storia del bacio che, secondo il pentito Baldassarre Di Maggio, il boss mafioso Totò Riina avrebbe dato ad Andreotti in un giorno del settembre 1987. ... Verrebbe da dire: maledetto quel bacio. Doveva essere l' emblema della contiguità, di più, della complicità fra Andreotti e la mafia. E invece, alla fine l' episodio si trasformò nel tallone d' Achille dell' inchiesta. Caselli ritorna con la memoria a quei giorni. «Ne discutemmo, in procura. Ci dicemmo che la storia del bacio, con tutte le polemiche anche strumentalmente scatenate, rischiava di non tenere, e che comunque non era essenziale nel quadro probatorio complessivo. Valutammo a lungo, ma non era tecnicamente possibile scartare la testimonianza di un "pentito" che mille volte, in altri processi, era risultato credibile. Sono certi media che hanno fatto diventare il "bacio" l' elemento essenziale per delegittimare il processo dall' esterno...». Si coglie una punta di amarezza, nelle sue parole. «...Pochi hanno voluto notare che Di Maggio, il pentito che ci diede l' informazione dell' incontro e del bacio nell' ambito di un processo condotto dai procuratori Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi, a un certo punto lo facemmo riarrestare proprio noi della procura. Fu soprattutto il mio aggiunto, Lo Forte, a intuire che poteva essere tornato a delinquere... Sapevamo che il suo ritorno in carcere avrebbe avuto una ricaduta negativa sul processo, eppure andammo avanti, seguendo ovviamente quello che imponevano la coscienza e la legge». Rimane il mistero dei motivi che hanno spinto non tanto ad ammettere fra le prove di colpevolezza di Andreotti una storia considerata poco verosimile..., ma a fare affidamento su quell' elemento... Il "virus" del bacio era troppo attraente per non colpire l' immaginazione degli inquirenti, infilandoli in un labirinto di date e contraddizioni, nel quale Di Maggio li avrebbe risucchiati loro malgrado... «Già dall' inizio la storia del bacio, sulla base delle comuni conoscenze del carattere riservato del senatore, ci sembrò inverosimile. Tuttavia non potevamo, ovviamente, né cancellarla né rimuoverla» spiega Natoli. «Non a caso, la sentenza d' appello ha considerato più significative le dichiarazioni di Marino Mannoia sugli incontri che il senatore Andreotti aveva avuto con Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo prima e dopo l' omicidio di Piersanti Mattarella, avvenuto nel gennaio 1980." Forse, però, in questa ricostruzione manca ancora una piena consapevolezza del clima che si era creato... Sembrava che nulla potesse scalfire la convinzione di avere finalmente scoperchiato un verminaio al centro del quale si annidava lui, Andreotti. Era lo stesso motivo per cui Caselli e Lo Forte non gli avevano creduto durante il primo interrogatorio a Roma, nel quale si erano sentiti dire dal senatore a vita che non aveva mai conosciuto i Salvo. «Non ci aspettavamo quella risposta sui Salvo» ammette Lo Forte. «C' era una foto all' hotel Zagarella che li riprendeva insieme in un gruppo di persone. E poi, non c' era nulla di strano né di male se li avesse conosciuti: i Salvo furono indagati solo dopo il 1984. Sembrava scontato che li conoscesse. Il suo no era in oggettivo contrasto con l' indagine. E dunque ci chiedemmo perché lo dicesse...». Ma quando si domanda ai magistrati se si sentono sconfitti, la risposta è corale: no. Caselli ribadisce: «Senza presunzione, ritengo che l' inchiesta e il processo al senatore fossero doverosi: abbiamo fatto il nostro elementare dovere di fronte a una montagna di elementi acquisiti. Non agire sarebbe stato illegale e disonesto. Nel primo grado di giudizio, a Palermo, quasi tutti i fatti sostenuti dall' accusa, fatti gravi, sono stati provati come effettivamente accaduti, ma poi Andreotti è stato assolto sostanzialmente per insufficienza di prove. Vuol dire che non ci eravamo inventati niente... Non bastasse - aggiunge Caselli - la suprema Corte di cassazione ha confermato in via definitiva e irrevocabile la sentenza di appello che, ribaltando la decisione del tribunale, stabiliva che il reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra era stato commesso fino al 1980, con prove sicure e precise. E non c' è stata condanna di Andreotti per quel periodo solo perché il crimine era prescritto». ... Eppure, è difficile contestare che Andreotti sia stato percepito come "il vincitore", e Caselli e i suoi sostituti come "gli sconfitti". «Lo so che è passata l' idea che il senatore Andreotti abbia vinto» dice Natoli. «Ma questo si deve esclusivamente al potere di suggestione dei media. La stampa e la Tv non hanno fatto, in questo caso, il proprio dovere di informare correttamente... Il bacio è diventato un' arma mediatica in mano alla difesa» sostiene Natoli. «Ma non credo che gli avvocati del senatore abbiano alcun reale motivo per gioire della conclusione del processo». ... Col suo imputato eccellente, il procuratore capo di Torino non ha più avuto rapporti. Gli stringerebbe la mano, oggi? «... Prima chiederei conto ad Andreotti di quella frase che ha detto: "Sarebbe meglio se Caselli e Violante non fossero mai nati". Scusarsi sarebbe il minimo». Si indovina un baratro di ostilità e recriminazioni reciproche, non colmato dal tempo. È come se anche adesso la verità giudiziaria stesse stretta a quella storica e politica, e viceversa. Per Caselli «bisognerebbe studiare anche la sapiente tessitura del senatore Andreotti. Esaminare al rallentatore la sua regia processuale e soprattutto extraprocessuale.. esibendo di se stesso il profilo di un grande statista apprezzato da molti, Vaticano compreso... Un' immagine incompatibile con le bassezze processuali di cui si occupano piccoli giudici». ... Caselli cita il Vaticano. Gli auguri di papa Giovanni Paolo II per gli ottant' anni del senatore, nel 1999. Eppure, a Natoli pesa di più un altro episodio. «Il papa fece pervenire al senatore Andreotti i propri auguri in forma privata e personale. L' allora presidente del Consiglio, Massimo D' Alema, invece, glieli fece in modo pubblico. Questo mi porta a pensare che la Santa Sede mostrò una capacità di apprezzamento della situazione processuale superiore a quella avuta, all' epoca, da palazzo Chigi... L' onorevole D' Alema non avrebbe dovuto esprimere i propri auguri in modo pubblico, in pendenza di giudizio, senza tenere conto della ricaduta mediatica di questo suo gesto». ... Andreotti ricordava bene il primo incontro con Caselli e Lo Fortre alla Dia nel 1993. «Mi mostrarono una foto in cui c' era Nino Salvo. Ero fotografato insieme con il povero Piersanti Mattarella, Attilio Ruffini e un' altra persona: Salvo, appunto. Vidi i sorrisetti di Caselli e Lo Forte. Sembrava che dicessero: come puoi pensare che ti crediamo? O erano prevenuti, o convinti di trovarsi di fronte il capo della Capula mafiosa...». Andreotti puntava il dito contro la sinistra. «Basta andarsi a rileggere il libretto nel quale Gerardo Chiaromonte (ex dirigente di primo piano del Pci) parlava della presa del potere delle sinistre attraverso la via giudiziaria...».


Massimo Franco , Corriere Della Sera, 6 ottobre 2008




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6 ottobre 2008
Mancino: «Giusto il lodo» Alfano: è corretto

 ROMA - «È giusto avere una via di uscita» per i processi a carico delle prime quattro cariche dello Stato, ha detto il vicepresidente del Csm Nicola Mancino intervistato da Lucia Annunziata nel programma «In 1/2 ora» su Raitre. Mancino non si è espresso sull’invio degli atti alla Consulta da parte dei giudici di Milano del processo Mils. Ma, secondo Mancino, per i processi a carico delle prime quattro cariche dello Stato: <<Se Berlusconi ha vinto le elezioni e si presenta al Parlamento chiedendo debbo governare o occuparmi dei processi?’, quella sospensione è un provvedimento giusto». Al commento è seguita ieri pomeriggio la risposta del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, che si di-
ce «molto soddisfatto». «Le parole del presidente Mancino - ha affermato il Guardasigilli - sono
testimonianza della sua correttezza istituzionale

nonché della condivisione di merito sulla bontà dell'iniziativa legislativa che serve ad assicurare il sereno svolgimento delle funzioni delle più alte cariche dello stato>> 
Meno commenti, per Mancino, «spianano la strada alla riforma della giustizia». E ha lodato il metodo del ministro Alfano sulla riforma del Processo civile su cui «c’è stata interlocuziolle con il Csm». Mancino si è detto contrario alla separazione delle carriere e a spezzare l’unicità del Csm, uno per i giudici e uno per i prn, perché «così si abolisce la terzietà del Csm», augurandosi che Alfano abbandoni il progetto come aveva prospettato al Csm.
Su questo Alfano ha replicato: «Al di là di quella che sarà la formulazione tecnica, la nostra azione legislativa sarà puntata alla effettiva parità tra accusa e difesa: è quello il vero vulnus del rito accusatorio al consuntivo di questi 20 anni dalla sua
introduzione».
 
Il Messaggero 6 ottobre 2008



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