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19 aprile 2009
Mi è venuta in mente una battuta, così, non c'entra niente:Il mio guaio è che non credo in Dio e per questo lui mi odia.
 Dalla parte delle vignette

Vauro sospeso e Santoro «riequilibrato». Sono le decisioni del nuovo
direttore generale della Rai a una settimana dalla puntata di AnnoZero che
ha indignato molti, compreso chi scrive, perché ha voluto processare lo
Stato a macerie ancora calde, dando prova non di cattivo giornalismo ma di
cattivo gusto. Santoro e i suoi inviati non hanno criticato l'azione dei
soccorritori, come sostengono alcuni critici. Hanno denunciato l'assenza di
un piano preventivo di soccorsi.
Ma il farlo mentre i soccorsi erano in atto e centinaia di persone
rischiavano la pelle per salvarne delle altre è parso a molti, compreso a
chi scrive, l'ennesima prova del distacco abissale fra certi intellettuali
di sinistra e la percezione della realtà. Una mandria di rinoceronti sarebbe
stata più sensibile.
Eppure, delle due sanzioni assunte dalla Rai, una lascia esterrefatti e l'altra
suscita perplessità. Cominciamo dalle perplessità. In astratto si può essere
d'accordo con l'intenzione di «riequilibrare» un programma palesemente
squilibrato. Ma in cosa si tradurrà questo riequilibrio in concreto? Il
monologo iniziale di Travaglio sarà sostituito da uno di Sgarbi? Santoro
girerà per lo studio senz'audio, doppiato da Emilio Fede? Seriamente:
«riequilibrio» significa che gli inviati di AnnoZero dovranno impegnarsi a
intervistare i vigili del fuoco e i rari casi umani ancora sfuggiti alle
telecamere degli altri centoventisette programmi che hanno infilato i loro
denti aguzzi nella Immane Tragedia dispensatrice di audience?
Nessuno si faccia illusioni. L'obiettività è una chimera: la stessa
intervista, trasmessa ad AnnoZero e, poniamo, a Porta a Porta, cambia
completamente significato con una musica, un montaggio e un «cappello»
introduttivo differenti. I fatti non sono mai separabili dalle opinioni, per
la semplice ragione che i fatti sono opinioni, a seconda dell'ordine e del
modo in cui vengono apparecchiati. Perciò l'unica garanzia di obiettività
non è una trasmissione plurale, ma una pluralità di trasmissioni. Poiché
siamo in Italia, finirà all'italiana. Santoro ribadirà di non aver voluto
offendere, ma solo indagare le cause delle disfunzioni organizzative. I suoi
amici diranno che AnnoZero dà voce ai mal di pancia di una minoranza che non
si riconosce nel cloroformio dei grandi partiti e non ha altre piazze
televisive a disposizione. I suoi avversari ribadiranno che Santoro è
fazioso e in malafede. E si andrà avanti così, ciascuno convinto di avere
ragione e di essere una vittima.
A lasciare esterrefatti è invece la sospensione di Vauro. La sua vignetta
sull'aumento di cubatura dei cimiteri, esibita in coda ad AnnoZero,
offendeva la sensibilità di chi aveva appena perso una persona cara. Ma non
era un articolo di fondo. Era una vignetta. Quando gli estremisti islamici
si sentirono offesi da quelle su Maometto, molti di coloro che oggi plaudono
alla sospensione di Vauro erano in prima fila, addirittura in tv a canotta
sguainata, nel difendere la libertà di espressione. Le vignette sono un
porto franco. Non possono soggiacere ad alcun vincolo, nemmeno a quello del
buon gusto (che, se peraltro venisse applicato sul serio, porterebbe alla
chiusura dell'80% del palinsesto televisivo). Il guaio è che, come insegna l'Undici
Settembre, le catastrofi provocano sempre, di riflesso, un irrigidimento del
potere. L'altra sera, a Ballarò, persino una battuta innocua di Crozza ha
ricevuto la risposta sussiegosa del ministro Maroni («In un momento così
tragico...»). Ecco, in un momento così tragico bisogna difendersi dalla
prosopopea e dalla retorica. E quindi difendere anche il diritto alle
battute di dubbio gusto, chiunque sia a pronunciarle: un presidente del
Consiglio come un vignettista del manifesto.

Massimo Gramellini, La Stampa, 16 aprile 2009



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12 aprile 2009
Braccia rubate ecc
 
Il bello (e il brutto) della diretta tv
 
Che cosa prova in questo momento?», chiede l’inviato della tv al poverocristo che ha appena perso qualche familiare e la casa. Giusto per non ripetersi, alle successive vittime (del terremoto e del giornalismo) sono proposte alcune varianti: come si sente, ci dica una parola di speranza, passerà la notte in tenda?
La domanda-idiota sui luoghi del disastro è purtroppo parte integrante del bello della diretta. Il tempo va riempito sempre e comunque, anche quando non ci sarebbe niente da dire, anzi anche quando, semmai, ci sarebbe da tacere. Abbiamo visto cronisti tamburellare con le nocche della mano sui finestrini di gente che dormiva in auto: mi scusi, come mai ha preferito stare in macchina? Tra i miracoli dell’immediato post-terremoto, c’è indubbiamente l’inspiegabile assenza di risposte con pedata nel sedere inclusa. Altre volte il microfono sotto il naso dei parenti dei morti produce effetti di comicità involontaria. Sentiti il primo giorno i seguenti (e testuali) brani di interviste: «La prego: mi racconti la sua disperazione»; «Mi scusi, ma la devo interrompere sul più bello». Il «più bello» era il racconto del crollo della casa durante la notte.
Eppure, viva la tv. Anche se produce danni collaterali come quelli appena descritti, anche se ci riserva cadute di stile come l’esibizione dei dati di ascolto (c’è la gara a dire: «sul terremoto siamo i più seguiti» oppure «siamo arrivati prima», e pure questo è un po’ sciacallaggio) anche se ci riserva tutto questo, insomma, viva la tv. Viva la tv e viva internet, i telefonini, tutto l’armamentario delle nuove tecnologie che permettono al mondo intero di vivere in diretta lo «spettacolo» di un terremoto. Senza tanta rapidità e capillarità, i soccorsi non sarebbero arrivati così velocemente. Senza tante telecamere tra le macerie, non sarebbe già scattata tanta solidarietà internazionale.
Personalmente sono rimasto colpito, ad esempio, dall’immediato messaggio di Barack Obama. Credo che tutti l’abbiano dato per scontato. Ma mi son chiesto se Obama fosse stato a conoscenza, fino a dieci minuti prima, dell’esistenza di un luogo chiamato Abruzzo.
Il mondo di oggi, il mondo del villaggio globale e di una diretta tv che finisce per assomigliare al Grande Fratello, ha - fra i suoi effetti positivi - questo: il far cambiar programma ai Potenti della Terra riuniti in qualche vertice di alta politica; il dirottare la loro attenzione sul dolore di una piccola comunità di cui, altrimenti, si sarebbe ignorata l’esistenza almeno per giorni o settimane.
Ieri, alla trasmissione Melog 2.0 di Gianluca Nicoletti su Radio 24, si è ricordato che il terremoto di Lisbona del 1755 segna in qualche modo l’inizio di questa era moderna in cui ogni grande fatto è condiviso, e anche a migliaia di chilometri di distanza si percepisce che non si può restare indifferenti. Voltaire, ha ricordato Nicoletti, scrisse «di getto» un poema di 234 versi nel quale, fra l’altro, deprecava il fatto che mentre a Lisbona si piangeva e si soffriva a Parigi si rideva e di danzava. Ebbene: Voltaire scrisse quei versi, appunto, «di getto», non appena ricevette la notizia del disastro; e la ricevette a Ginevra il 23 novembre. Il terremoto è del primo novembre. Così viaggiavano, allora, le notizie.
E così hanno continuato a viaggiare per molto tempo. Sempre a Radio 24, la sociologa Bruna De Marchi ha detto che la notizia dello spaventoso terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 (uno dei più disastrosi della storia, circa centomila morti) arrivò a Roma «circa una settimana dopo». Eppure era passato più di un secolo e mezzo dal poema di Voltaire e da quell’inizio dell’era moderna - e della concezione di villaggio globale - che fu il terremoto di Lisbona. Ma senza andare troppo lontano: l’altra sera, qui in redazione, abbiamo sfogliato la raccolta del Giornale per vedere come fu data, trentatré anni fa, la notizia del terremoto in Friuli. Sul numero della mattina seguente c’era un solo articolo, tutto in prima pagina, sotto un titolo di apertura che parlava di violente scosse di terremoto in Friuli, senza sapere nulla o quasi su danni e vittime. Eppure, il terremoto era delle nove di sera, e i giornali chiudevano allora ben oltre le due di notte.
Rileggendo le cronache di allora, e di terremoti ancor più lontani nel tempo, viene a volte da rimpiangere il fatto che i primi a descrivere il disastro erano quasi sempre grandi «penne»: come Silone, che raccontò da par suo la tragedia di Avezzano del 1915. Senza telecamere e senza dirette, la descrizione dello strazio era affidata alla capacità narrativa di grandi scrittori e grandi inviati che non banalizzavano e ci lasciavano testi degni della grande letteratura. Oggi, la diretta e il web rendono inutili, perlomeno in prima battuta, certi sforzi narrativi. Ma hanno il pregio di far sapere immediatamente a un presidente americano che esiste un paese che si chiama Onna. E a tutti gli uomini di buona volontà che non bisogna chiedersi mai per chi suona la campana.

Michele Brambilla, Il Giornale, 8 aprile 2009


 



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12 aprile 2009
Ecco, pensiamoci.
 
Consigli utili per evitare di ricostruire l’Abruzzo come se fosse l’Irpinia
 
 
No, l’Irpinia no! L’altra notte mi sono svegliato di soprassalto, ero spaventato e sudato: ho immaginato che per l’amato Abruzzo si profilasse una ricostruzione in stile Irpinia e non poteva esserci incubo peggiore. Siete mai stati a Bisaccia? Andateci. E’ un paese che fa parte della provincia di Avellino, quindi Campania, anche se a me sembra Lucania dal freddo che fa e dal vento che tira. Ha dato i natali a due personaggi, uno che la ricostruzione l’ha fatta e uno che l’ha descritta. Il primo è l’architetto Aldo Loris Rossi. Ve lo ricordate? Quando si discuteva del piano-casa era in prima fila tra i plaudentes. Per carità di patria feci finta di non vederlo e non ne scrissi, però pensai: se un provvedimento piace a lui deve nascondere qualche magagna. Il secondo personaggio è lo scrittore Franco Arminio, il bardo triste dell’Alta Irpinia, e come potrebbe essere allegro uno che vive in un “blob urbanistico” fra le “opere oscene che l’architetto Aldo Loris Rossi ha piazzato a Bisaccia nuova”.

Chi ha visto la chiesa di Bisaccia non se la dimenticherà per tutta la vita, “una chiesa cui si potrebbero applicare dei potenti motori per favorirne il decollo verticale e dunque il ritorno alla strana galassia da cui pare giunta, essendo tale e quale un’astronave”, ha scritto un altro autore campano, Francesco Durante, in un libro intitolato “Scuorno” ovvero “vergogna”, il sentimento che dovrebbe invadere chi ha disegnato approvato finanziato un simile spavento. “Io quando muoio non voglio essere portato in questa chiesa” dice Arminio, terrorizzato dalla prospettiva. E non mi dilungo sugli altri edifici realizzati dal diabolus loci, tutti ambiziosamente “polifunzionali”, come da retorica architettese, ma che poi faticano ad assolvere una funzione sola. Chi conosce la neolingua orwelliana comprende subito l’irragionevolezza dell’architettura che si dice razionalista, la disorganicità degli architetti che si definiscono organici, eccetera.

L’Abruzzo non deve cadere nelle mani di questa gente. Non deve subire un secondo terremoto, il Richter cinque punto otto dello sradicamento formale e spirituale. Niente Rossi, niente Portoghesi, niente Botta e soprattutto niente Libeskind, un altro devastatore di panorami e di bilanci, però su scala planetaria, che Moratti o Formigoni o Ligresti (ammesso non siano sinonimi) ancora vorrebbero a Milano perché non sanno quello che fanno. John Silber nel suo “Architetture dell’assurdo” (Lindau) racconta la grottesca presunzione e l’insufficienza tecnica delle archistar più adulate. Gli edifici di Frank Gehry in cui piove dentro e i grattacieli di Libeskind, i più ambiziosi dei quali, da erigersi sull’area del World Trade Center, sono stati bocciati dalle autorità newyorkesi (meno provinciali e intellettualmente ricattabili di quelle milanesi) per via dei costi folli e della fragilità strutturale. Qualora simili individui si dovessero spingere oltre Tagliacozzo bisognerà lanciargli addosso il mammut del Museo Nazionale, quattro metri e mezzo di elefante autoctono abruzzese, con una zanna che non finisce più. Ma poi, che fare? Templi e palazzi del centro storico vanno ricostruiti com’erano dov’erano, coi modi che hanno salvato l’anima di Venezia (Fenice), di Noto (Cattedrale) e soprattutto del Friuli, che nel ’76 fu colpito ancor più severamente di quanto sia stato l’Abruzzo oggi. Sarà da tralasciare solo la riedificazione dell’hotel Duca degli Abruzzi, un canchero piazzato nel cuore della città quando Bruno Vespa era giovane, miseramente crollato con tutto il suo cemento non abbastanza armato.

Di nuovi volumi bisogna invece parlare nelle periferie brutte e cattive, sfasciate, più che dal sisma, da costruttori rapaci e professionisti compiacenti (dovrebbero tutti prendere esempio dall’ingegner Di Geso, che a Trani imponeva la propria presenza al momento di ogni gettata, affinché a nessun disgraziato venisse in mente di trasformare il cemento in sabbia). Non sono molti coloro che si meritano, oggi in Italia, di lavorare in una città che pullulò di umanisti e di santi. Sicuramente l’urbanista Marco Romano che pensa le città come opere d’arte, ognuna con “un proprio riconoscibile stile”, in cui centro e periferie sono unite da una sequenza di temi collettivi, simboli capaci di trasformare in cittadini gli indigeni più nichilisti e gli immigrati più riottosi. E gli architetti? Mi sbilancio con qualche nome, persone che mi sembrano capaci di rispettare i luoghi con volumi, colori e materiali congrui: il lucchese Pietro Carlo Pellegrini, pratico della zona essendosi laureato a Pescara, poi Adolfo Natalini e Massimo Carmassi, toscani pure loro, forse Flavio Bruna e Paolo Mellano, forse Pietro Pagliardini. O loro, o l’Irpinia. 

Camillo Langone, Il Foglio, 7 aprile 2009




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1 novembre 2008
Gelli, il ciclico ritorno del grande inquinatore

Avvenire, 1 novembre 2008


Alla venerabile età (è proprio il caso di dirlo) di quasi novant’anni, rispunta dalle nebbie della Prima Repubblica il pluricondannato Licio Gelli. Che, alla sua vecchia maniera, mette i piedi nel piatto dei temi più delicati del momento. E come fece una trentina d’anni fa con l’ormai leggendaria intervista a Maurizio Costanzo, si impanca pubblicamente a giudice unico e insindacabile di idoneità politica e dignità personali altrui. Marchia come solo possibile 'erede' della sua opera il premier in carica (ma strattonandolo perché impari a comandare con più cipiglio). Liquida il presidente della Camera come una delusione. Elogia la riforma Gelmini e insolentisce Tina Anselmi. Strano Paese questo nostro, in cui non c’è mai un passato che passi davvero, mai sedicenti e super screditati protagonisti di ieri sui quali cali una volta per tutte il sipario, mai 'giudicati' penali che si trasferiscano definitivamente agli archivi. Come stupirsi che ieri, alla notizia del ritorno sugli schermi di un network tv privato del famigerato 'burattinaio' della P2, si sia scatenato il più classico putiferio politico-mediatico? Con un curioso rovesciamento delle parti. Da un lato tutto il centrosinistra nazionale, un tempo lestissimo a domandarsi 'cui prodest' quando certe provocazioni arrivavano dagli estremisti di quel versante, e ora incalzante nel sollecitare condanne, prese di distanza e interventi di censura; dall’altro un centrodestra in evidente imbarazzo, con un solo esponente, di area An, a parlare di episodio «inquietante» e a chiedersi per chi lavora quello lì. Più o meno un secolo fa, nell’America di Theodore Roosevelt, emergevano i 'muckrakers', i rimestatori di fango come il focoso presidente bollò quel gruppo di giornalisti coraggiosi che portarono a galla tante magagne del nascente impero economico. Da noi ormai non c’è neppure bisogno di andare a rimescolare. Il fondo grigio e limaccioso di certi pantani nazionali, ciclicamente, torna ad agitarsi da solo. Meglio girare al largo.


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27 ottobre 2008
«Un salto indietro di novant' anni Togliatti non fece mai polemiche»

 Il Corriere della Sera, Antonio Carioti, 27 ottobre 2008


Quando ha letto il fondo di Piero Sansonetti su Liberazione, con l' appello a boicottare le celebrazioni del 4 novembre, lo storico Giovanni Sabbatucci ha avuto l' impressione di «un salto all' indietro di novant' anni, all' epoca in cui i socialisti esecravano la Prima guerra mondiale come un immenso crimine e accusavano di complicità nel massacro chi l' aveva voluta e chi l' aveva combattuta. Un atteggiamento che non giovò certo alla sinistra e anzi contribuì a portare molti reduci dalla parte del fascismo». Per giunta i riferimenti letterari di Sansonetti gli appaiono incongrui: «Cita il libro Un anno sull' altopiano di Emilio Lussu, che era e rimase un convinto interventista, e le poesie del volontario Giuseppe Ungaretti, che poi divenne fascista. D' altronde tra coloro che si opposero strenuamente a Mussolini troviamo parecchie persone che si erano schierate per la guerra: Ferruccio Parri, Carlo Rosselli, Giovanni Amendola, Gaetano Salvemini. Si dice che Parri abbia scritto personalmente il bollettino con cui Armando Diaz, comandante dell' esercito italiano, annunciava la vittoria sull' Austria-Ungheria». Del resto, aggiunge Sabbatucci, non si tratta di celebrare la guerra in sé: «Senza dubbio il primo conflitto mondiale fu un evento spaventoso, ma si può onorare il sacrificio dei caduti senza scadere nel bellicismo. Non si può negare che si sia trattato di un momento alto della storia nazionale, che suscitò, soprattutto dopo Caporetto, un vasto coinvolgimento popolare, anche se certo non unanime, nello sforzo bellico. Nel 1921, quando la salma del milite ignoto venne trasportata a Roma per essere tumulata al Vittoriano, fu salutata ovunque da grandi folle, con una forte partecipazione di massa al rito patriottico». A dimostrazione del fatto che la Grande guerra era entrata come una pietra miliare nella memoria nazionale, Sabbatucci cita anche l' atteggiamento tenuto dalla sinistra dopo il 1945: «Il Pci di Palmiro Togliatti si guardò bene dal riprendere la polemica del precedente dopoguerra e anzi si adoperò per promuovere l' unità degli ex combattenti di entrambi i conflitti mondiali. Solo negli anni Sessanta e Settanta si diffuse a sinistra una visione demonizzante della Grande guerra, quella che si esprime, per esempio, nel film di Francesco Rosi Uomini contro. All' epoca anche la storiografia progressista assunse un atteggiamento non solamente critico, come è naturale, ma piuttosto deprecatorio, che però in seguito autori come Mario Isnenghi e Giorgio Rochat hanno corretto». Sabbatucci chiude con una nota sul significato negativo che Sansonetti attribuisce alla Canzone del Piave, proposta dalla Lega come inno nazionale: «Non vedo come le parole "non passa lo straniero", riferite alle truppe austro-ungariche, si possano interpretare in senso xenofobo. E ritengo improponibile contrapporre l' Inno di Mameli alla Canzone del Piave: i due testi riflettono la stessa retorica nazionalista di origine risorgimentale. Basti pensare al richiamo alle glorie imperiali dell' antichità, con "l' elmo di Scipio" e la vittoria "schiava di Roma", nell' Inno di Mameli. Oggi dobbiamo guardare con distacco a quella retorica, ma non certo riesumarne una di segno ideologico opposto, che si richiami a un pacifismo esasperato».


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27 ottobre 2008
Boicottare il 4 novembre». Affondo di Rifondazione. Ma il Pd: un'idea assurda
Il Corriere della Sera, Virginia Piccolillo, 27 ottobre 2008

ROMA — «Assurdità da extraterrestri ». «Giusto: fermiamo la riscrittura della storia filo- guerra». «Non lasciamoci dividere su questi temi». Raccoglie pareri diversi l'appello di Piero Sansonetti: «Boicottiamo la festa del 4 novembre». Il direttore di Liberazione sottolinea che il governo e il ministro della Difesa Ignazio La Russa «si preparano a un gran numero di cerimonie per celebrare con tripudio il 90° anniversario di quella che Benedetto XV definì "inutile strage"». La Grande Guerra, «un avvenimento orribile, feroce, sanguinosissimo. Del quale è giusto parlare per spiegare ai giovani che le classi dirigenti europee impazzirono e si macchiarono di colpe ignominiose » che «aprirono le porte a fascismo e nazismo». Per questo invita a boicottare la festa. Esponendo bandiere arcobaleno o, almeno, leggendo Ungaretti. E attacca la proposta leghista di sostituire l'Inno di Mameli con la Leggenda del Piave, che «piace anche a La Russa». Motivata, secondo Sansonetti, dal verso «non passa lo straniero» che «nell'attualità politica assume un significato xenofobo».

Rosy Bindi suggerisce di «tralasciare una campagna controproducente ». Spiega: «Non c'è bisogno di contestare il 4 novembre per dire che la Grande Guerra era sbagliata. Tutte lo sono. Bisogna pensare a non farne. Ma questo non vuol dire che non si debba celebrare chi ha dato la vita per il nostro Paese».
Si «trattiene con fatica dall'insulto » il pd Matteo Colaninno: «di fronte alla crisi drammatica che investe l'Italia, l'Europa e il mondo, dibattere del 4 novembre è da extraterrestri», rimprovera. «Chi rappresenta il nostro Paese deve rimanere ancorato alla storia del nostro Paese e ai suoi simboli. Lo sforzo dei presidenti Ciampi e Napolitano per recuperare il sentimento nazionale fa impallidire qualsiasi tentativo di originalità».
«Basìta dal dibattito» anche la pd Marianna Madia: «Siamo italiani. Possibile che ancora non sia scontato? Ridiscutere il 4 novembre è come voler tornare a prima dell'Unità d'Italia. Parliamo d'altro».

Boicotterà il 4 novembre, invece, Giovanni Russo Spena
(Prc): «Questa festa — dice — va contestata proprio ora che La Russa la sta rilanciando. Per noi vecchi antimilitaristi è l'occasione per insistere: occorre ritirare i militari dalle missioni di pace. Lo stesso La Russa ora ammette che sono di guerra ». Per Lidia Menapace (Prc) «dare pomposità a questa ricorrenza significa togliere importanza alla Costituzione che non è fondata sulla vittoria, ma sulla pace». «E poi evidenzia — qui in Sud Tirolo, celebrarla significa festeggiare la sconfitta dei nostri concittadini ». Per il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero «La Russa tenta di sdoganare la guerra. Nel concreto lavora a un maggiore ingaggio in Afghanistan. Culturalmente tenta di rimettere in piedi la glorificazione dello Stato che mandò al macello la gente, con i carabinieri pronti a sparare alla schiena di chi disertava. La guerra non unisce la patria: potendo la gente non ci va».
Striglia il direttore di Liberazione
il suo predecessore Sandro Curzi: «La guerra è inevitabilmente di popolo. È un tema sul quale ha scritto pagine importanti anche Gramsci e che la sinistra seria, quella del Pci di Berlinguer, aveva già superato. Lo rilancia la destra per dividerci ora che qualcosa si muove. Non cadiamo nella trappola».


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27 ottobre 2008
Giulia, la democratica che veste Prada: difende i poveri ma e iscritta alla Luiss
Il Giornale, Cristiano Gatti, 27 ottobre 2008

Solo una domanda: ma il reclutamento del Partito democratico lo fanno nei circoli del golf? Da quando Veltroni ci ha messo mano, il settore giovanile del suo futuribile squadrone non fa che sfornare belle gioie d’alto bordo. Ne comparisse uno che aiutasse a semplificare, prontamente identificabile al primo colpo d’occhio. Una nuova leva come usava una volta. All’epoca i giovani della sinistra dovevano essere molto arrabbiati, molto barbuti, molto vissuti. Il massimo: sbollettati e trasandati. Ciascuno poteva condividere o mettersi contro, ma nessuno poteva mettere in dubbio la loro credibilità. Adesso è un delirio totale: più sono di sinistra, più frequentano bene. Master all’estero, papà altissimo dirigente, tanta eleganza e un bel diadema sul décolleté. Il democratico veste Prada. Poi dice che non si riesce più a intercettare i sentimenti delle masse. Masse di chi, masse di cosa? Per bene ché vada, ormai possono intercettare solo i sentimenti dei Rotary.
 
Certo il frullatore della storia ha distrutto i vecchi schematismi, obsoleti e sempliciotti, che volevano la sinistra in eskimo e la destra in doppiopetto. Ma c’è un limite. L’estetica culturale e politica di Veltroni sta producendo effetti imbarazzanti. Già la base storica ci aveva messo dell’Alka Seltzer per digerire certe candidature alle ultime elezioni. Quando il leader presentò la sua briscola, la ragazza tanto corruccia e tanto brava, tanto sveglia e tanto wow, la famosa candidata di lotta e di salotto Marianna Madia, tutto uno sterminato curriculum di stage e di altolocate frequentazioni, quella volta in giro per Emilia e Toscana, in giro per siderurgici e cantieri edili, molti semplicemente si interrogarono: ma questa è la sinistra o è Milano moda? Ovviamente la Madia ha spiegato velocemente a tutti quanto le sue radici e le sue idee interpretino al meglio l’idea di una sinistra moderna, che guarda avanti, che si apre al mondo, ebla-bla, ebla-bla, eblabla, con tutto l’armamentario disneyano dei capo Walter a seguire. E va bene. Ma almeno tra i ragazzi, tra quelli che oggigiorno stanno sfottendo la Gelmini per il suo look da sciureta borghese, che occupano le scuole dormendo nei sacchi a pelo, che sfilano in corteo e fanno lezione seduti sui selciati davanti al duomo, ecco, tra questi, ce ne sarà uno con il fisico del ruolo, in grado di interpretare degnamente l’immagine della ribellione scamiciata...
 
Pare di no. Non ce la fanno. L’altra sera, a Matrix, il Pd ha mandato un’altra bella faccetta del suo settore Primavera. Stava lì a cantarle contro i tagli della trinariciuta Gelmini, questa spudorata che sta smantellando la scuola pubblica per fare il gioco della privata, così da realizzare il bieco disegno di rendere accessibile l’istruzione soltanto ai ricchi e di ricacciare nelle tenebre i poveri. Stava lì l’altra sera a interpretare sentimenti e pulsioni di stampo popolare, ma anche questa nuova pasionaria, sarà solo una combinazione, non vanta un pedigree esattamente proletario. Si chiama Giulia Innocenzi, ha 24 anni, è nata a Rimini da madre inglese, Erasmus a Parigi, esperienza negli States a Las Vegas, ultimamente coordinatrice degli studenti radicali, quindi candidata a segretario dei giovani Pd. Casualmente non frequenta una scuola serale, dopo le otto ore in fabbrica. Quello avveniva in un’altra epoca, in un’altra galassia, in un’altra sinistra. Questa fa il diavolo a quattro contro l’elitaria Gelmini, difende con le unghie la scuola dei poveri, ma frequenta l’Università Luiss, facoltà di Scienze Politiche. Solo per fare mente locale: la Luiss è l’università romana di Confindustria intitolata a Guido Carli, che come noto non era esattamente Che Guevara. Tre sole facoltà (Economia, Scienze Politiche, Giurisprudenza), numero chiuso, un destino dichiarato di sfornare manager d’impresa e classe dirigente. Metterci piede costa 6.900 euro il primo anno, 7.800 i seguenti. Una cosa sensibilmente diversa dall’utopia di Barbiana, con quel prete cocciuto e valoroso che si chiamava don Milani.
 
Anche per la nuova rivolta studentesca, dunque, un raffinato ossimoro veltroniano. La signorina Giulia, il cui valore nessuno si sogna di discutere, studia tra i ricchi e poi scende in piazza a difesa dei disgraziati. E come quando in campagna elettorale il cosmico - ma anche un po’ comico - Walterone blandisce gli operai proponendo candidature proletarie come Colaninno junior e Calearo. Qualcosa non quadra, qualcosa stride. Magari a livello puramente politico non c’è niente di scandaloso: ma è il semplice colpo d’occhio a produrre immediatamente un senso strano. Lo comprende chiunque che non si può fare del pauperismo aggressivo partendo dal circolo del tennis.
 
Vogliamo dirlo, una volta per tutte? Il dissenso e la libertà d’espressione sono beni sacri e intangibili, ma sinceramente non se ne può più dei pistolotti di questa bella gente che razzola in basso e frequenta molto in alto. Alla fine, sorge spontaneo il sospetto che veramente parlino di cose che non conoscono.
 
Eppure converrà rassegnarsi. Tanto e tanto tempo fa, in un bel film, Nanni Moretti chiedeva accorato a D’Alema una semplice cosa: dì qualcosa di sinistra. A Veltroni s’è smesso di chiedere. Tutti quanti assistono estasiati al compimento del grande disegno. Il sogno dì Walter è finalmente realtà: dal partito delle tute blu al partito del tubino nero.

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27 ottobre 2008
Vince il concorso a Medicina ma è laureata in Lettere

la Repubblica,  Marino Bisso e Carlo Picozza, 27 ottobre 2008



Et voilà, dal cilindro di un docente a contratto escono i nomi dei vincitori di due concorsi per tre posti da ricercatore. Accade prima che si svolgano le prove. Teatro: la facoltà di medicina dell'università Cattolica del Sacro Cuore. Così, quei concorsi che appaiono pilotati, finiscono nel mirino delle indagini coordinate da Maria Cordova, procuratore aggiunto di Roma. La previsione centrata e non solo: a incuriosire gli inquirenti, ci sarebbero i titoli dei vincitori. In particolare, il possesso di una laurea in lettere per un concorso in medicina legale vinto dalla figlia di un ordinario della facoltà e componente del consiglio di amministrazione dell'ateneo.

Gli inquirenti vogliono chiarire se le prove sostenute da diversi aspiranti ricercatori per l'istituto di Medicina legale dell'università Cattolica del Sacro Cuore siano state decise anzitempo. In anticipo, come le previsioni di un candidato escluso. I carabinieri della sezione di palazzo di giustizia hanno concentrato le indagini proprio sul concorso svolto per la nomina di un ricercatore a Medicina legale e vinto da una candidata con una laurea in Lettere.

Il sostituto procuratore Maria Cristina Palaia ha disposto nei giorni scorsi l'acquisizione della documentazione inerente la selezione. L'inchiesta, al momento contro ignoti, è scattata dopo alcuni esposti. In particolare quelli di uno dei candidati che aveva partecipato alle due selezioni e previsto i risultati delle prove. E per dare maggiore valore probatorio ai suoi pronostici, aveva inviato una lettera al ministro dell'Università e della Ricerca con i nomi dei futuri vincitori, quando ancora non si conoscevano numero e identità dei concorrenti. In effetti, su sei candidati, ha centrato il nome dei due fortunati.

A tutta risposta, dal ministero è arrivata al docente a contratto la comunicazione che le sue segnalazioni erano state girate alla magistratura. E adesso, con la procura di Roma, a occuparsi del caso sono anche i giudici del Tribunale amministrativo regionale del Lazio.
 
 Le indagini dei pm tendono a chiarire se il possesso di una laurea in lettere per un concorso in Medicina legale, sia titolo adeguato. Tanto più che le prove vertevano sugli accertamenti dell'autopsia. Certo, nel bando la Cattolica chiede che i candidati sappiano anche di Bioetica clinica. Ma proprio sulle parole sembra consumarsi l'equivoco. E la vittoria del concorso. La candidata scelta, infatti, ha sì un curriculum orientato sulla Bioetica ma non, naturalmente, su quella clinica. I magistrati vogliono far luce sulla regolarità delle prove e sulle procedure.

E sciogliere ogni dubbio sui possibili vantaggi derivanti dalla parentela stretta della vincitrice con un prof di Medicina che siede anche nel cda dell'università.
Ora il candidato escluso dopo cinque anni di insegnamento si sfoga: "Non è la prima volta con lo stesso presidente di commissione: anche l'anno scorso fui l'unico escluso in un concorso per dottorato in Scienze medico-forensi pur essendo il solo ad avere in tasca la laurea in Medicina".


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27 ottobre 2008
Operai anti Greenpeace «Via, andate a lavorare»
  Corriere della Sera, Erika Dellacasa, 27 ottobre 2008




GENOVA — La battaglia è stata a colpi di striscione. Da una parte un gruppo di ambientalisti di Greenpeace, dall'altra una trentina di operai della centrale Enel, centrale a carbone, di Genova. I primi hanno attaccato: «Enel chiudi la centrale», «Enel clima killer », «Enel quit coal». I secondi hanno rilanciato: «Andate a lavorare», «Basta Ecoballe», «Quit », «Sì al lavoro ».

L'azione di Greenpeace era partita con un copione internazionalmente collaudato: «scalatori » armati di striscioni alla conquista dei «nemici» dell'ambiente. Tre, quelli scelti per l'occasione: la centrale Enel, una nave carboniera e la Lanterna (il faro simbolo di Genova). Si è conclusa con una contromossa inaspettata, una cronaca a metà della giornata (l'associazione dà notizia sul suo sito del blitz nel porto di Genova ma ignora i contro- striscioni) e con una querela annunciata dall'Enel per danneggiamento, violazione della proprietà privata e rallentamento dell'attività produttiva. Nei guai andranno gli otto «scalatori» identificati dalla Polmare.

A dare notizia di una manifestazione all'interno della centrale, che avrebbe coinvolto una trentina di operai e si sarebbe conclusa con la decisione di esporre i contro-striscioni, è stato un caposezione dell'impianto, Gino Bertazzoni. «Questa volta Greenpeace ha sbagliato obiettivo — ha detto —. Quello degli ambientalisti è un pregiudizio, si muovono su basi ideologiche. La nostra centrale è sicura e perfettamente in regola. E dà lavoro a 120 persone». Bertazzoni riferisce del ben poco successo che avrebbe riscosso in centrale la spettacolare scalata degli ambientalisti: «Qui si tiene a lavorare ».

Sull'altro fronte il responsabile della campagna «No carbone » di Greenpeace, Giuseppe Onufrio, manifesta scetticismo: «Gli striscioni saranno stati sicuramente messi dagli operai però una certa manipolazione da parte dell'azienda mi sembra probabile. Far leva sulla difesa del posto di lavoro è facile ma sbagliato: quello che noi proponiamo non significa mandare la gente a spasso, abbiamo ben presente il problema occupazionale. È provato che con lo sviluppo dell'eolico si creerebbero migliaia di posti di lavoro. In ogni caso invitiamo gli operai che hanno messo gli striscioni a prendere un caffé. Siamo pronti al confronto ma non si può ignorare che il carbone è una delle principali fonti di inquinamento».

La centrale del porto di Genova (una potenza di 300MW) ha ottenuto una proroga per la produzione fino al 2020, poi dovrà interrompere l'attività. Gli ambientalisti hanno voluto sollecitare una chiusura anticipata che è anche nei progetti della Regione: «Vorremmo risolvere la questione prima della scadenza — dice l'assessore all'ambiente Franco Zunino— anche perché quell'area portuale può essere utilizzata in modo proficuo per la città. Il dialogo con l'Enel è molto aperto, vogliamo arrivare a una decisione condivisa: le autorizzazioni fino al 2020 ci sono e non sarebbe pensabile fare forzature ».

Quanto alla battaglia degli striscioni Zunino allarga le braccia: «È una vecchia dinamica che a Genova conosciamo bene. Lavoro contro ambiente è una trappola da cui bisogna uscire. Greenpeace fa bene a richiamare l'attenzione sull'inquinamento ma capisco benissimo chi lavora alla centrale, ha famiglia ed è preoccupato».

 

25 ottobre 2008
Una vedova: Quegli elicotteri vecchi e rotti

 
la Repubblica, Alberto Mattone, 25 ottobre 2008


ROMA - «Stefano amava il suo lavoro. Ma voleva andar via dall' Aeronautica, perché riusciva a volare sempre più di rado. I piloti erano molti, gli elicotteri scarsi e sempre rotti». Chiara Bolin, 31 anni, moglie del capitano Bazzo, si asciuga le lacrime e lancia accuse pesanti come macigni. La morte di suo marito e degli altri sette avieri nel rogo dell' elicottero HH-3F, secondo lei poteva essere evitata. «è stato un guasto tecnico», è la prima ricostruzione di una fonte vicina agli inquirenti, che in Francia stanno conducendo l' inchiesta sullo schianto dell' elicottero HH-3F Agusta, avvenuta nelle campagne della Lorena durante un' esercitazione della Nato. E adesso, la moglie del capitano Bazzo, originario di Vicenza, si dispera per non aver colto che il marito, in una delle ultime telefonate, le aveva inviato segnali premonitori della tragedia. «Stefano - racconta Chiara Bolin - mi ha detto martedì che il gruppo di militari si era dovuto fermare per un giorno a Sarzana, perché il velivolo sul quale si trovava non funzionava bene. Aveva delle spie che si accendevano». Anche se dice di non sapere se poi, l' elicottero "guasto", quello partito da Brindisi, e a bordo del quale suo marito si era trasferito all' ultimo minuto, era lo stesso della tragedia. In Francia è arrivata la commissione della Difesa che dovrà occuparsi dell' inchiesta. Ma alcune verità già emergono, e vengono rivelate da militari di Parigi vicini agli inquirenti locali, che escludono atti di sabotaggio. «Con ogni probabilità - spiegano i tecnici di Verdun - si è trattato di un problema del rotore posteriore del Sikorsy HH-3F». Ma altre notizie sulla dinamica dell' incidente filtrano attraverso le strette maglie del riserbo militare, e rimbalzano a Roma. «Una pala dell' elicottero - rivela un' autorevole fonte della Difesa - è stata trovata a trecento metri dal luogo dello schianto, a causa di un cedimento strutturale». L' HH-3F, un velivolo vecchio di trent' anni ma considerato tra i più affidabili, potrebbe aver perso quota proprio dopo il cedimento di una delle pale superiori. Il mezzo non è dotato di scatola nera, ma di un registratore interno che potrà essere utile alle indagini. «I due elicotteri italiani - ricostruisce il comandante dell' 83° Sar di Rimini, Michele Martinelli - volavano in formazione ma a distanza. Al primo mancato contatto radio, il velivolo che procedeva davanti è tornato indietro alla ricerca dei compagni». Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, non commenta le parole della vedova Bazzo, ed esprime «il dolore concreto e reale per le vittime». «Quando levano le ruote dalla pista - replica, invece, il colonnello Amedeo Magnani, portavoce dell' Aeronautica - i nostri velivoli sono sicuri al cento per cento». «Mi auguro che si accertino al più presto le cause della tragedia» incalza il sottosegretario alla Difesa, Edmondo Cirielli. Il presidente Nicolas Sarkozy ha assicurato al premier Berlusconi «tutta la vicinanza e la solidarietà della Francia in questa prova». I parenti di Carmine Briganti, Giuseppe Biscotti, Teodoro Baccaro, Michele Cargnoni, Marco Partipilo, Giovanni Sabatelli, Massimiliano Tommaso, sono arrivati a Verdun per il riconoscimento dei familiari. Tra di loro c' è anche la vedova del capitano Bazzo, «un uomo che, come gli altri suoi colleghi - racconta la signora Bolin - era felice quando si trattava di soccorrere qualcuno». Ma, adesso, lei dice «no» a chi le propone esequie di Stato. «Sono molto arrabbiata - accusa la donna -. Per il mio Stefano voglio solo un funerale privato». per saperne di più
 www.difesa.it
www.aeronautica.difesa.it
 www.nessunotocchicaino.it


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25 ottobre 2008
Vento di razzismo in Italia

Le Monde,  Philippe Ridet, 25 ottobre 2008


In tempi normali, la notizia non avrebbe superato le frontiere di Vigevano, provincia di Pavia
(Lombardia). Nella serata di sabato 18 ottobre, l'arbitro di un incontro di basket tra i Cats di
Vigevano e i Bopers di Casteggio si rivolgeva così ad un giocatore che contestava una delle sue
decisioni: “Va a raccogliere banane in Africa”. L'insulto era rivolto a Bryant Inoa Piantini, 20 anni,
italiano di origine dominicana. Il giorno dopo, il quotidiano torinese La Stampa dava ampio spazio
al racconto dell'incontro.
In tempi normali... Ma nell'Italia di oggi, non passa settimana senza che accadano avvenimenti a
carattere razzista. La lista è già lunga. Dopo gli incendi criminali dei campi dei Rom che hanno
segnato la primavera e l'inizio dell'estate, sono arrivate le aggressioni.
Il 14 settembre, a Milano, un giovane originario del Burkina Faso, Abdul Guibré, è ucciso a colpi di
sbarre di ferro dai gestori di uno snack-bar dove il giovane aveva rubato un pacchetto di biscotti.
“Sporco negro” hanno udito i testimoni.
Il 29 settembre, a Parma (Emilia-Romagna), Emmanuel Bonsu-Foster, 22 anni, originario del Gana,
è prelevato da membri della polizia locale per un controllo al commissariato. Ne esce qualche ora
più tardi con un occhio tumefatto, una gamba rovinata, e tenendo in mano una busta nella quale
protegge le sue carte. “Emmanuel Negro”, vi hanno scritto sopra i poliziotti, con la scusa di non
aver capito l'ortografia del suo nome.
Il 2 ottobre a Roma, nel quartiere degradato di Tor Bella Monaca, Tong Hongshen, 36 anni, è
riempito di botte da cinque adolescenti, davanti alla fermata di un bus. “Cinese di merda”, grida
uno degli aggressori.
A questa litania si aggiunge il massacro di Castel Volturno (Campania): sette persone, di cui sei
africani, hanno trovato la morte sotto le pallottole degli assassini della camorra. Crimine razzista?
Alcuni lo pensano. Le immagini della manifestazione organizzata il giorno dopo lungo la via
principale di questa terra desolata hanno fatto il giro delle agenzie di stampa: immigrati africani che
brandivano cartelli stradali, cassonetti dell'immondizia incendiati, auto rovesciate e queste grida:
“Italiani razzisti”!
Da allora, la stampa tiene il conto preciso di tutte le manifestazioni di razzismo. Qui, una
marocchina insultata, là una prostituta lasciata nuda in una sala del commissariato, altrove un
venditore senegalese picchiato con una mazza da baseball per aver osato esporre la sua mercanzia
accanto ai venditori italiani. Nei telegiornali della penisola, questi atti di violenza contro gli stranieri
si intercalano ormai all'enumerazione dei crimini commessi dagli “extracomunitari”.
Sociologi, psicologi, vescovi, politici, si affollano al capezzale della Penisola. Anche il Presidente
della Repubblica, Giorgio Napolitano, si inquieta: “C'è un allarme razzista”. Che cosa sono
diventati gli “italiani brava gente” che hanno creato la reputazione dell'accoglienza in Italia?
Impregnati di tradizione cattolica e di compassione, gli italiani hanno dapprima accolto gli stranieri
a braccia aperte. “Il razzismo non è nel nostro DNA”, dicono in coro gli eletti delle città nelle quali
hanno avuto luogo le violenze.
E allora? I sociologi avanzano una pista: paese di emigrazione, l'Italia è divenuta in meno di
trent'anni un paese di immigrazione. Un cambiamento troppo rapido per essere adeguatamente
preparato. L'ultimo censimento rileva la presenza di 3 432 651 immigrati regolari, di cui 457 000
nati in Italia. Sono più numerosi nel Nord, ricco e prospero, che nel Sud.
Per scoraggiare i candidati all'immigrazione, sotto l'influenza della Lega Nord, un partito
apertamente xenofobo, il governo fustiga gli immigrati, presentati come fonte di insicurezza.
Moltiplica gli ostacoli alla loro integrazione. Il ministro dell'interno, Roberto Maroni, eccelle in
questo esercizio. Un giorno, propone il permesso di soggiorno a punti, un altro le classi separate per
i bambini stranieri, un altro ancora il rifiuto di cure agli immigrati clandestini.
Il sindaco di Oppeano (Lombardia) preferisce acquistare terreni piuttosto che vedere i musulmani
della sua comunità costruirvi una moschea. Quello di Treviso si interroga: “Una moschea? Gli
africani vadano a pisciare e pregare nel deserto!” Quello di Pordenone rifiuta un'esposizione
sull'Africa nella sua città col motivo che “gli Africano nessuno li vuol più vedere, neppure in foto,
dato che sono già il 25% della popolazione”. Quello di Verona ha fatto appello, lunedì 20 ottobre,
contro la sua condanna a due mesi di prigione e tre anni di interdizione dai diritti civili: aveva
distribuito dei volantini sui quali era scritto: Fuori i Rom”. “La Lega è l'incubatrice del razzismo”,
scrive il giurista di centrosinistra Stefano Rodotà.
Italia razzista? E' “un fenomeno di automutilazione”, spiega Mario Marazziti, della comunità di
Sant'Egidio, che opera presso le persone in difficoltà. “Senza gli immigrati, prosegue, l'Italia
perderebbe abitanti ogni hanno e sarebbe in declino. Gli immigrati regolari pagano 2 miliardi di
euro di tasse all'anno. Criminalizzando gli irregolari li si rende fragili, li si marginalizza e si
finisce per gettarli tra le braccia del crimine organizzato. A New York, nel 1904, gli italiani erano
all'origine del 51% dei delitti commessi nella città mentre rappresentavano solo il 5% della
popolazione”.
Italia razzista? Sociologo all'università di Bologna, Marzio Barbagli ha dedicato tre libri (Laterza)
al problema. “Negli anni 1990, la forte rappresentazione degli immigrati tra spacciatori e
prostitute ha spinto le persone a pensare che l'immigrazione fosse la causa principale
dell'insicurezza. Ma questa è solo una delle conseguenze del loro rifiuto”.
Italia razzista? “Diciamo che il terreno è fertile, spiega il deputato di centrosinistra Sandro Gozi.
Gli immigrati sono ormai visti da molti italiani come dei concorrenti per l'accesso alle cure e
all'alloggio. Se non sviluppiamo un discorso più positivo nei loro confronti, rischiamo una guerra
tra poveri”. Nel 2006, a capo di una commissione parlamentare, Gozi ha redatto un rapporto di 650
pagine nelle quali deplorava “un'assenza di un modello nazionale di integrazione e di riflessione
sulla multiculturalità”. “Occorrono politiche strutturali, prosegue, non soluzioni d'emergenza. Le
buone pratiche esistono. Devono ispirarci”.
Per vederle, andiamo in Emilia Romagna, a Reggio Emilia. 162 000 abitanti nel 2007, di cui 21 334
stranieri, vale a dire il 13,18% della popolazione. Nel 2000, erano solo 7 900. Reggio e il suo 2% di
disoccupazione, Reggio e le sue industrie meccaniche prospere, Reggio luogo di nascita delle prime
cooperative, è diventata per gli immigrati un eldorado, la promessa di vita stabile. In passato
comunista, il comune destina il 50% del suo budget alle spese sociali. Il 40% dei bambini da 1 a 6
anni vanno a scuola o all'asilo nido (contro il 9% dell'insieme dell'Italia). Gli imprenditori, che
hanno bisogno di manodopera integrata e serena, sostengono la politica del sindaco, Graziano
Delrio (centrosinistra). Insediata sul territorio comunale, la casa di alta moda Prada ha donato una
scuola, pagandola in contanti.
“Ma attenzione, dice Delrio, l'accoglienza non è carità. Noi chiediamo agli immigrati di
comportarsi da uomini. Devono essere dei partner”. Approfittando di una rete associativa capillare
e di una struttura efficace, Mondo Insieme, Reggio propone ai nuovi abitanti un vero kit di
integrazione che comprende anzitutto la scuola e il lavoro. Tutti i servizi del municipio e la metà
degli impiegati sono coinvolti. “L'immigrazione è il problema più importante d'Italia”, assicura il
sindaco.
Attraverso i centri sociali, Reggio si sforza di moltiplicare i punti di contatto tra stranieri e italiani,
in particolare nel quartiere della stazione, dove vive più del 50 % di immigrati: “Vediamo bene che
il ristoratore cinese ha gli stessi problemi del barbiere italiano”, spiega un membro di
un'associazione. Risultato: la città è diventata una delle più sicure d'Italia. “Le cose che sento alla
radio, a Reggio non succedono”, assicura Bandago Seni, un immigrato venuto dal Burkina Faso.
Ma tutti ammettono: “Il contesto politico rende le cose più difficili.” Perché il sindaco e la sua
squadra non possono offrire agli “extracomunitari” ciò che lo Stato rifiuta loro e che chiedono
prima di tutto: il diritto di voto alle elezioni amministrative e procedure più rapide di accesso alla
cittadinanza italiana – il diritto di sangue prevale dall'epoca in cui gli italiani emigravano in tutto il
mondo. “Il governo tratta l'immigrazione come se le persone dovessero tornare nel loro paese,
come gli italiani che sono tornati al paese dopo aver fatto fortuna”, deplora André Lekeunen, uno
studente di diritto camerunense.
Nonostante tre leggi sull'immigrazione, nonostante la politica repressiva del governo, ogni giorno o
quasi nuove imbarcazioni mollano il loro carico di clandestini impauriti ed intirizziti nel porto di
Lampedusa. I 14 centri di permanenza temporanea della penisola sono diventati insufficienti. Il
governo ne promette altri dieci e ospita i candidati all'immigrazione in alberghi. Ogni giorno
aumenta la tensione tra gli italiani e i nuovi arrivati.
Mario Marazzitti, della comunità di Sant'Egidio, si ricorderà a lungo della visita a Roma della
ministra della giustizia del Burkina Faso. La stava accompagnando a Palazzo Chigi, sede del
governo, per firmare un accordo tra il Burkina e l'Italia per organizzare meglio il censimento della
popolazione immigrata, quando un tizio ha urlato, al passaggio della ministra: “Torna a casa tua,
negra!”.


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25 ottobre 2008
Il piccolo razzismo che l'Italia non vede

  la Repubblica, Carlo Bonini, 25 ottobre 2008

 

Il giorno in cui H., cittadino tunisino con regolare permesso di soggiorno, chiese di partecipare albando comunale da sessanta licenze per taxi, scoprì che tassisti, qui da noi, si diventa solo secittadini italiani. Il giorno in cui F. ed L., coppia nigeriana residente in Veneto, risposero a unannuncio per cuochi, scoprirono che l´albergo che li cercava, di neri non ne voleva. E «non per una questione di razzismo», gli venne detto dalla costernata direttrice della pensione, «perché ingiardino, ad esempio», lavoravano «da sempre solo i pachistani». Il giorno in cui S., deliziosaadolescente napoletana, finì nella sala d´attesa di un pediatra di base di Roma accompagnata dal padre, alto dirigente del Dipartimento della pubblica sicurezza, realizzò che insieme a lei attendevano soltanto bambini dal colore della pelle diverso dal suo. E ne chiese conto: «Papà, perché da quando ci siamo trasferiti a Roma siamo diventati così sfigati?». Il Razzismo italiano è un «pensiero ordinario». Abita il pianerottolo dei condomini, le fermate dell'autobus, i tavolini dei bar, i vagoni ferroviari. "Negro", una di quelle parole ormai pronunciate con senso liberatorio nel lessico pubblico, non nelle barzellette. Volendo, da esporre sulle lavagne del menù del giorno di qualche tavola calda, per allargare a una parte degli umani il divieto di ingresso ai cani. L´Italia Razzista è la geografia di un odio di prossimità, che nei primi dieci mesi di quest´anno ha conosciuto picchi che non ricordava almeno dal 2005. Un odio «naturale», dunque apparentemente invisibile, anche statisticamente, fino a quando non diventa fatto di sangue. Il pestaggio di un ragazzo ghanese in una caserma dei vigili urbani di Parma; il linciaggio di un cinese nella periferia orientale di Roma; il rogo di un campo nomadi nel napoletano; la morte per spranga, a Milano, di un cittadino italiano, ma con la pelle nera del Burkina Faso; l´aggressione di uno studente angolano all´uscita di una discoteca nel genovese. Dunque, cosa si muove davvero nella pancia del Paese? Al quinto piano di Largo Chigi, 17, Roma, uffici della presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento per le pari opportunità, lavora da quattro anni un ufficio voluto dall´Europa la cui esistenza, significativamente, l´Italia ignora. Si chiama «Unar» (Ufficio nazionaleantidiscriminazione razziale). Ha un numero verde (800 90 10 10) che raccoglie una media di 10 mila segnalazioni l´anno, proteggendo l´identità di vittime e testimoni. È il database nazionale che misura la qualità e il grado della nostra febbre xenofoba. Arriva dove carabinieri e polizia non arrivano. Perché arriva dove il disprezzo per il diverso non si fa reato e resta "solo" intollerabile violenza psicologica, aggressione verbale, esclusione ingiustificata dai diritti civili. Nei primi nove mesi di quest´anno l´Ufficio ha accertato 247 casi di discriminazione razziale, con una progressione che, verosimilmente, pareggerà nel 2008 il picco statistico raggiunto nel 2005. Roma, gli hinterland lombardi e le principali città del Veneto si confermano le capitali dell'intolleranza. I luoghi di lavoro, gli sportelli della pubblica amministrazione, i mezzi di trasporto fotografano il perimetro privilegiato della xenofobia. Dove i cittadini dell´Est europeo contendono lo scettro di nuovi Paria ai maghrebini. In una relazione di 48 cartelle ("La discriminazione razziale in Italia nel 2007") che nelle prossime settimane sarà consegnata alla Presidenza del Consiglio (e di cui trovate parte del dettaglio statistico in queste pagine) si legge: «Il razzismo è diffuso, vago e, spesso, non tematizzato. La cifra degli abusi è l´assoluta ordinarietà con cui vengono perpetrati. Gli autori sembra che si sentano pienamente legittimati nel riservare trattamenti differenziati a seconda della nazionalità, dell´etnia o del colore della pelle». Privo di ogni sovrastruttura propriamente ideologica, il razzismo italiano si fa «senso comune». Appare impermeabile al contesto degli eventi e all´agenda politica (la curva della discriminazione, almeno sotto l´aspetto statistico, non sembra mai aver risentito in questi 4 anni di elementi che pure avrebbero potuto influenzarla, come, ad esempio, atti terroristici di matrice islamica). Procede al contrario per contagio in comunità urbane che si sentono improvvisamente deprivate di ricchezza, sicurezza, futuro, attraverso «marcatori etnici» che si alimentano di luoghi comuni o, come li definiscono gli addetti, "luoghi di specie". Dice Antonio Giuliani, che dell´Unar è vicedirettore: «I romeni sono subentrati agli albanesi ereditandone nella percezione collettiva gli stessi e identici tratti di "genere". Che sono poi quelli con cui viene regolarmente marchiata ogni nuova comunità percepita come ostile: "Ci rubano il lavoro", "Ci rubano in casa", "Stuprano le nostre donne". Dico di più: i nomadi, che nel nostro Paese non arrivano a 400 mila e per il 50% sono cittadini italiani, sono spesso confusi con i romeni e vengono vissuti come una comunità di milioni di individui. E dico questo perché questo è esattamente quello che raccolgono i nostri operatori nel colloquio quotidiano con il Paese». L´ordinarietà del pensiero razzista, la sua natura socialmente trasversale, e dunque la sua percepita "inoffensività" e irrilevanza ha il suo corollario nella modesta consapevolezza che, a dispetto anche dei recenti richiami del Capo dello Stato e del Pontefice, ne ha il Paese (prima ancora che la sua classe dirigente). Accade così che le statistiche del ministero dell´Interno ignorino la voce "crimini di matrice razziale", perché quella "razzista" è un´aggravante che spetta alla magistratura contestare e di cui si perde traccia nelle more dei processi penali. Accade che nei commissariati e nelle caserme dei carabinieri di periferia nelle grandi città, il termometro della pressione xenofoba si misuri non tanto nelle denunce presentate, ma in quelle che non possono essere accolte, perché «fatti non costituenti reato». Come quella di un cittadino romeno, dirigente di azienda, che, arrivato in un aeroporto del Veneto, si vede rifiutare il noleggio dell´auto che ha regolarmente prenotato perché - spiega il gentile impiegato al bancone - il Paese da cui proviene «è in una black list» che farebbe della Romania la patria dei furti d´auto e dei rumeni un popolo di ladri. O come quella di un cittadino di un piccolo Comune del centro-Italia che si sveglia un mattino con nuovi cartelli stradali che il sindaco ha voluto per impedire «la sosta anche temporanea dei nomadi». La xenofobia lavora tanto più in profondità quanto più si fa odio di prossimità (è il caso del maggio scorso al Pigneto). Disprezzo verso donne e uomini etnicamente diversi ma soprattutto socialmente «troppo contigui» e numericamente non più esigui. Anche qui, le statistiche più aggiornate sembrano confermare un´equazione empirica dell´intolleranza che vuole un Paese entrare in sofferenza quando la percentuale di immigrazione supera la soglia del 3 per cento della popolazione autoctona. In Italia, il Paese più vecchio (insieme al Giappone), dalla speranza di vita tra le più alte al mondo e la fecondità tra le più basse, l´indice ha già raggiunto il 6 per cento. E se hanno ragione le previsioni delle Nazioni Unite, tra vent´anni la percentuale raggiungerà il 16, con 11 milioni di cittadini stranieri residenti. Franco Pittau, filosofo, tra i maggiori studiosi europei dei fenomeni migratori e oggi componente del comitato scientifico della Caritas che cura ogni anno il dossier sull´Immigrazione nel nostro Paese (il prossimo sarà presentato il 30 ottobre a Roma), dice: « È un cruccio che come cristiano non mi lascia più in pace. Se la storia ci impone di vivere insieme perché farci del male anziché provare a convivere? Bisogna abituare la gente a ragionare e non a gridare e a contrapporsi. Non dico che la colpa è dei giornalisti o dei politici o degli uomini di cultura o di qualche altra categoria. La colpa è di noi tutti. Rischiamo di diventare un paese incosciente che, anziché preparare la storia, cerca di frenarla. Si può discutere di tutto, ma senza un´opposizione pregiudiziale allo straniero, a ciò che è differente e fa comodo trasformare in un capro espiatorio. Alcuni atti rasentano la cattiveria gratuita. Mi pare di essere agli albori del movimento dei lavoratori, quando la tutela contro gli infortuni, il pagamento degli assegni familiari, l´assenza dal lavoro per parto venivano ritenute pretese insensate contrarie all´ordine e al buon senso. Poi sappiamo come è andata». Se Pittau ha ragione, se cioè sarà la Storia ad avere ragione del «pensiero ordinario», l´aria che si respira oggi dice che la strada non sarà né breve, né dritta, né indolore. I centri di ascolto dell´Unar documentano che nel nord-Est del paese sono cominciati ad apparire, con sempre maggiore frequenza, cartelli nei bar in cui si avverte che «gli immigrati non vengono serviti» (se ne è avuto conferma ancora quattro giorni fa a Padova, alle «3 botti» di via Buonarroti, che annunciava il divieto l´ingresso a «Negri, irregolari e pregiudicati»). E che nelle grandi città anche prendere un autobus può diventare occasione di pubblica umiliazione, normalmente nel silenzio dei presenti. Come ha avuto modo di raccontare T., madre tunisina di due bambini, di 1 e 3 anni. «Dovevo prendere il pullman e, prima di salire, avevo chiesto all´autista se potevo entrare con il passeggino. Mi aveva risposto infastidito che dovevo chiuderlo. Con i due bambini in braccio non potevo e così ho promesso che lo avrei chiuso una volta salita. L´autista mi ha insultata. Mi ha gridato di tornarmene da dove venivo. E non è ripartito finché non sono scesa». T., appoggiata dall´Unar, ha fatto causa all´azienda dei trasporti. L´ha persa, perché non ha trovato uno solo dei passeggeri disposto a testimoniare. In compenso ha incontrato di nuovo il conducente che l´aveva umiliata. Dice T. che si è messo a ridere in modo minaccioso. «Prova ora a mandare un´altra lettera», le ha detto.


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18 ottobre 2008
Maroni: Saviano non è l' unico simbolo
 


Corriere della Sera, Fiorenza Sarzanini, 18 ottobre 2008

 

ROMA - Il tono usato, ma soprattutto le parole scelte suonano come una presa di distanza forte. Perché quando arriva a Napoli per firmare un patto sulla legalità e gli viene chiesto di commentare l' annuncio dello scrittore Roberto Saviano di voler lasciare l' Italia, il ministro dell' Interno afferma: «Saviano è un simbolo, ma non il simbolo della lotta alla camorra». E poi, quasi a sottolineare quanto rischioso possa essere il clamore di questi ultimi giorni, Roberto Maroni aggiunge: «La lotta alla criminalità la fanno polizia, magistratura, imprenditori, che sono in prima linea ma non sono sulle prime pagine dei giornali. Non è da oggi che si combatte la camorra, lo si fa da sempre in silenzio. Al di là della risonanza mediatica e della vicenda personale di Saviano, la lotta alla criminalità organizzata si fa quotidianamente da parte di tutte le forze dello Stato. E sempre più con il coinvolgimento dei cittadini. Non credo sia una buona idea andarsene fuori e non mi pare ci sia la certezza di evitare la vendetta camorristica, che non ha confini». Al Viminale il livello di pericolo per l' autore di Gomorra viene considerato altissimo, nonostante l' ultima rivelazione su un progetto di attentato che doveva essere compiuto entro Natale si sia rivelata un bluff. Non a caso il ministro dice di augurarsi «che Saviano rimanga perché contribuisce con la sua immagine al contrasto alla camorra», ma subito dopo sottolinea come «il contrasto viene fatto ogni giorno con azioni militari ed immagini. Non vorrei ridurre lo Stato e la sua azione ad una personificazione». E conclude: «Lo Stato gli garantisce il massimo livello di protezione possibile. Conosciamo bene la sua situazione siamo al suo fianco e lo siamo sempre stati. Per quanto riguarda la sua sicurezza gli garantiamo tutto ciò che serve». I collaboratori di Maroni smentiscono con decisione che le sue affermazioni avessero un intento polemico. Anzi, chiariscono che l' obiettivo adesso è quello di «far calare l' attenzione nei confronti di Saviano proprio per evitare che questa sovraesposizione mediatica accresca la minaccia nei suoi confronti». Questo basta però a far capire come i responsabili della sua sicurezza siano convinti della necessità di abbassare i toni ed evitare dichiarazioni che possano suonare come una sfida o una provocazione nei confronti del clan dei Casalesi. Del resto il dispositivo della scorta è già al massimo e ultimamente sono state adottate una serie di nuove precauzioni come il cambio di alloggi e di percorsi o la doppia bonifica dei luoghi dove viene ospitato. Ieri sera lo scrittore ha incassato nuovi attestati di solidarietà, quella del sindaco di Roma Alemanno e del magistrato Woodcock.

 


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18 ottobre 2008
Lavoro, nove morti in un giorno
 


Corriere della sera, Giusi Fasano, 18 ottobre 2008

 
MILANO - Nove morti di lavoro in meno di 24 ore. In fabbrica, in officina, in cantiere, su una piattaforma a otto metri da terra, sul terreno di un' area agricola... Nove morti, dice la «contabilità» della strage quotidiana. Ed è stato il venerdì più nero dall' inizio dell' anno, tanto da far dire al presidente del Senato Renato Schifani che «sta diventando un' emergenza nazionale». Nove morti, a cinque giorni dall' ultimo appello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dal suo ennesimo «basta con le morti sul lavoro». Giuseppe Tumino aveva 38 anni. La polizia l' ha trovato che era mezzanotte, penzoloni sul bordo di una vasca alta tre metri: per motivi che nessuno ancora sa spiegarsi giovedì sera, a fine turno, è finito nella macchina per impastare il cioccolato della Ciocodor Srl, fabbrica dolciaria di Ragusa. Le pale per mescolare gli ingredienti (che in teoria dovrebbero bloccarsi se qualcuno alza il coperchio della vasca) l' hanno schiacciato senza dargli scampo. È morto fulminato, invece, Luan Qosya, anche lui 38 anni, arrivato nel nostro Paese dall' Albania per inseguire il sogno italiano: un lavoro sicuro e un po' di soldi da mandare a casa ogni mese. Ieri ha urtato i cavi dell' alta tensione mentre lavorava sulla piattaforma di un braccio meccanico a Roveleto di Cadeo, nel Piacentino. Per Giuseppe Tabone, 57 anni, la morte è arrivata con un volo di cinque-sei metri dal ponteggio sul quale stava facendo lavori di ristrutturazione edile, a Sanvitale Baganza, nel Parmense. Aveva un anno meno di lui Mauro Strozza, travolto e ucciso da un trattore mentre lavorava, ieri pomeriggio, in un campo di Barile, in provincia di Potenza. Nelle stesse ore e più o meno a duecento chilometri di distanza il cuore di Dan Cristian Costache, rumeno di 21 anni, batteva ostinato, sorprendendo i medici che avevano definito «disperate» le condizioni del ragazzo fin dalla prima occhiata. Dan è rimasto schiacciato da alcune lastre di marmo cadute da una gru, in una fabbrica di San Felice, nel Casertano. All' ospedale di Nola l' hanno tenuto sotto i ferri dal primo pomeriggio fino a sera ma non c' era intervento chirurgico che potesse vincere lo schiacciamento toracico e cranico di quel ragazzo. Una sorte simile a quella toccata a Massimiliano Strisezza, operaio edile di 33 anni, morto anche lui schiacciato da un pannello di cemento, a Battipaglia (Salerno). Massimiliano stava attraversando il piazzale del cantiere accanto al suo quando la lastra di cemento (di diversi quintali) si è sganciata da una gru finendogli addosso. Un altro operaio, Guido Palumbo, 35 anni, è morto ieri all' alba a Casoria (Napoli) dopo quasi un giorno di agonia: era caduto da una scala, giovedì, nell' officina in cui lavorava che si occupa della lavorazione del ferro. E poi c' è Luca Cerofolini, 30 anni: ieri pomeriggio è stato travolto e ucciso dall' albero che stava segando a Subbiano, in provincia di Arezzo. Fa impressione, forse più di questa lista nera, la storia della giovane marocchina morta ad Arcole, vicino Verona. Ieri è andata a trovare il fidanzato, operaio saldatore in una ditta del paese. È arrivata nel punto sbagliato al momento sbagliato: le è caduto addosso da un camion un carico di coperchi di ferro che alcuni operai stavano scaricando.

 

 


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7 ottobre 2008
I bimbi fantasma di Lampedusa

 

la Repubblica, Attilio Bolzoni, 07 ottobre 2008 


AGRIGENTO - Arrivano in Sicilia e di loro non si sa più nulla. Cambiano nome, s' inventano un' altra età, a volte finiscono a spacciare o a vendersi. Sbarcano a Lampedusa, li portano in una «casa famiglia» e da lì spariscono. Per un po' o per sempre. Su 1320 approdati in questo 2008 sui loro barconi sono almeno 400 quelli che non si trovano più. Nelle statistiche li chiamano «minori non accompagnati». Sono bambini, bambine, ragazzini che da soli attraversano il Mediterraneo. Non si trova più Appiaj, diciassette anni, ghanese. Non si trova più Karim, sedici anni, palestinese. Non si trovano più neanche Falis e Seth, Agyapon e Akpama. Li avevamo incontrati nella penultima settimana di giugno al «centro di accoglienza» di Lampedusa, ci avevano regalato le loro lettere e i loro disegni, ci avevano consegnato le loro speranze. Tre mesi dopo sono tanti piccoli fantasmi. «Il minore si è allontanato arbitrariamente per ignota destinazione», c' è sempre scritto sul foglio dell' ufficio emigrazione accanto ai loro nomi e ai loro numeri. Il 34 del secondo sbarco del 21 giugno, il 18 del terzo sbarco del 21 giugno, il 36 del quarto sbarco del 22 giugno. Anche loro tutti scomparsi. Tranne Aymen, un adolescente tunisino che abbiamo rintracciato nelle campagne agrigentine fra Naro e Campobello di Licata, tutti gli altri sono diventati «irregolari». Clandestini. «Un terzo di quelli che entrano nel nostro paese fanno perdere le loro tracce per i motivi più diversi», racconta Girolamo Di Fazio, questore di Agrigento, la provincia che è la porta d' Europa per chi viene dal mare. E tanti sbarchi come quest' anno non ce n' erano stati mai. Dal 1 gennaio al 30 settembre se ne contano 332. Più di 21 mila i fuggiaschi dalle coste libiche. Dallo scoglio di Lampedusa sono già 100 mila quelli entrati dal 2002. In questa massa di migranti ci sono i «minori non accompagnati». Negli ultimi nove mesi ne sono arrivati moltissimi: fra il 7 e l' 8 per cento degli sbarcati. Neri dell' Africa orientale e di quella occidentale, magrebini, pakistani, palestinesi. Tutti dai dodici ai diciassette anni, tutti identificati e poi quasi tutti inghiottiti in qualche angolo d' Italia o d' Europa. Molti fuggono per raggiungere uno zio o un cugino o un fratello che è già finito da questa parte del mondo, altri si disperdono nelle grandi città, i meno fortunati scivolano negli artigli del racket. Il 24 settembre otto ragazze nigeriane minorenni - le avevano raccolte nel mare di Lampedusa alla fine di agosto - sono state allontanate da Santa Margherita Belice, un paese in fondo alla valle dove nel '68 ci fu il grande terremoto. Erano tutte ospiti di una delle tante «casa famiglia», però nel pomeriggio si vendevano. Un' altra ragazzina di colore, arrivata sull' isola appena qualche giorno prima in compagnia di due adulti, ha avuto il coraggio di confessare tutto ai poliziotti. La coppia che l' aveva in «custodia», marito e moglie, dicevano che D. - questo il nome della diciassettenne - era loro figlia. In lacrime D. ha raccontato che quei due l' avevano portata qui in Italia per farla prostituire. I poliziotti hanno fatto eseguire l' esame del Dna sui due adulti e sulla ragazza e hanno scoperto che non erano consanguinei. «Ma non possiamo fare il test del Dna a tutti, l' emergenza che stiamo affrontando a Lampedusa è senza precedenti», dice ancora il questore Di Fazio mentre spiega come i suoi uomini si destreggiano contro un traffico sempre più spaventoso di esseri umani sul fronte sud. C' è una task force della squadra mobile di stanza a Lampedusa. Aspetta gli sbarchi, identifica i naufraghi, li seleziona per etnia, raccoglie informazioni e dichiarazioni. Una procedura che vale per tutti, adulti e minori. I più piccoli trovano riparo per due o tre o quattro giorni nel «centro di accoglienza» dell' isola, poi il Servizio centrale immigrazione li smista in ogni provincia italiana. I ragazzini che sono soli vengono sistemati nelle «casa famiglia». E proprio da lì se ne vanno, scompaiono. «Non sono ristretti», ricorda Paolo Di Caro, il direttore di «Casa Amica», un borgo agricolo costruito nell' era fascista fra i vigneti di Naro, cinque casermoni e cinquantuno ospiti. In queste «case» i ragazzi ci possono stare fino a quando diventeranno maggiorenni o fino a quando riusciranno ad avere il permesso di soggiorno. Ma non tutti resistono. Sono già in contatto con qualcuno ancora prima di toccare terra, numeri di telefono, indirizzi. Appena capiscono che possono allontanarsi, scappano. «Anche a noi risulta che quest' anno centinaia di loro se ne siano andati dalle comunità, rischiando di finire così nei circuiti di sfruttamento», denuncia Valerio Neri, direttore di Save the Children Italia. Aggiunge Neri: «Le ragioni che li spingono alla fuga sono diverse: dalle condizioni di accoglienza della comunità alla mancanza di informazioni sul percorso di tutela per loro qui in Italia». Da qualche anno i trafficanti dei «viaggi» affidano proprio a loro i barconi. Su 76 scafisti arrestati nel 2008 dalla polizia di Agrigento - un record anche quest' altro - 5 erano minorenni. «Scaricano sui minori ogni responsabilità, c' è da dire però che in qualche caso i ragazzini che si autodenunciano come minori in realtà poi si rivelano maggiorenni», spiega il questore Di Fazio. Quando c' è qualche dubbio li portano in ospedale per una radiografia al polso, l' esame che con una leggera approssimazione può stabilire l' effettiva età dell' adolescente. In alcuni casi non falsificano solo la loro età. Ma anche il nome. Come l' unico ragazzino che siamo riusciti a rintracciare dopo cento giorni dal suo sbarco a Lampedusa. Appena arrivato aveva detto di chiamarsi Mohamad D., nato nel luglio del 1990. Oggi si chiama Aymen K. - e questo è il suo vero nome - nato nel gennaio del 1993. È un tunisino di Sidi Bouzid, una cinquantina di chilometri da Sfax. Anche lui è arrivato in Italia da solo. Trasferito nella «casa famiglia Juvenilia» di Campobello di Licata, dopo pochi giorni è fuggito. È andato prima a Roma e poi a Milano. È tornato a Campobello e l' hanno ripreso nella «casa famiglia». Poi è fuggito un' altra volta. È tornato ancora, ma non l' hanno voluto più. «Era un cattivo esempio per tutti gli altri ragazzi che rispettavano le regole della nostra comunità», racconta la direttrice Cettina Bonetta. L' hanno accolto a Naro. Adesso Aymer vive lì. Di mattina va in campagna con Antonio, un contadino che ha la vigna. Gli dà 20 euro a giornata, quello che Aymar al suo paese guadagnava in un mese per vendere sarde sul carrettino. In Tunisia ha lasciato tre sorelle e due fratelli. Il sogno di Aymer è di raggiungere suo zio Abdmlak: «Voglio lavorare con lui, fare la bella vita che fa lui». Da dodici anni lo zio Abdmlak si rompe la schiena nelle serre fra Comiso e Vittoria, dall' altra parte della Sicilia.


 


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6 ottobre 2008
Da Di Matteo alla famiglia Alfieri la lunga mattanza dei collaboratori

 ROMA - è un ragazzino di 11 anni il simbolo della mattanza dei parenti dei pentiti. Si chiamava Giuseppe Di Matteo. Suo padre, Santino, resistette eroicamente a quel tremendo ricatto, e confermò le accuse sulla strage di Capaci e l' omicidio di Ignazio Salvo. Il piccolo Giuseppe pagò le rivelazioni del padre con la vita: dopo 776 giorni di prigionia fu strangolato, e il suo corpicino sciolto nell' acido. Era il 1993 quando avvenne quel sequestro. Da allora, la mattanza dei collaboratori di giustizia e, soprattutto, dei loro parenti è proseguita inarrestabile. Nel ' 93 la mafia diede il via a una stagione di omicidi eccellenti, fra questi quelli di Falcone e Borsellino, e di stragi, con il fine di tentare di condizionare il potere politico a approvare in parlamento leggi più favorevoli sia per quanto riguarda la detenzione sia sul fronte del fenomeno del pentitismo grazie al quale sono stati inferti a cosa nostra colpi durissimi da parte della magistratura. Nel tentativo di tappare la bocca a Gioacchino La Barbera, pentito della strage di Capaci (nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta), gli fu ucciso il fratello, Giovanni. Il numero ufficiale dei morti ammazzati dalle vendette trasversali non c' è, ma le stime parlano di svariate decine. E non scampano ai sicari di cosa nostra, della 'ndrangheta, della sacra corona e della camorra neppure i parenti dei pentiti che rifiutano il programma di protezione loro riservato, volendo in quel modo marcare il loro dissenso dalla scelta dei parenti di pentirsi. Alle mafie quel gesto di dissociarsi dal pentimento del familiare nulla interessa: li uccidono lo stesso. è il caso di Angelo Sparatore, ucciso all' indomani della deposizione in aula del fratello Concetto, uno degli elementi di spicco della cosca Urs-Bottaro. Ma è anche la vicenda di Antonio Alfieri, figlio trentenne di Carmine (ex boss camorrista della «nuova famiglia» poi pentitosi), freddato dai killer nel 2002. Due anni più tardi toccò la stessa sorte a un altro parente di Carmine Alfieri, il fratello Francesco. Chi ha dichiarato guerra senza quartiere ai pentiti, prendendosela con i loro familiari, sono proprio i Casalesi di Gomorra, quelli della strage di Castel Volturno di qualche settimana fa. Dopo aver ucciso il padre di un collaboratore, hanno tentato di ammazzare Francesca Carrino, la nipote di Anna, collaboratrice e compagna del boss Francesco Bidognetti. I Casalesi non avevano risparmiato neppure Umberto Bidognetti, l' anziano padre di un altro pentito, Domenico, il quale, però, aveva sfidato i clan della camorra annunciando a Radio Rai che avrebbe continuato a collaborare. E «perdonando i ragazzi mandati dai boss a uccidere mio padre». Nel lungo elenco dei morti per vendette trasversali ci sono anche Alfonso Nasto, ucciso per punire il fratello pentito del clan Gionta, la principale organizzazione camorristica di Torre Annunziata. E poi Guglielmo Scelzo, freddato a Castellammare di Stabia, anch' egli fratello di un collaboratore. Salvatore Cimino pagò con la vita la decisione di due figli, Giovanni e Antonio, di pentirsi.

Alberto Custodero, Repubblica,  06 ottobre 2008  



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