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28 luglio 2009
GRANDE!

 




Ori e record, Pellegrini regina d'acqua

ROMA - La campionessa che fa grande l'Italia, la nuotatrice che per una volta il mondo invidia all'Italia. Federica Pellegrini, nata a Mirano in provincia di Venezia il 5 agosto 1988, ma residente a Spinea - nel poco tempo in cui non è a Verona ad allenarsi - è detentrice del record del mondo sui 200 stile libero con 1'54"47, stabilito agli assoluti di Riccione, e dei 400 che già deteneva con 4'00"41 ai Giochi del Mediterraneo e che ha migliorato con la straordinaria vittoria ai mondiali di Roma con 3'59"15, prima donna a scendere sotto il muro storico dei 4'. E' l'unica nuotatrice italiana ad aver infranto il crono mondiale in più di una specialità: ben quattro volte ha migliorato quello dei 200 sl e tre volte quello dei 400. E' anche la prima azzurra ad aver regalato all'Italia il primo oro olimpico al femminile del nuoto, centrando il titolo a Pechino nei 200 sl, impreziosito dall'allora primato del mondo con 1'54"82.

Con l'oro conquistato a Roma09 sui 400 (gara che in passato le aveva procurato dei problemi di respirazione legati ad attacchi di panico), il primo della sua carriera, riporta, 36 anni dopo Novella Calligaris il nuoto femminile sul gradino più altro del podio di una rassegna iridata. La Pellegrini arricchisce così il suo già ricco palmares internazionale: la 21enne nuotatrice azzurra vanta infatti oltre all'oro di Pechino anche un argento nell'edizione di Atene 2004 sempre sui 200 stile (quando aveva solo 16 anni), un argento e un bronzo mondiale nella stessa distanza rispettivamente a Montreal nel 2005 e a Melbourne nel 2007, oltre a un oro sui 400 agli Europei di Eindhoven, dove conquistò anche l'argento nella 4x100 stile e il bronzo nella 4x200. 35 invece i titoli italiani a livello individuale. Pioggia di medaglie anche in vasca corta con 2 ori, 2 argenti e 1 bronzo agli europei, e un argento un bronzo ai Mondiali. Alta 177 cm per un peso forma di 60 kg, ha iniziato a nuotare nel 1995 e dopo i primi successi conseguiti sotto la guida di Max Di Mito alla Serenissima Nuoto di Mestre, è passata alla DDS di Settimo Milanese, trasferendosi da Spinea a Milano.

Il boom ad Atene dove, vincendo l'argento olimpico, l'unica dopo la Calligaris, è stata anche a 16 anni e 12 giorni,la più giovane atleta italiana a salire su un podio olimpico individuale. Allenata da Alberto Castagnetti, ct di tutta l'Italnuoto, è fidanzata con Luca Marin, collega di nazionale ed ex di Laure Manaudou, sua ex rivale in piscina visto che la francese si è concessa una pausa dal nuoto. Ama i vestiti eleganti e i tacchi alti, e strizza l'occhio a moda e tv. Il suo animale preferito é il leone: e proprio al re della foresta è dedicata la sua collezione di peluche. Quella di Roma è la stagione della definitiva consacrazione della più grande nuotatrice italiana di tutti i tempi.

 www.ansa.it




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12 aprile 2009
Legàmi

 Cara Oriana ci hai preso in giro

Quando eri viva non si poteva parlare di te.
Eravamo tutti legati a una catena di segrete amicizie parallele,
compartimentate in una maniera che avrebbe fatto invidia ad Al Qaeda. Ognuno
di noi poteva frequentarti o ascoltarti per telefono, ma individualmente.
Spesso intuendo chi potessero essere gli altri. Piu' spesso convinti di
essere gli unici e privilegiati destinatari del tuo affetto. A questo aveva
portato il tuo desiderio di controllo. Una gelosia assoluta della tua vita e
della tua persona che ti portava - anche con un certo senso del ridicolo,
diciamocelo ora - a verificare ogni cosa che ti riguardasse, al punto da
correggere a volte persino gli aggettivi che si usavano per parlare di te,
con te. Ora che sei morta non si fa che scoprire nuove tue relazioni, nuovi
tuoi testamenti amicali, nuove memorie in comune fra te e altri che nessuno
aveva mai sospettato fosse parte del tuo mondo. La cosa e' francamente
scocciante, ORIANA. Ci hai tartassato durante tutto l'ultimo periodo della
tua vita, cioe' quello in cui hai scelto di «ritirarti» come dicevi tu, e
che per essere un «periodo» e' durato almeno un paio di decenni, perche' si
accettasse quel giuramento della discrezione intorno alla tua persona,
convinti tutti di regalarti cosi' quella pace dell'anima e del corpo che
cercavi, e nel frattempo scoprire che la porta del tuo browstone di New York
era varcata da messaggeri, amici e adoratori, con una frequenza da far
impallidire anche la portineria di Downing Street. Dunque, ora che sei morta
e il giuramento di silenzio si puo' rompere non si fa altro che parlare di
te... Con il risultato che ogni volta che vai in un posto che sfoggia
l'insegna «ORIANA» ti trovi circondato di decine, centinaia, di tuoi «amici
intimi». A un certo punto mi sono sentita leggermente presa per i fondelli
da questa tua postuma manipolazione. Mi e' successo durante una vacanza
pasquale, mentre ringraziavo da una montagna dove prendeva a malapena il
telefonino Monsignor Fisichella che qualche giorno prima si era fatto
graziosamente intervistare. Quando il tuo nome e' spuntato anche in quella
conversazione, ho capito che non avevi fatto altro, nella vita, che
organizzarti perche' in morte noi continuassimo a sentirci tirati per i fili
da te, come quelle marionette dei tuoi affetti, delle tue rabbie e delle tue
doti, che eravamo stati in vita. Immagino sempre che ti stai godendo tutta
questa attenzione. Vanitosa che eri. Vanitosa, soprattutto. Vedi? Parlo
chiaramente. Faccio quello che sempre mi dicevi di fare quando provocavi.
«Finiscila con questa lingua delle cicale. Parli sempre fino. Parli sempre
con il cervello che controlla dove stai andando a parare. Parla, parla,
esprimiti!!» Le cicale, per i pochi tuoi lettori che non sapessero di che si
tratta, erano per te gli intellettuali della sinistra, o meglio gli
intellettualoidi. Quelli che parlano appunto senza mai cuore, senza mai
rompere il filtro del calcolo. Quelli che usano le parole come strumenti.
Ripetero' queste accuse che mi facevi, perche' forse val la pena che le
ascoltino tutti coloro, specie donne, che vogliono fare i giornalisti. Mi
accusavi di essere una fallita. Usavi quel termine come un martello.
Fa-lli-ta. Lo ripetevi per farmi innervosire, per provocare una reazione,
per spaccare quello che tu pensavi fosse il cuore duro delle giornaliste e
donne della mia eta'. «Non avete mai amato, non avete mai sbagliato, non
avete mai fatto una C-A-Z-Z-A-T-A» urlavi spargendo cenere sulla moquette
gia' abbastanza scolorita del salottino della tua casa di New York o sul
pavimento rustico del tuo rifugio in campagna in Toscana. «Avete studiato,
S-T-U-D-I-A-T-O!!! Ma ti rendi conto? Un passo dopo l'altro, un aggettivo
dopo l'altro, una promozione dopo l'altra. E beh, e che ti rimane, mia cara?
Che l'e' rimasto sulle tue pagine?» gridava battendo la mano sui fogli che
si ritrovava intorno. «Siete delle monachelle, delle impiegate, delle
massaie del giornalismo», si sfogava. «Vi sta pure bene che vi trattino pure
male!!! E che' e' cosi' che si cambiano gli uomini, non dico il mondo!!»
Questa era una delle tue crociate. Urlavi spesso contro questa nostra
generazione. Tanto per non offendere nessuno, mi limito a riferire il crudo
giudizio che sbattevi in faccia a me: «Sei un talento sprecato». E se e'
indubbio che a quello «sprecato» credevi davvero, non so se hai mai
veramente creduto al «talento». Ripeto. Riferisco tutto questo perche' di
questo era fatta l'amicizia con te. Avresti sempre voluto il meglio per chi
ti voleva bene. Pensavi fosse tuo dovere spingere, motivare gli altri. Avevi
la convinzione di sapere meglio degli altri quello che fosse il meglio per
loro. Ma la tua strada era impossibile da prendere - almeno per me. La tua
strada ORIANA era quella di camminare sempre nuda, con i tuoi sentimenti
esposti alle intemperie, sotto gli occhi da falco di tutti. La tua idea era
che non esistono muri e distinzioni al mondo. Che non ci sono lavori,
mestieri, persone, anime, cittadinanze, generi sessuali, identita' politiche
o religiose. Per te c'era un unico grande nodo vitale che si chiamava
persona. Giornalista, pianista o spazzino, non c'era ai tuoi occhi
differenza. Differente era solo la generosita' e la verita' del percorso
della vita di ciascuno. Guardavi cosi', sempre dall'alto, a questa povera
generazione di donne giornaliste che secondo te erano invece cresciute
pensando al riconoscimento piu' che alla esperienza, al potere piu' che
all'emozione. In verita', se dura eri con le donne, dura eri con tutta la
generazione del dopoguerra - politici, intellettuali, leader e artisti,
maschi e femmine che fossero. ... Ancora oggi mi colpisce come uno schiaffo
il giudizio di chiunque si metta davanti i tuoi libri e ne discetti.
Infinite discussioni davanti a quel La rabbia e l'orgoglio. E' di destra? E'
giusto? E' volgare? E' criminoso? Mi colpisce il fatto che dopo tanti anni
persone cosi' intelligenti come coloro che ti leggono o ti criticano o ti
ammirano, comunque non riescano a capire il tuo lavoro. La nudita' di cui
parlavo. Dire, raccontare, affondare nelle zone piu' nascoste di pensieri e
sensazioni, in un processo da sala operatoria, da autopsia totale, che alla
fine, tra il sangue e il pus, espone il bianco candore malato del cancro. Mi
facevi paura. Che il cancro ti abbia poi accompagnato alla tomba e' stato
forse solo l'unico logico finale. Si puo' davvero fare il mestiere (o la
vita) come l'hai fatto tu? Si puo' davvero scrivere un libro come quello che
presentiamo qui, Lettera a un bambino mai nato e pensare di rimanere sani di
mente e di animo? No grazie, ORIANA. Di libri veri sulla vita e sulla morte
(non uso nemmeno il termine - sminuente in questo caso - «maternita'») ce ne
sono molto pochi. Non a caso che questo tuo sia stato letto da milioni di
persone. Ma non voglio neppure immaginare quanto ti abbia portato via. ...

Lucia Annunziata, La Stampa, 1 aprile 2009




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5 aprile 2009
Bette Davis

 




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8 ottobre 2008
L'intestino dei luwak fa faville
 

Imma Vitelli, Vanity Fair, 8 ottobre 2008

Un pomeriggio d'afa tropicale, nella giungla di Sumatra, mi sono seduta sotto una capanna di legno e ho bevuto un ricco caffè di cacca. Aveva, in effetti, un sapore con sfumature di cioccolato, e per un attimo mentre bevevo, concentrandomi sul palato sono riuscita a dimenticare la sua provenienza: le budella di un esotico animale, inesistente alle nostre latitudini, di nome luwak.
Del Kopi Luwak mi aveva parlato un amico australiano:«C'è questo caffè di merda, sai. A Sidney costa 50 dollari la tazza». E' una roba rara aveva spiegato.La produzione è scarsa: 500 chili all'anno, niente, se non ti ricordi da dove viene: le curiose donnole che lo evacuano, i luwak appunto, sono in via d'estinzione. E poi, aveva detto, vuoi mettere la bellezza della fermentazione nella pancia di un mammifero? La natura è fantastica: i luwak si pappano i migliori chicchi di caffè delle piantagioni di arabica di Sumatra; chicchi che, dentro la pancia, perdono la polpa e lasciano intatte le bacche, defecate integre, e pure parzialmente "tostate".  I fan più accaniti sostengono che è tutta una questione di enzimi, che attaccano le proteine e donano al caffè, rinato per vetuste vie, un sapore ricco e meno amaro. E pazienza, dicono, se poi le bacche vengono raccolte a mano dai contadini nella foresta, un po' come i cittadini raccattano la pupù dei cani sulle strade dei centri urbani. Neel giro di qualche anno, questo è certo, il Kopi Luwak è diventato un cult: il più costoso caffè del mondo: beatificato dalla rivista Forbes, consacrato in America dal talk show di Oprah, venduto a 1.500 dollari al chilo su eBaye nei migliori cofee shop di New York e Hong Kong, Vancouver e Sidney, Londra, e adesso anche Milano. Intrigata dalla storia, dal suo alone di mistero, e dalla sua chiara follia, mi rivolgo ad un ricercatore di Giakarta. Eko Maryadi chiede qualche giorno di tempo, poi ne chiede ancora, ammette che è un mistero, sospetta l'esistenza di un cartello interessato a mantenere segrete le rotte dei preziosi escrementi. Poi un giorno, quando sto per rinunciare mi scrive:"Victory!". Ha trovato un piccolo produttore in proprio:John Sianturi, sarà lui a mostrarci la strada. E così che un pomeriggio estivo sbarco nella calura di Medan, nel Nord di Sumatra, nel Nord dell'Indonesia. Più che un luogo è una favola. Dolci colline e fertili vallate; piantagioni di vaniglia e cacao; nell'aria il profumo dei chiodi di garofano, all'orizzonte profili di vulcani. A Sidikalang, la zona del caffè, un omino con tre penne in testa e le mutande maculate si agita davanti a una folla muta.In viaggio verso Sud, in direzione Sumbul, attraversiamo villaggi di capanne di legno e contadini dalle facce bruciate. Molti vendono il caffè normale, di qualità arabica, i volti immobili sotto i tipici cappelli a cono, parcheggiati sul ciglio della strada. Nessuno ha il Kopi (caffè) Luwak. C'è un motivo.Fino a non molto tempo fa, quando ancora non andava di moda nelle capitali occidentali, per la gente dell'isola le bestie erano una peste da sterminare: ladre di polli, di frutta e di caffè non godevano di una buona reputazione, e neppure di una buona vita. John Sianturi, un signore gentile, dal biglietto da visita strepitoso (Dinas Kehutan Dan Perkebunan Kabupaten Dairi, ovvero: guardia forestale della città di Dairi), dice che da piccolo metteva le trappole nell'orto, per proteggere il sereno razzolare delle sue galline. E ancora oggi ha amici, ignari, che trattano i luwak come in passato: a bastonate.
A fargli cambiare idea fu il più inatteso degli eventi, che attribuisce a un oscuro Robin Hood di Sumatra, un genio del marketing, tuttora sconosciuto: il primo uomo al mondo, presumibilmente indonesiano, ad aver venduto all'Occidente a prezzo altissimo i bisogni solidi di un animale. «È stato incredibile. Vado sul sito dello show di Oprah Winfrey e che ci troco? Il caffè più raro al mondo, il Kopi Luwak. Ho pensato: quelle donnole maledette!».È così che si è imbarcato nella più ardua delle imprese: convincere i contadini che le feci, in effetti, sono preziose. Ha dovuto convincere se stesso, prima: c'è riuscito studiando per tre anni alla facoltà di Agraria dell'Università di Giava il tratto digestivo dei suoi ex pelosi nemici. Conclusione:"L'intestino dei Luwak fa faville".Così, dopo aver trascorso l'infanzia a far loro la guerra, preso finalmente atto del loro valore, bisognava adesso trovarli. Dove? Si ricordò che nella foresta di Lae Pond ce n'erano almeno seicento. Quando finalmente ci arriviamo, sta per scoppiare un glorioso temporale tropicale. L'acqua batte sopra il tetto del nostro ammaccato taxi, sulla lamiera delle capanne e sui panni messi ad asciugare sui rami delle palme. Gultom, il capo dei braccianti al lavoro nella piantagione di Sindoro, ci dà il benvenuto sotto un affollato portico di legno. Sedute sopra tappeti di plastica, ci sono una decina di contadine. Paiono vampire, dentro sarong lisi. Masticano in continuazione la droga dei poveri dell'Asia: le foglie di una noce esotica che toglie la fame, rende felici e colora la bocca di rosso sangue. Le guardo, una ad una: povere e ridanciane, inebriate dalle foglie. La loro vita è tutta lì: un lavoro di letame, e una foglia per amica. Dei 250 manovali della piantagione, soltanto una ventina si sono detti disponibili alla peculiare raccolta. "Gli altri pensano che John sia pazzo", fa Gultom, l'energico capo. "Prima il kopi luwak se lo compravano i miserabili per due rupie. Poi è arrivato lui e ha detto no, guardate che la merda è buona". Fa un cenno alla moglie, che arriva con una busta di plastica aperta. "E' di stamattina", dice. Dentro ci sono i grani bianchi frammisti a residui neri.Bene, dico, improvvisamente a corto di parole.Gultom ne prende una cucchiaiata e me la piazza sotto il naso. "Non ha un cattivo odore", spiega. E' vero. Sa di terra bagnata. "Di solito pulizza a causa dei colibatteri, per questo la nostra è orrenda. Ma i luwak non ce li hanno i batteri e l'odore è neutro".Chiedo, all'improvviso a disagio, come mai i residui siano ancora lì insieme alle bacche. Non li lavano?"certo che no. La specialità è proprio quella. Se li lavi togli il sapore". Comincio a non sentirmi molto bene. La moglie dice che dal momento in cui i mammiferi la fanno al momento in cui è pronta, passa solo una settimana in cui è  essiccata, pestata e setacciata. John Sianturi fa sì col capo. Le donne ci danno dentro con le foglie. La pioggia batte sul tetto di lamiera. Senti Silalahi, la contadina che mi siede al fianco, è particolarmente allegra. Partecipa alla raccolta soltanto da una settimana, prima si rifiutava. Guadagna in media dai 50 ai cento dollari al mese. Nell'alta stagione, se tutto va bene, e i luwak vanno di corpo regolarmente, arriva a raccoglierne 12 chili alla settimana. In media, spiega John, la produzione si aggira intorno ai 25 chili al mese, che vende a un compratore di Giacarta per 35 dolalri al chilo (la normale qualità arabica costa meno di un decimo, sotto i tre dollari). Sapete, dico, che negli Stati Uniti c'è chi la paga 1.500 dollari per un chilo? Senti Silalahi non dice niente, è come parlassi di un'altra dimensione, senza foglie. Gultom ne approfitta per mettermi sotto il naso un'altra busta ("E' buona,appena arrivata"). Sua moglie, una signora silenziosa dal volto dolce, con il sarong in testa, mostra il temuto risultato finale: il caffè macinato e solubile, che sta per mescolare all'acqua dentro un bicchiere giallo.Quando alla fine arriva l'ora dellea degustazione, quando ho esaurito le domande  enon posso più farne a meno, bevo. E' denso. E' ricco. E' forte. Sa di cioccolato. E' una bufala megagalattica. Mi guardo intorno. Le contadine mi guardano curiose. Hanno un'aria soddisfatta. Hanno l'aria che hanno i poveri alle prese con un'insperata opportunità di riscatto.Naturalmente, loro non bevono.Chiedo perché.
Risponde per tutte Senti Silalahi: "Non la beviamo, noi, questa merda".


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permalink | inviato da zemzem il 8/10/2008 alle 21:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
1 maggio 2008
Reincarnati in due sonnacchiosi ippopotami in un laghetto della savana.
 


Grazie


A tutti gli amici di carta che hanno spedito lettere, fax ed e-mail in  questi dieci anni.

Quelli che scrivono e poi riscrivono per dirmi di buttare via tutto.
Quella che «gli unici uomini che sono riuscita a baciare dal 1974 a oggi sono mio padre, mio fratello e qualche cugino a matrimoni e funerali».
Quello che mi aggiorna ogni mese sulle sue fidanzate.
Quelli che mandano la lettera in due versioni: «long» e «short» (lunga e breve).
Quella che «sono una ragazza come tutte le altre, a metà strada fra Carolina di Monaco e Rosi Bindi (un pelino più Rosi Bindi)».
Quello che «la mia adolescenza se n'è andata come rugiada che si scioglie al sole». (Pietà, la rugiada no).
Quella che «sono sconcertata dalla mancanza di moralità delle sue risposte».
Quella che «ammiro la burrascosa schiettezza delle sue risposte».
Quella che «più coraggio, lei dà risposte da prete».
Quello che «sono un prete, certo che lei ha un bel coraggio».
Quelli che fanno dei disegni sui bordi della lettera e scrivono su carta a fiorellini o con gli animali prestampati (abbondanza di gatti).
Quelli che usano scritture tonde, incomprensibili, scarabocchiate, fogli da lettera strappati, quadrettoni da scuola.
Quelli che scrivono in rosso: ne ho sempre un po' paura.
Quella che «non mi pubblichi perché temo di essere riconosciuta dagli amici: il mio stile, sa, è inconfondibile».
Quello che «scrivere a una rubrica è roba da finocchi o per gente molto sola» e poi chiede se posso metterlo in contatto con i Matia Bazar.
Quelli che spediscono le e-mail alle tre del mattino.
Quello che «la mia donna mi ha tradito con mio fratello e allora io...» ma da lì in poi sul fax non si legge più niente.
Quella che prevede di ritrovarmi in un'altra vita «reincarnati in due sonnacchiosi ippopotami in un laghetto della savana».
Quello che «sono un gay che vive il sesso in maniera libera: dai, salta il fosso anche tu...».
Quella che «leggendo la rubrica ho scoperto che molte altre persone hanno i miei stessi problemi. Non sarà che qualcuno che mi conosce ha scritto su di me per farmi uno scherzo?».
Quelli che si sono conosciuti leggendo «Cuori allo Specchio».
Quelli che «è la terza volta che le scrivo, se non si decide a rispondermi, finisce che divorzio».
Quelli che mi invitano al loro matrimonio.
Massimo Gramellini, La Stampa, 1-5-2008



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13 aprile 2008
Federico II di Svevia
 

Andrea Camilleri intervista Federico II di Svevia

(Alla radio Stesicoro fu interpretato da Pino Caruso)

 

 

 


Camilleri – È con cuore trepidante che sto accingendomi a incontrare una fra le più affascinanti e prestigiose figure del medioevo siciliano e no: l’imperatore Federico II di Svevia. L’imperatore è, almeno fisicamente, perfettamente rispondente alle descrizioni che di lui diedero i cronisti dell’epoca: di media statura, piuttosto tozzo, rosso di pelo. Eccellenza, io sono qui per chiederle...

 

Federico interrompendo, parla senza particolare accento – Come vorresti colloquiare, tu?

 

Camilleri – Perdoni, eccellenza, non afferro.

 

Federico – Vuoi parlare con me in italiano, in volgare, in latino, in germanico, in greco, in francese o in lingua saracina?

 

Camilleri – Se non ha nulla in contrario, in italiano o in volgare: sa, anche per facilitare, vero, la comprensione degli ascoltatori...

 

Federico – E sia.

 

Camilleri – La ringrazio ad ogni modo per l’interruzione: essa mi offre il destro per entrare subito in argomento. Dunque. L’impressionante numero di lingue da ella parlate...

 

Federico – ... e scritte...

 

Camilleri – ... e scritte, certo... Dicevo, l’impressionante numero di lingue da ella parlate si può paragonare alle diverse facce di un prisma e questo prisma è un po’, come dire, il simbolo di una personalità così complessa e a volte, mi perdoni eccellenza, così contraddittoria, da risultare, per noi posteri, in definitiva sfuggente, imprendibile...

 

Federico accento siciliano – Ca quale sfuggente! Ca quale imprendibbile! Tutto chiaro e lampante! Non ne avete occhi per leggere, voi posteri? "Magnifico, liberale e magnanimo": parole di Pandolfo Collenuccio. "Nobilissimo signore": e sto citando l’anonimo scrittore del Novellino. "Stupore del mondo": che sinceramente è un poco esagerato ma che comunque l’ha scritto Matteo Paris. E non ti dico quello che il mio logoteta, Pier della Vigna...

 

Camilleri – Mi perdoni se oso interromperla. Lei sta accusando i posteri, ma la frase: "Se Federico fosse stato uno schiavo non sarebbe valso duecento dirham," l’ha scritta un suo contemporaneo, Sibt ibn al-Giawzi.

 

Federico – Contemporaneo sì, ma arabo. Non vale.

 

Camilleri – Allora glene cito uno non arabo: "Fu un uomo scaltro, astuto, avaro, lussurioso e iracondo." E ancora, parole di un altro ariano: "Fu uomo scellerato e turpissimo."

 

Federico – Fuori i nomi.

 

Camilleri – Eh no. Non posso, eccellenza. Il suo Pandolfo Collenuccio scrive che ella seppe essere "severissimo vendicatore" ... quindi, capirà. Ora, dopo dotto scambio di citazioni, se ella volesse rivelarci, al di là della iconografia ufficiale, chi in realtà fu, pur sotto molteplici apparenze, Federico II di Svevia...

 

Federico – Figlio mio, che ti devo dire, segnati si nasce.

 

Camilleri – Non mi riesce, vero, di penetrare...

 

Federico – Tu lo sai che età aveva mia madre Costanza quando si accorse di aspettarmi? Cinquant’anni passati, aveva! Notti intere senza chiudere occhio, passò, santa donna!

 

Camilleri – Temeva, data l’età non più giovanile, per la salute propria o per quella del nascituro?

 

Federico – Ma che vai a pensare? Temeva mio padre, temeva, che di natura sua era sospettosissimo e magari si metteva in testa che quel figlio mia madre se l’era fatto fare da un qualche giovane di stalla! E difatti, quando finalmente ce lo disse, mio padre divenne verde e si mise a guardare mia madre di malocchio, Per levare le cose di mezzo, dovette farsi avanti quel sant’uomo dell’abate Jachino a certificargli che mia madre era gravida di lui, senza discussione!

 

Camilleri – Mi scusi, ma l’abate Jachino come faceva a ...

 

Federico – Ma era un santo, no? Che vogliamo metterci a discutere, ora, la parola santa e incontrovertibbile dell'abate Jachino? Comunque, quando venne il momento che dovevo nascere, mia madre fece costruire un recinto all’aperto – siamo nel 1194 – e ci fece portare dentro lì, alla presenza di tutti, sgravò.

 

Camilleri – Sulla pubblica piazza?

 

Federico – Sissignore, sulla pubblica piazza.

 

Camilleri – Non riesco a vedere lo scopo di tutta questa messinscena.

 

Federico – Ora vengo e mi spiego. Perché, egregio, mia madre era una gran testa fina. Primo: sgravandosi alla presenza di tutti nessuno poteva pensare che si trattava di un parto suppostizio. Secondo: avendo mio padre allato, nessuno doveva permettersi di pensare che il figlio non fosse di mio padre. Mi sono spiegato? E così mia madre credette di tagliare le malelingue.

 

Camilleri – E naturalmente...

 

Federico – ... non ci riuscì. Ci fu lo stesso chi mi disse figlio di mulinaro, figlio di campiere, figlio di falconiere. Ma se persino mio suocero, un giorno, mi chiamò figlio di boja!

 

Camilleri – Sì, sarà, ma non vedo cosa c’entri tutta questa storia, indubbiamente interessantissima, con la mia domanda circa le molteplici apparenze...

 

Federico – Ci accucchia e come, benedetto figlio! Ma se già al momento della mia nascita io ero per gli uni uno e gli altri altro! Ci godono, certi siciliani, sopra queste cose! Ci scrivono sopra libri, romanzi e rappresentazioni! E perciò cosa mi vieni a contare sul "prisma" e sulla natura "diversa e contraddittoria"? Ero segnato, ero!

 

Camilleri – Allora, se permette, muoviamoci sopra un terreno certo. Tutti, e ripeto, indistintamente tutti i suoi biografi la descrivono come un uomo lussuriosissimo. Sono costretto ancora a citare.

 

Federico – E tu cita, cita.

 

Camilleri – Riccobaldo da Ferrara: "Federico fu molto amante degli amplessi femminili, pertanto possedeva un gregge di graziose donne." Benvenuto da Imola: "Federico aveva sempre con sé un gregge di bellissime ragazze."

 

Federico – Posso fare una domanda?

 

Camilleri – Certo, eccellenza.

 

Federico – Tu sei siciliano?

 

Camilleri – Eccellenza sì.

 

Federico confidenziale – E come stiamo a donne?

 

Camilleri – Be’... malgrado io non possa più dirmi giovanissimo, è vero ... Io ancora ... non mi posso proprio lamentare ... L’altro giorno una tedesca ...

 

Federico interrompendo – Ma lo vedi? Anche tu! Ma come fa un imperatore a imperare sui siciliani se non è il più potente, sì, proprio in quel senso lì, di tutti? Altrimenti ti mettono sotto i piedi, ti chiamano mezza cartuccia, ti dicono senza denti per mangiare la grazia di Dio!

 

Camilleri – Ma non le pare di avere esagerato? Tre mogli. Un gregge, addirittura, di belle ragazze. Due harem!

 

Federico – Tre. Uno era itinerante. ma tu non lo devi dimenticare che nel mio impero c’erano anche gli arabi! E gli harem, figlio mio, erano per dare polvere negli occhi degli arabi!

 

Camilleri – E la violenza che esercitò a una sua nipote?

 

Federico – Appunto, era un’esercitazione. Quella fu polvere negli occhi ai greci, che in queste cose di incesto...

 

Camilleri – Ora capisco. Allora quel vizio turpe di cui l’accusò Niccolò da Curbio fu sempre per i greci, vero?

 

Federico – No, quello fu per la gente della mia razza. Il mio impero era composito, egregio amico. Lo vedi che non capisci? Io di razza tedesca, ero. E mi sono trovato in mezzo a siciliani, arabi, pugliesi, calabresi e greci! Cosa vuoi che m’interessassero tutte queste donne!

Camilleri – Mi pare di capire che ella vuol sostenere insomma che il suo vero interesse non erano le donne ma qualcosa di più spirituale, di più alto. Forse la poesia? Fu sotto il suo regno infatti che una stragrande fioritura di poeti...

 

Federico – Fioritura! E secondo te io che ero allora, concime? Ma per me potevano anche non essere nati. E invece no, mi crescevano attorno come funghi, senza che io, mi devi credere, dicessi né ai né bai.

 

Camilleri – Be’, in fondo, deve essere stato bello avere a che fare con tanti poeti...

 

Federico, sorpreso – Ca quali poeti?!

 

Camilleri, altrettanto sorpreso – Ma quelli della scuola siciliana, no ? Oddo, Giacomino, Ciullo...

 

Federico – Perché, tu li chiami poeti, quelli? Un momento e ti faccio il conto. Dunque, Giovanni di Brienne, che fu pure mio suocero, era uomo di guerra e re; Jacopo da Lentini era notaio imperiale; Pier della Vigna era cancelliere e ministro; Giacomo Pugliese era un alto funzionario di corte; Rinaldo d’Aquino era conte e falconiere; Percivalle Doria era vicario imperiale; Guido delle Colonne era capo dei giudici; Stefano Protonotaro era appunto il primo notaro dell’impero; Ruggerone da Palermo era uno che se lo incontravi solo, di notte, era meglio che cambiavi strada ... Con una mano ti mostravano l’ultima composizione poetica e con l’altra ti chiedevano promozioni, aumenti di stipendio, trasferimenti, collocazioni a riposo anticipate ... E guai se ti passava per la testa, sinceramente, di dire che il contrasto di Ciullo ti piaceva di più della canzonetta di Mazzeo! C’era pericolo che scatenavi una guerra civile! Poeti! Ma non mi fare ridere, va’! E quindi fu la stessa storia con le femmine, anche lì se non eri il più bravo di tutti non eri niente. Perciò, almeno come poeti, si sentissero tutti eguali, feci costruire, a Enna, una torre ottagonale, coi sedili tutti gli stessi, torno torno. Lì ci riunivo, di tanto in tanto tutti questi poeti che se la spassavano a leggersi le loro poesie...

 

Camilleri – Una sorta di salotto letterario ante litteram…

 

Federico – Sì, questa cosa qui. E magari io ci leggevo le mie poesie. Che piacevano a tutti. Mi devi credere, non mi sto vantando. Quando Rinaldo ne leggeva una delle sue, se ne veniva Ruggerone a dire che quella rima lì non ci azzeccava, che quel verso zoppicava... e quando Jacopo ne attaccava una delle sue, Percivalle principiava a fare una bocca come certi pesci buttati a riva... Ma quando leggevo io, tutti muti. Impalati. E, alla fine, un diluvio di applausi. Io domandavo, guardandomi attorno: "C’è nessuno che vuole fare qualche osservazione a questa mia poesia?" E quelli, in coro: "Ma no... è perfetta... cosa andate a cercare, Maestà... è sublime... che scherziamo?" Ne ho scritte tante. Non so se tu ti ricordi. Quella che cominciava: "Poi che ti piace, Amore" e quell’altra che faceva: "Dolze mio drudo, e vaténe..."

 

Camilleri – Ricordo perfettamente. Sono su tutti i libri di testo.

 

Federico – Mi fa piacere. Ci sono pure quelle degli altri?

 

Camilleri – Sì.

 

Federico – Ah.

 

Camilleri – A questo proposito, eccellenza, vorrei onestamente avvertirla che molti dubbi i posteri hanno sollevato sulla vera paternità di queste composizioni poetiche...

 

Federico – E come ti sbagli?! Appena muovo un passo, zac! escono fuori i dubbi sulla paternità. Non ti ho detto che si nasce segnati? Avanti, che si dice delle mie poesie?

 

Camilleri – Che ella se le è fatte scrivere da un negro...

 

Federico – Un arabo?!

 

Camilleri – Mi perdoni, è un nostro modo di dire. Chiarisco. Dicono che ella se le è fatte scrivere da una altro con lo scopo, appunto, di primeggiare anche in questo campo.

 

Federico – Nein, nein. Scusami: no e no. Ci ho perso la vista, a scriverle! Tu le hai dovute imparare a memoria, a scuola?

 

Camilleri – Sì.

 

Federico – Ci godo. Vai avanti con le tue domande.

 

Camilleri – Ella un attimo fa ha avuto la compiacenza di ricordare Enna: Sono tanti gli storici che si son posti la domanda sul perché ella, pur possedendo meravigliosi palazzi, che so, a Palermo o a Messina, avesse spesso e volentieri preferito ritirarsi in questa città che certo non eccelleva sulle altre. Qualcuno ha suggerito un’ipotesi, come dire, hölderlinianamente poetica. Enna, che come tutti sanno sorge a quasi mille metri d’altezza, è frequentemente nebbiosa, gelida, umida, aperta ai venti. Non sembra insomma una città siciliana. E quindi ella, come appunto l’Iperione di Hölderlin, non potendo, per ovvi motivi, al "Caucaso andare", volle crearsi in Enna un suo Caucaso casalingo, una proiezione siciliana della sua patria tedesca. È vero? Ha colto nel segno, il sensibile storico?

 

Federico – Ca quale Caucaso e Caucaso! Io questo Hölderlin, che deve essere un poeta delle parti mie, ho avuto la fortuna di non conoscerlo. Ci mancava solo lui... Ma ho letto le poesie di un altro poeta, greco, che di nome faceva Callimaco, e tu lo sai come questo poeta chiamava Enna?

 

Camilleri – In questo momento, vero, mi sfugge...

 

Federico – La chiamava "ombelico della Sicilia", la chiamava. Vedo dalla tua faccia che non capisci. Dove si trova, figlio mio, l’ombelico?

 

Camilleri – Al centro del...

 

Federico – Appunto, al centro del corpo. Enna, egregio amico, (diventa di colpo misterioso, sillabando) è e-qui-di-stan-te. Chiaro? Ma come, ancora non capisci? Ma lo sai che ogni città siciliana, appena mi ci fermavo per uno o due giorni, ma che dico? anche per cinque minuti, si credeva autorizzata a sentirsi meglio delle altre perché, diceva, era stata "prescelta"? E così Messina si sentiva meglio di Palermo, Catania meglio di Trapani, Siracusa meglio di Girgenti... Liti, rivolte, mezze guerre: una babilonia, figlio mio. Lo sai a che punto arrivarono un giorno i messinesi? No? Te lo dico io. Per dimostrare che erano i meglio di tutti, un giorno se ne uscirono a dire che la Madonna in persona aveva scritto una lettera allo stratego della città, una lettera con tanto di bollo e proveniente da Gerusalemme, nella quale si sosteneva che Messina era la città più bella del mondo e che Palermo, al confronto, era cacca. Ed ebbero il coraggio di farla vedere all’urbi e agli orbi, la lettera! E il vescovo di Messina, che si pensava fosse una persona seria, al quale la lettera venne messa sotto gli occhi dall’autorità, la prese, se la guardò calmo calmo e alla fine disse che per lui non c’era dubbio: quella era la calligrafia della Madonna. Cose da pazzi! Un vescovo! Certo che a Enna c’era freddo e neve e vento e umido, ma che potevo fare? Lì dovevo starmente, così nessuno mi poteva dire che preferivo una città invece che un’altra! È la stessa storia dello zoo!

 

Camilleri – Già, infatti gli storici asseriscono che la sua passione per gli animali esotici...

 

Federico – Sì, passione! Una volta il sultano d’Egitto mi mandò in regalo una pantera. Io, che non sapevo che farmene, la mandai in regalo a Parma. Madre santa! Subito Palermo reclamò un dromedario. E io, dai il dromedario. E Catania volle un leone, Siracusa un leopardo e Cremona un elefante e quello un orso bianco e questo un pavone e quest’altro un girifalco... Ecco come nascono le storie: io quello zoo me lo tenevo solo per fare i regali... A me l’odore delle bestie mi faceva senso, pensa un po’! E invece il destino...

 

Camilleri – Perdoni, eccellenza! Ella ha pronunciato, or ora, una parola fondamentale al fine della conoscenza della sua personalità. La parola è: destino. Credette ella veramente negli astri e negli oroscopi? Perché resta il fatto incontrovertibile che alla sua corte ebbero onori e potere due eminenti astrologi, Michele Scoto e Maestro Teodoro i quali...

 

Federico – Certo che c’erano, Tu conosci i versi che mi dedicò Guglielmo di Figueira? "Un tal signor merita ben la signoria / ché egli sa ben ciò che si conviene / ed è tanto dotto nell’Arti e nell’Astronomia / che vede e conosce prima ciò che dopo avviene." Questa è, amico caro, la chiave.

 

Camilleri – Dunque l’astrologia...

 

Federico – ... non c’entrava per niente. Fai mente locale all’ultimo verso della poesia che ti ho appena detto: "Conosce prima ciò che dopo avviene." Vedi, figlio mio, i siciliani, prima ancora di nascere, sanno che niente sanno, niente hanno visto e niente hanno sentito. È questo benedetto vizio dell’omertà. Però i siciliani, che hanno fama di non parlare, se tu sai come prenderli, parlano. A mezza voce, cifrati, voltando la testa dall’altra parte, parlano. E tu, che sei un imperatore e devi sapere come vanno le cose nel tuo impero, che fai? Cerchi di farli parlare. Ma quando quelli hanno parlato, come fai per evitare che si ritrovino due giorni dopo dentro un fosso, e con la lingua tagliata? Dici che quelle cose lì te l’hanno dette le stelle, e hai salvato capra e cavoli. Michele Scoto e Maestro Teodoro servivano insomma a dire oscuramente quello che i siciliani mi dicevano chiaramente. Quali astri! Quale astrologia!

 

Camilleri – Questa è una sottile spiegazione, indubbiamente. Però i cronisti affermano che ella seguì i dettami dell’astrologia anche in situazioni, come dire, molto intime. "La prima notte che l’imperatore si coricò con sua moglie Isabella di Brienne, egli non volle conoscerla carnalmente prema dell’ora conveniente, che gli era stata segnata dagli astrologi", così scrive testualmente Matteo Paris.

 

Federico – Perché, tu l’hai conosciuta com’era fatta Isabella di Brienne?

 

Camilleri – No, io no.

 

Federico – E allora che parli a fare?

 

Camilleri – Dicono, eccellenza, che ella spesso cedette a una certa crudeltà di carattere, e di ciò fanno colpa alla sua ascendenza teutonica... per tutti, portano l’esempio di Pier della Vigna, che ella fece morire di cattiva morte...

 

Federico – Crudeltà! Ascendenza teutonica! Queste sono tutte chiacchiere e tabaccherie di legno! Perché i siciliani che sono, tutti santi?! Chi era questo Pier della Vigna prima di diventare amico mio? Niente, polvere era. E io, che lo pensavo amico, lo feci diventare il mio più fidato consigliori – mi scuso del lapsus: consigliere – e gli misi ai piedi tutto quello che voleva ... Di lui mi fidavo come della mia ombra. E invece, appena lo mandai al concilio di Lione, quello si mise d’accordo col papa che era mio nemico. Cosa potevo fare, dimmelo tu che sei siciliano, anche per l’orecchio della gente, cosa potevo fare di uno che si diceva amico in faccia e faceva il Giuda alle spalle? E allora che è l’amicizia? Pezza per i piedi? Mi devi credere, figlio mio: mentre lo torturavano, erano più le lacrime mie che quelle sue. Lascia perdere, va’!

 

Camilleri – Comprendo come quest’ultima domanda l’abbia turbata profondamente, eccellenza. E vorrei chiederle, dato che ancora ci restano trenta secondi...

 

Federico – Ma tu la domanda più importante, figlio mio, me la vuoi fare o non me la vuoi fare?

 

Camilleri – Ne sarei felice, se solo riuscissi a sapere cosa aggrada...

 

Federico – Ma figlio mio, chiedimi del mio trattato De arte venandi cum avibus…

 

Camilleri – Quello sulla caccia coi falconi?

 

Federico – Quello, sì, quello!

 

Camilleri – Ma vede, eccellenza, oggi non si va più a caccia coi falconi ... Il suo trattato è, come dire, un po’ troppo specialistico e non credo che ai nostri ascoltatori ...

 

Federico – Trent’anni ci ho messo a scriverlo! Ma tu l’hai letto?

 

Camilleri – Io veramente non…

 

Federico accento italiano – Guarda qua: "Ciascun volo è una frazione di movimento circolare, e le penne poste più avanti descrivono un volo più ampio. Così accade, secondo le leggi della meccanica..."

 

Camilleri – Eccellenza il tempo a nostra disposizione...

 

Federico – ... che la puleggia maggiore sollevi un peso più grande. Le parti di cerchio che compiono le singole penne sono di circonferenze equidistanti, e quella che fa la parte di un ambito maggiore...

 

Camilleri – Eccellenza...

 

Federico, in raptus – ... e più è distante dal corpo dell’uccello più è necessaria a sollevarlo o a spingerlo e riportar giù, come afferma Aristotele...

 

Tecnico, brutale dialetto romano – Aho, e che famo? Dottò, io chiudo...

 

Camilleri – Chiudi, chiudi pure, ma piano...

 

Federico – ... nel libro De ingeniis levandi pondera che un cerchio maggiore fa sollevare un peso più grande e ciò è pur vero in quanto lo stesso uccello, sia esso falco o aquila o comunque... (Dissolve.)





permalink | inviato da zemzem il 13/4/2008 alle 18:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 marzo 2008
Chiara Lubich







 




permalink | inviato da zemzem il 28/3/2008 alle 18:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 febbraio 2008
Alla Casa Bianca...






 








un tocco di colore







permalink | inviato da zemzem il 7/2/2008 alle 21:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
5 ottobre 2007
Andre' Gorz
 
Una sera, per caso, ti ho vista da lontano che lasciavi il lavoro e scendevi in strada. Mi sono messo a correre per raggiungerti. Camminavi in fretta. Aveva nevicato. Una pioggia leggera ti arricciava i capelli. Senza crederci troppo, ti ho proposto di andare a ballare. Hai detto si', why not, semplicemente. Era il 23 ottobre 1947.
 
 
 
 
Sono attento alla tua presenza come ai nostri inizi e mi piacerebbe fartelo sentire. Mi hai dato tutta la tua vita e tutto di te; vorrei poterti dare tutto di me durante il tempo che ci resta. Hai appena compiuto 82 anni. Sei sempre bella, elegante e desiderabile. Viviamo insieme da cinquantotto anni e ti amo piu' che mai. Recentemente mi sono innamorato ancora un volta di te e porto in me un vuoto divorante che riempie solo il tuo corpo stretto con il mio.La notte vedo talvolta il profilo di un uomo che, su una strada vuota e in un paesaggio deserto, cammina dietro un feretro. Quest'uomo sono io. Il feretro ti porta via. Non voglio assistere alla tua cremazione: non voglio ricevere un vaso con le tue ceneri... Spio il tuo respiro, la mia mano ti sfiora. A ognuno di noi due piacerebbe non dover sopravvivere alla morte dell'altro. Ci siamo spesso detti che se, per assurdo, avessimo una seconda vita, vorremmo passarla insieme. 
 



permalink | inviato da zemzem il 5/10/2007 alle 13:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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