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zemzem
 
 
10 maggio 2009
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10 maggio 2009
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La provocazione di Teheran


Obama è nei guai. L'uomo cui aveva appena teso la mano per ricucire dopo trent'anni i rapporti Usa-Iran, sperando che lo aiutasse a sganciarsi onorevolmente dall'Iraq e dall'Afghanistan, ha festeggiato a suo modo il centoventesimo compleanno di Adolf Hitler.
Mahmud Ahmadinejad ha rubato la scena alla conferenza Onu di Ginevra con una tirata contro il "governo razzista" (leggi: Israele) che i vincitori della seconda guerra mondiale avrebbero imposto alla "Palestina occupata".
Una provocazione mirata, con cui il presidente della Repubblica Islamica intendeva cogliere almeno tre obiettivi.

Primo, sfruttare l'"effetto Gaza", l'indignazione della piazza islamica (e non solo) per il comportamento delle truppe israeliane durante la recente campagna militare, che ha portato la popolarità dello Stato ebraico nel mondo ai minimi di sempre. Secondo, volgere il summit delle Nazioni Unite in spot gratuito ad uso domestico per la sua rielezione alla presidenza dell'Iran, nel voto di giugno. Terzo, chiarire agli americani e agli europei che nella partita del nucleare iraniano è lui a guidare le danze, giacché sono loro a trovarsi in stato di necessità. Per conseguenza, sarà lui a dettare il tono e a creare l'atmosfera del negoziato, se mai decollerà.

Ahmadinejad ha ottenuto ciò che desiderava. Il consenso di buona parte dei delegati, che hanno applaudito la sua invettiva contro "gli Stati occidentali rimasti in silenzio di fronte ai crimini di Israele a Gaza". La divisione del campo occidentale, visto che inizialmente solo la classica famiglia anglosassone in versione ridotta (Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda) più quattro Stati europei (Olanda, Italia, Polonia e Germania) ha seguito Israele nel boicottaggio di "Durban 2", assemblea prevedibilmente indirizzata sulle orme antisemite di "Durban 1". Sicché diversi delegati occidentali erano in aula quando il presidente iraniano è salito sul palco, con il preciso intento di costringerli a un poco glorioso abbandono alla prima salva contro Israele. Ma alla maggioranza degli europei questo non pare ancora sufficiente per tornarsene a casa.

Non che Ahmadinejad abbia detto alcunché nuovo. Come la pensi sull'Olocausto e sull'"entità sionista" è stranoto. Gli occidentali e tutti coloro che non condividono le sue tesi, a cominciare ovviamente dagli israeliani, avevano avuto tutto il tempo per concordare una risposta comune, all'altezza della sfida. Boicottando in massa la conferenza - con tanti saluti all'Onu, che consapevolmente si prestava a scatenare la grancassa anti-israeliana e anti-occidentale - o accettando tutti insieme il contraddittorio. Né l'uno né l'altro. Il leader iraniano li ha divisi e infilzati a fil di spada, uno per uno. E a margine, ha contribuito all'ennesimo round fra mondo ebraico e Vaticano, con la Santa Sede sotto accusa per non essersi sottratta alla "conferenza dell'odio", cui continua a partecipare: il nunzio non ha neanche abbandonato la sala quando il leader iraniano ha iniziato ad attaccare Israele.

Con studiata perfidia - esibendo sangue freddo e notevole abilità politica - Ahmadinejad ha lasciato cadere a margine del suo comizio una maliziosa apertura a Obama. Assicurando di "accogliere positivamente" la svolta Usa verso l'Iran, di puntare solo al nucleare civile e di rifiutare quello militare. In attesa di "fatti concreti" da parte americana, ha rimandato la palla nel campo avversario.
Ora Obama deve scegliere. O persiste a cercare il dialogo, malgrado tutto, per districare il suo paese dall'imbroglio mediorientale in cui l'ha ficcato Bush, ciò che è impossibile senza un'intesa con l'Iran. O smentisce se stesso, dimostrando di non avere una rotta, per evitare una gravissima crisi con Israele.

Con la sua provocazione, Ahmadinejad ha messo Obama con le spalle al muro. E noi europei con lui, per quel poco che contiamo. Soprattutto, rischia di portare in superficie il profondo dissidio fra Usa e Israele su come trattare l'Iran, finora tenuto in sordina in nome della profonda, intima amicizia fra i due popoli e i due Stati. Per Netanyahu e Lieberman le avances della Casa Bianca al regime dei pasdaran sono anatema. I militari israeliani sono pronti a colpire obiettivi iraniani, se Teheran si avvicinerà irrevocabilmente alla soglia della bomba atomica. Molti fra loro pensano l'abbia già fatto. Pare che il Mossad consideri la politica mediorientale di Obama un pericolo per la sicurezza di Israele e lo abbia fatto sapere al governo.

Gerusalemme, se necessario, farà da sola. Mirando al cuore del programma iraniano, sempre che di cuori non ve ne siano troppi per la sola aviazione israeliana.
Ma in caso di attacco israeliano ai siti nucleari persiani, il dilemma di Obama non sarà più tra vellicare Ahmadinejad o rassicurare Netanyahu. Sarà tra assistere all'incendio del Medio Oriente o intervenire al fianco di Israele per difenderlo dalle rappresaglie iraniane e islamiste. Dichiarando guerra al paese cui ha appena offerto un clamoroso segno di pace.
 
Lucio Caracciolo, La Repubblica, 21 aprile 2009



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12 aprile 2009
La mamma è sempre la mamma, di mamma ce n'è una sola, mamma son tanto felice perché ritorno da te, ciao mamma guarda come mi divertò, mamma li turchi.
 
C'è mamma al telefono
 
Non stupisce che una mamma sia stata condannata a 360 euro di multa per «stalking», dopo che per due anni e mezzo aveva perseguitato il figlio con una media di 49 telefonate al giorno. Non stupisce che l’amore di una mamma travolga qualsiasi bolletta e trovi nuove opportunità espressive nel progresso tecnologico: il telefonino, per esempio, che le consente di tenere sotto controllo il pupo a intervalli regolari (ogni quarto d’ora, calcolando che lo chiamasse anche durante il sonno). Non stupisce nemmeno che la mamma in questione abbia 73 anni e suo figlio intorno ai 40. Le mamme non vanno mai in pensione.

E a 40 anni i figli hanno appena superato il periodo dello svezzamento per accingersi a muovere i primi e incerti passi verso l’adolescenza: periodo affascinante ma irto di pericoli, che solo una mamma con la testa sul collo e la cornetta all’orecchio è in grado di sventare. Ecco, semmai stupisce che sia stato lui, il figlio, a denunciarla. Ma sicuramente dietro quella decisione ingenerosa si nasconderà la mano di una nuora intirizzita dalla gelosia. In realtà l’unico particolare che stupisce, in questa storia, è la nazionalità della mamma. Austriaca. Ma forse c’è una spiegazione anche qui: le mamme italiane, avendo i figli di 40 anni ancora in casa, non hanno alcun bisogno di perseguitarli sul telefonino.

Massimo Gramellini, La Stampa, 11 aprile 2009



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11 aprile 2009
Buona Pasqua




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13 marzo 2009
Buon Compleanno







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31 ottobre 2008
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3 ottobre 2008
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30 settembre 2008
E Silvio: su Epifani Massimo fermò Walter
 
Il colloquio «Fini il primo a chiamarmi per la ricorrenza». E Veronica nella nuova villa: qui ho scoperto il fascino del lago

Il Cavaliere festeggia i 72 anni: Alitalia merito di Veltroni? No, lui voleva la rottura Federalismo fiscale, ci vorrà del tempo però bisogna iniziare. Ma avete idea di quanti siano i soli ispettori delle Belle arti in provincia di Avellino? Manifestazion
 
 
LESA (Novara ) - Gli ostaggi italiani sono stati liberati: «Abbiam fatto bene a non fare blitz». Il Milan, la sera prima, ha vinto il derby: «È stata una bella partita». Gli alleati son tranquilli: «Il primo a farmi gli auguri, questa mattina, è stato Gianfranco». E se ci saranno manifestazioni di piazza, «otterranno l' effetto contrario: stimolarci ad andare avanti per la nostra strada». Persino la congiuntura economica internazionale non atterrisce: «Qui da noi le aziende sono solide, non sono tutta finanza». Per finire, c' è il governo: «Per la prima volta ne ho uno che fila come un orologio: sembra un consiglio d' amministrazione» Insomma, i regali ricevuti per il 72esimo compleanno, a Silvio Berlusconi sono più che sufficienti: «Che cosa devo volere, ancora? E poi, quando si ha una famiglia come la mia, il regalo è già quello». Riposarsi? Ma quando mai? «In gennaio - racconta - io, Chirac e Schroeder eravamo invitati a casa di Putin. Con il suo grande spirito di amicizia, lui mi ha chiesto cosa avessi intenzione di fare, e glielo ho detto: "Non mi ricandido, sono in pensione". Poi, però, ci ho ripensato: non c' era nessuno che avrebbe potuto farlo». Il capo del governo passeggia nel giardino della sontuosa villa di Lesa che fu di Cesare Correnti e poi della famiglia Campari, ramo bitter, e accarezza con gli occhi il recente acquisto: mostra il fitto muro vegetale formato da una stupefacente azalea che avvolge le statue allegoriche delle stagioni, indica i campi da tennis e da bocce, la spa e la piscina: «Tutto curato come non ho mai visto. L' ho comprata dalla famiglia Girola, i costruttori, la signora ha detto che soltanto a me avrebbe venduto». In cima al prato che digrada verso il lago Maggiore, la bianca villa neoclassica. Ricorda quella del Grande Gatsby cinematografico, con il disegno della facciata interrotto da un porticato semicircolare, ed è «a soli 19 minuti di elicottero da Arcore». Sullo spiazzo di fronte alla villa, su un grande divano bianco, c' è Veronica con i nipoti: «Pensate - racconta lei - soltanto adesso ho scoperto il fascino della vita di lago, è da poco che ho occasione di viverlo un po' . Qualcuno dice che è triste? Non so. A me dà una grande tranquillità». La nuova passione di nonno Silvio è Alessandro, 10 mesi, figlio di Barbara, che ha da poco cominciato a gattonare: «Ma guardatelo lì, si muove che è una freccia». La famiglia è già tutta lì per i festeggiamenti, manca soltanto la figlia Eleonora. Nell' attesa di andare a tavola, il premier invita i cronisti a bere «un prosecco». In realtà, arriva un sontuoso champagne, e il presidente del Consiglio parte a ruota libera. Ma arriva una telefonata. Lui ascolta e interrompe: «Aspetta, Gianni, che ti metto in viva voce...». Berlusconi pesticcia un po' sui tasti del telefono, poi chiede aiuto: «Ma dove l' avete comprato ' sto aggeggio, dalle coop rosse?». Gianni Letta sta al gioco: «Devo annunciare al presidente Berlusconi che le assistenti di volo si sono volute unire ai festeggiamenti per il suo compleanno unendo, in tempo utile per il pranzo, le loro firme a quelle delle altre sigle sindacali...». C' è anche il sindaco di Lesa, Roberto Grignoli, e lo stuzzica: «Merito di Veltroni...». Il premier ingrana il turbo: «Ma vi rendete conto? Epifani era già convinto di firmare. Lui, ha fatto il diavolo a quattro per fargli dir di no. Poi, però, si è reso conto che l' 85% degli italiani stava con il governo». Se proprio bisogna riconoscere un ruolo, non è al segretario del Pd che bisogna dire grazie: «Poi - prosegue Berlusconi - anche D' Alema ha chiesto a Walter se fosse impazzito, e così gli è toccato tornare indietro». Berlusconi si ferma e sbuffa. «Sono così, io l' ho sempre saputo... ci vorrà una generazione prima che cambi qualcosa là in mezzo...». Al federalismo fiscale, Berlusconi dice di credere: «Ma avete idea di quanti siano i soli ispettori delle Belle arti in provincia di Avellino? No, guardate: ci vorrà del tempo, magari. Ma bisogna iniziare». Inoltre, il premier vede come valore aggiunto il coinvolgimento dei sindaci nella lotta all' evasione: «Una dichiarazione dei redditi a Roma, è una tra milioni. In un Paese, anche per motivi di status locale, uno ci pensa due volte a mandare una dichiarazione che grida vendetta...».
 
 
 Marco Cremonesi,  Corriere della Sera, 30 settembre 2008




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29 settembre 2008
Assalti ai turisti e tratta di clandestini, così prosperano i predoni del deserto
 

Un tempo erano in gran parte nomadi, poi le guerre continue, la siccità, la rovina delle antiche civiltà tribali o semplicemente la miseria sempre più dura ne hanno trasformato parecchi in predoni, predoni del deserto, talvolta guerriglieri. Spesso tutte e due le cose. Il fenomeno dei predoni del deserto copre un'immensa fascia di territorio, quella che siamo soliti chiamare, piuttosto genericamente, fascia subsahariana. Si tratta di un territorio immenso che va dall'Oceano Atlantico al Mar Rosso e comprende Paesi anche molto diversi come il Marocco meridionale, la Mauritania, il Mali, il Niger, il Ciad, la Libia desertica del sud, l'Egitto che confina con il Sudan e la Libia e il Sudan stesso.

Fa un po' effetto sentir parlare di predoni del deserto, molti credevano che fossero cose da romanzi di Salgari (che ha appunto titolato una delle sue opere "I predoni del Sahara") o da film di avventura dozzinali. Invece, come i pirati del resto (basti pensare alla Somalia o allo Stretto di Malacca) assistiamo al loro ritorno.

Ma chi sono questi banditi che assalgono i turisti, le carovane, ma che affiancano anche (quando non lo sono essi stessi) i mercanti di carne umana che trasportano i clandestini che poi arriveranno a Lampedusa durante la traversata del deserto? Ce ne sono di vari tipi. Iniziando dal Sudan, piuttosto noti sono i janjawid, i cosiddetti diavoli a cavallo, oggi reclutati o perlomeno tollerati dal governo di Khartum e usati nella lotta, ma forse sarebbe meglio dire nel massacro, delle popolazioni nere del Darfur. I janjawid non hanno mai disdegnato l'attività predatoria, come sanno bene le carovane che si avventurano in quella zona del Sudan. Un tempo i carovanieri se la cavavano pagando una sorta di tassa agli uomini armati. Oggi le cose sono cambiate, i janjawid passano dagli attacchi armati ai neri ai saccheggi e non disdegnano ogni altra attività criminosa, forti della immunità.

Spostandoci più a ovest ai confini tra Sudan, Egitto, Libia e Ciad agiscono i nomadi spesso di etnia Toubus, quegli stessi Toubus che condussero negli anni 80 del secolo scorso una dura guerriglia contro il governo del Ciad. Cessata la grande guerriglia si sono dati alla guerriglia spicciola, contro chi ha la sfortuna di cadere nelle loro mani. Ancora più a Ovest, sono molte le bande di predoni, spesso di etnia berbera (tra di essi anche popolazioni Tuareg) dedite al banditismo. Si ricorderà la famiglia di turisti francesi assassinata in Mauritania. Un'attività, quella dei predoni, che spesso si mescola a quella di bande integraliste in qualche modo legate aii gruppi salatiti se non addirittura ad al Qaeda.

Un'attività che ha fatto praticamente morire la Parigi-Dakar, ritenuta ormai troppo pericolosa. I predoni, di solito, non si limitano a depredare le loro vittime, ma spesso, soprattutto quando si tratta di occidentali, pretendono un grosso riscatto per lasciarli liberi. I soldi dei riscatti non servono solamente a mantenere le tribù cui appartengono le bande, ma anche a finanziare un fiorente contrabbando che va dalle armi agli esseri umani, ai beni di consumo. I predoni hanno gioco facile: solo loro sanno spostarsi e sopravvivere in una delle zone più ostili del mondo. Solo loro conoscono le piste, i pozzi, i rifugi del grande deserto. E, grazie all'uso delle moderne tecnologie, sanno comunicare con i governi o con i parenti delle loro vittime per trattare il riscatto.
 
E' in questo misto di arcaico e di moderno che essi prosperano e le polizie, gli eserciti, i commandos dei Paesi coinvolti possono farci ben poco.Anche se riescono a localizzarli sono spesso trattenuti dall'intervenire per non mettere a rischio la vita degli ostaggi. C'è poi, come si diceva, la questione dei fondamentalisti islamici. Alcune fonti parlano (soprattutto per Mauritania, Algeria e Niger) di una vera e propria alleanza tra i banditi e i terroristi. Il che rende ancora più complicata la situazione.

Marco Guidi, Il Messaggero, 29 settembre 2008




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28 settembre 2008
1)Veltroni - 2)Scuola - 3)Cognome madre - 4)Donne - 5)Sofri - 6)Castelvolturno - 7)Caucaso

 




1)Veltroni: con Berlusconi democrazia svuotata Come la Russia di Putin

Walter Veltroni, perché lei parla di «bullismo al governo »?

«Perché vedo un cambio di passo in questa legislatura, uno scarto rispetto ai governi della storia repubblicana. La società italiana e occidentale vive in uno stato di angoscia che non ho mai visto da quando sto al mondo. Mi viene in mente Dickens: "Era il migliore e il peggiore dei tempi, era il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l'inverno della disperazione". Anche nel nostro tempo accadono meraviglie: la scienza, la comunicazione. Eppure in Italia vedo prevalere i segni del tempo peggiore. Sulla fiducia vincono paura, chiusura, arroccamento. E la paura è un moltiplicatore della crisi. Quando una società ha paura, è tentata dal barattare democrazia per decisione. È una sorta di maleficio: ogni volta che la crisi democratica si è saldata con la crisi sociale e con il prevalere di suggestioni populistiche e autoritarie, sono accadute le tragedie peggiori nella storia dell'umanità».

Siamo messi così male?

«
Viviamo un tempo che ha in sé gravi rischi. Se non ci sarà una sufficiente controreazione, rischiamo di veder realizzarsi anche in Italia il modello Putin. È il rischio di tutto l'Occidente. Una democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria. Il dissenso visto come un fastidio di cui liberarsi, la divisione e l'autonomia dei poteri come un ostacolo da rimuovere ».



L'incapacità di decidere è stata fatale al centrosinistra.

«È vero. Sono il primo a dire che la democrazia è anche decisione. Ma la democrazia prevede che si governa pro tempore, non che si è al potere. Che si governa nell'interesse di tutti i cittadini, non di una fazione o di una persona. Loro invece si comportano come gente che ha preso il potere. Il capo del governo oscilla dal discorso alla Adenauer del primo giorno a una quotidianità in cui il capo dell'opposizione è definito ora "un fallito", ora "un funambolo", ora "inesistente". L'hanno fatto con Rutelli, con Prodi, adesso con me. Una cosa che non avviene in nessun Paese del mondo».



Dove vede i segni del «modello Putin»?

«Il governo tratta il Parlamento come fosse una perdita di tempo, una rottura di scatole, un impedimento. Ora, mi è evidente la lentezza dei lavori parlamentari; ma il rimedio è ridurre le Camere a una e i parlamentari alla metà, non impedire di discutere e migliorare leggi che sono discutibili e migliorabili. Il governo ha l'obiettivo di far male ai sindacati. Ora, io sono tra coloro che stimolano il sindacato ad assumere un atteggiamento riformista. Ma indebolire i sindacati è una scelta suicida, il cui risultato è la proliferazione delle rappresentanze autonome e corporative. Il governo addita negli immigrati un nemico; ma se espelli un uomo dalla società, si comporterà come un espulso, e avremo un Paese non più sicuro ma meno sicuro, in cui già ora accadono episodi gravissimi di intolleranza, di caccia allo straniero. L'assassinio di Abdul per un pacco di biscotti è un segno del tempo peggiore. C'è tutto: la povertà, l'esasperazione, il razzismo. E i genitori che dicono: "Pensavamo di essere italiani, abbiamo scoperto di essere neri"».



Il movente razzista è stato escluso dalla Procura.

«Ma è stato ammesso da La Russa. Del resto, non ho mai sentito di un ragazzo sprangato al grido di "sporco bianco". Ancora: il governo ha nel mirino le autorità indipendenti; ora toccherà a quella per l'energia e il gas; l'indipendenza dà fastidio. Il governo muove all'attacco della magistratura. Anche noi vogliamo la riforma, convocheremo gli Stati generali della giustizia per discuterla; ma ci preoccupano i diritti di sessanta milioni di cittadini, non i problemi di uno solo. E, per la scuola, l'idea di bocciare alle elementari e alle medie i ragazzi che hanno anche solo un'insufficienza significa favorire l'abbandono e l'elusione scolastica, specie tra i più poveri; qualcosa che farebbe accapponare la pelle a un uomo come don Milani».



Di «putinizzazione» parlò in piazza Navona Flores d'Arcais. Non teme di essere accostato all'opposizione più radicale?

«Questa preoccupazione l'hanno espressa in molti, anche molti moderati. E poi non c'è nulla di più radicale di quello che stanno facendo loro. Radicalità non nel cambiamento, ma nella sistematica conversione del governo in potere. La mia non è solo una denuncia, è anche un appello. Ripristiniamo le condizioni minime, fisiologiche del confronto. Guardiamo agli Stati Uniti, dove Bush chiama e i democratici rispondono. Bush non ha insultato Obama, l'ha consultato. Così funzionano le grandi democrazie. Ci vuole un po' più di moderazione; ma la moderazione è estranea a un governo che ha un'idea sostanzialmente autoritaria delle relazioni con chi è diverso. Mi chiedo dove diavolo arriveremo».

 

Si è offeso per le polemiche su Alitalia?

«Guardi, qui in casa mia, su quei due divani là in fondo, si sono seduti Epifani e Colaninno, e hanno trovato l'accordo. Io ho un giudizio pessimo di come il governo ha gestito la vicenda, compresa la scelta di una cordata non si sa in base a quali principi. Avrei potuto lasciare che il governo andasse a sbattere e ne pagasse le conseguenze. Ho fatto una scelta diversa, recuperando una trattativa che era morta, con la cordata che dopo aver scaricato i debiti sui contribuenti intendeva scaricare sui lavoratori ulteriori margini di profitto. In un Paese civile, il capo del governo in questi casi dà atto al capo dell'opposizione. Costa tanto fare questo sforzo? Ma lui, che vive nel terrore della comunicazione, improvvisa uno spot a freddo contro di me, si inventa che avrei fatto saltare la trattativa che invece stavo riannodando».

 


Sull'Alitalia il Pd è stato a lungo in difficoltà. Del resto, il vostro ministro ombra è il figlio del capo della cordata.

«Lei non pensa che in Italia cominci a esserci un pensiero unico? Sono stanco dell'assenza di una coscienza critica che ignora la trave e si concentra sulla pagliuzza. Il premier è padrone di mezzo Paese, sua figlia entra nel consiglio di Mediobanca, e il conflitto di interessi è quello di Matteo Colaninno? Se in passato l'egemonia della sinistra ha asfissiato la destra, ora l'egemonia della destra asfissia il Paese. C'è un clima plumbeo, conformista, come se a chi governa fosse consentita qualsiasi cosa. La Gelmini arriva a Cernobbio in elicottero, come neppure Dick Cheney. Il premier non va all'Onu, non partecipa alla trattativa Alitalia, per andare al centro Messegué; senza che nessun tg lo dica. Leggo sull'Espresso che a San Giuliano c'è stata una selezione tra gli operai, per fargli incontrare solo quelli più bassi di lui. Non so come li abbiano trovati; so che queste cose accadono nei sistemi autoritari. Ma i riflettori vengono puntati su di noi. Se un dirigente locale del Pd fa una critica, finisce in prima pagina. Se il sindaco di Roma smentisce Berlusconi sulla legge elettorale per le Europee, finisce in un colonnino».

 


Lei teme anche per l'indipendenza dei giornali?

«Sì. È giusto che il governo cambi con un provvedimento amministrativo le regole di erogazione dei fondi pubblici ai quotidiani, riportandolo sotto il suo controllo? È giusto che, in questo clima asfissiante, chiudano il manifesto, il Secolo, Liberazione, Europa? Un clima in cui il sedicente portavoce del governo definisce Leoluca Orlando "esponente di un partito contrario ai valori della libertà e della democrazia". Come se spettasse al dottor Bonaiuti dare patenti di libertà e democrazia».

 

A proposito di Rai, qual è il vostro candidato alla presidenza?

«Il presidente è un tassello di un percorso. Che deve cominciare con l'elezione di Orlando alla Vigilanza. Noi accettammo Storace; perché loro non possono accettare un esponente del partito di Di Pietro, cui Berlusconi offrì il Viminale? Poi occorre riformare la governance della Rai. Se le regole non cambiano, e se c'è il consenso sul nome di Petruccioli, per noi va bene. Ma è la destra a essere divisa: tra chi vuole alla direzione generale Parisi e chi vuole Gorla, tra chi vuole dare al direttore generale più poteri e chi no. Io non mi opporrei a rafforzarlo, se questo significa ridimensionare il peso dei partiti in Rai. Purtroppo il pensiero unico prevale anche in televisione. Al riguardo, non può non essere visto con grande preoccupazione l'annuncio de La7 di voler licenziare 25 giornalisti; di tutto c'è bisogno in Italia tranne che di limitare ulteriormente la libertà d'informazione».



È sicuro di aver fatto bene a lasciare il comitato per il museo della Shoah?

«Sì. Al clima plumbeo concorre pure la rivalutazione del fascismo. Il museo della Shoah era un'idea della comunità ebraica e mia. Il nuovo sindaco ha fatto l'apologia di un regime che, ben prima delle leggi razziali, ha provocato la morte di tutti i capi dell'opposizione: il liberale Gobetti, il comunista Gramsci, il socialista Matteotti, il cattolico don Minzoni, gli azionisti Carlo e Nello Rosselli. Il giorno dopo, anziché correggersi ha aggravato le cose, condannando l'esito ma non la natura del fascismo. Con un sindaco che non si mette a urlare di fronte ai saluti romani, gli stessi saluti che hanno accompagnato gli uomini che andavano a morire a via Tasso o alle Ardeatine, per me è difficile discutere della Shoah».




Non la preoccupa anche lo stato del Pd? I prodiani la attaccano e Prodi tace. Il partito è diviso in ogni regione, in Sardegna la bega finisce in tribunale. Dopo D'Alema, pure Rutelli annuncia la sua corrente.


«No, non sono preoccupato. Lo ero sino ad agosto. Ma da settembre, dalle feste e dalla summer school, dal contatto con il nostro popolo, credo siamo usciti tutti convinti che va benissimo il pluralismo culturale, non il correntismo esasperato. Abbiamo una base molto forte e molto sana. Nei sondaggi stiamo risalendo. Il clima sta cambiando. Lo vedremo quando tra quattro settimane manifesteremo contro la politica economica di un governo che occulta la povertà, non si occupa di prezzi e salari, fa sparire pure i soldi della social card. La destra pagherà la sua confusione culturale, il passaggio brusco e zuzzurellone da Reagan a Zhivkov, dalla deregulation allo statalismo. Il tempo migliore può ancora prevalere sul tempo peggiore».

Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, domenica 28 settembre 2008











2)
   Il riformismo bocciato

Walter Veltroni, nell'eccellente discorso del Lingotto (27 giugno 2007) con cui ufficializzò la sua candidatura a leader del Partito democratico, e nei discorsi dei mesi successivi, mise a punto la carta di identità di una moderna sinistra riformista proponendola al neonato partito. Veltroni batteva allora con vigore su un tasto: il Partito democratico avrebbe sviluppato una reale capacità di intercettare le aspirazioni degli elettori e dei ceti sociali più dinamici e orientati alla modernizzazione del Paese, solo se avesse abbandonato, su un ampio arco di problemi, le posizioni conservatrici che avevano in passato caratterizzato la sinistra. La visione articolata da Veltroni appariva allora forte ed efficace ma restavano sospesi due interrogativi. Sarebbe egli riuscito a imporre un così radicale cambiamento di prospettiva a tanti militanti fino ad allora di diverso orientamento? Sarebbe riuscito, soprattutto, a ottenere un riposizionamento e un rinnovamento, culturale e di proposte, di quel sindacato (la Cgil in primo luogo) il cui appoggio è necessario a un partito di sinistra riformista? Non solo quel riposizionamento del sindacato non c'è stato ma è lo stesso Partito democratico a reagire oggi alle difficoltà suscitate dalla sconfitta ritornando sui propri passi, abbandonando la strada del rinnovamento, ridando spazio a quelle posizioni conservatrici che il Veltroni del Lingotto sembrava determinato a combattere.

Il miglior test per sondare lo «spessore riformista » di un partito italiano consiste nel valutare le posizioni che esso assume sulla scuola. La scuola pubblica è come l'Alitalia: rovinata da decenni di management interessato a garantirsi clientele e da un sindacalismo cui si è consentito di cogestirla con gli scadenti risultati (in tema di preparazione dei ragazzi) che i confronti internazionali ci assegnano. Solo che nel caso della scuola pubblica non ci sono cordate di imprenditori o compagnie straniere cui affidarla. Proprio nel caso della scuola il Partito democratico sta fallendo il test sullo spessore riformista. Perché ha scelto ancora una volta (come faceva il Pci/Pds/Ds) di accodarsi acriticamente alle posizioni della Cgil, di un sindacato che, in concorso con altri, porta pesanti responsabilità per lo stato disastrato in cui versa la scuola, un sindacato interessato solo alla difesa dello status quo (come è successo, del resto, nel caso di Alitalia fin quando ha potuto). Prendiamo la questione del ritorno al maestro unico deciso dal ministro Gelmini. Sembra diventato, per la sinistra, sindacale e non, il simbolo del «vento controriformista» che soffierebbe oggi sulla scuola. Al punto che, come è accaduto a Bologna, si arriva persino a far sfilare i bambini contro il ministro (nel solco di una tradizione italiana, antica e spiacevole, di uso dei bimbi per fini politici). Si fa finta di dimenticare che la riforma della scuola elementare del 1990, quella che abolì il maestro unico, fu un classico prodotto del consociativismo politico-sindacale che caratterizzava tanti aspetti della vita repubblicana. Nel caso della scuola funzionava allora un'alleanza di fatto fra Dc, Pci e sindacati. L'abolizione del maestro unico fu dettata esclusivamente da ragioni sindacali.

E' antipatico citarsi ma alla vigilia dell'approvazione della legge scrissi su questo giornale: «Nonostante le nobili e altisonanti parole con cui l'operazione viene giustificata la ratio è una soltanto: bloccare qualsiasi ipotesi di ridimensionamento del personale scolastico come conseguenza del calo demografico e anzi porre le premesse per nuove, massicce, assunzioni di maestri. Non a caso sono proprio i sindacati i più entusiasti sostenitori della riforma (…) Questa classe politica ha sempre trattato così la scuola, incurante delle esigenze didattiche ma attentissima a quelle sindacali» (Corriere della Sera, 22 novembre 1989). Veltroni e il Partito democratico dovrebbero spiegarsi: è quella cosa lì che, ancora una volta, vogliono difendere? Per il futuro vedremo ma la verità è che, fino a questo momento, il ministro Gelmini ha fatto pochi errori. I provvedimenti fino ad ora adottati sono di buon senso e per lo più tesi ad arrestare il degrado della scuola. Ma, anziché riconoscerlo e dare il proprio contributo di idee e di proposte (come dovrebbe fare un vero partito riformista, ancorché all'opposizione), il Partito democratico preferisce ripercorrere l'antica strada: quella della «mobilitazione», della sponsorizzazione dei sindacati, anche quando questi difendono posizioni indifendibili.

Non è casuale che proprio sulla scuola la Cgil si appresti a fare lo «sciopero generale ». Difende un potere di cogestione che viene da lontano e che ha contribuito a danneggiare assai la scuola (dove la quasi totalità delle risorse se ne va in stipendi a insegnanti troppo numerosi, mal pagati e mal selezionati). Un potere di cogestione che fino ad oggi ha sempre potuto contare sulla complicità di governi e opposizioni. Non è plausibile che nel Partito democratico siano tutti felici di queste scelte (che danno un brutto colpo alla credibilità del Pd come partito riformista). E infatti non è così. Ricordo un intervento critico di Claudia Mancina ( Il Riformista) sulle attuali posizioni del Pd sulla scuola. O le parole per nulla critiche nei confronti della Gelmini pronunciate (a proposito della polemica sull' impreparazione di certi insegnanti meridionali) da uno che di scuola se ne intende: l'ex ministro dell'Istruzione Luigi Berlinguer. Sarebbe bene che anche molti altri, dentro il Partito democratico, venissero allo scoperto. Ha senso continuare a trattare la scuola pubblica come un «dominio riservato» del sindacalismo? 

Angelo Panebianco, Corriere della sera, domenica 28 settembre 2008

 

 

 

 

 

  3)  Il diritto di scegliere


Una coppia milanese va dal giudice e chiede di poter dare, al proprio
bambino appena nato, il cognome della madre. Il giudice rifiuta. Un secondo
giudice ratifica il rifiuto. I figli devono portare il nome del padre.
Perché? Perché si è sempre fatto così, da tempo immemorabile. La coppia non
cede e ricorre in Cassazione. E la Suprema Corte acconsente. C'è una carta
dei diritti dell'Unione Europea che vieta «ogni discriminazione fondata sul
sesso» e, soprattutto, c'è il buon senso comune che considera il patronimico
«retaggio di una concezione patriarcale della famiglia non più in sintonia
con l'evoluzione della società».

E soprattutto c'è anche il fatto, incontrovertibile, che i padri non sono
più quelli di una volta. Quelli che, per intenderci, mantenevano la famiglia
per tutta la vita, al servizio di matrimoni indissolubili contratti con
fanciulle totalmente dedite alla procreazione e alla cura del nido,
condannate innocenti a scontare un perpetuo stato di minorità. Il cognome
dell'uomo veniva, all'epoca e fino a ieri, assunto dalla donna che, le
piacesse o no, perdeva il suo, in una spoliazione simbolica per la quale non
nutriamo alcuna nostalgia. Il cognome dell'uomo veniva imposto al bambino
come un marchio di proprietà. I bambini erano messi al mondo dalle donne e
educati dalla assoluta autorità degli uomini. Oggi non è più così. Le donne,
è vero, continuano a mettere al mondo i bambini, poiché soltanto nel loro
corpo si nasconde il dispositivo che consente la procreazione, però, sempre
più spesso, si trovano anche a educarli, mantenerli, crescerli, concedere o
negare permessi, reprimere o premiare eccetera eccetera. I matrimoni, non
più indissolubili, si dissolvono con una certa frequenza. Gli uomini vanno,
fanno altri figli con altre donne, o trovano donne che non vogliono figli o
ne hanno già e sono disposte a fermarsi. Possono continuare a frequentare i
bambini nati dal loro seme o sparire, possono contribuire al mantenimento e
imboscarsi. Del resto: finchè una donna non li avverte, gli uomini non hanno
alcuna possibilità di scoprirlo, che sono sul punto di diventare padri.

La paternità è una scelta culturale, la maternità è un fatto fisico. Possono
fare il padre o non farlo più, gli uomini. Le donne restano sempre lì,
accanto ai loro figli, restano madri. Per vocazione, per natura, per
istinto, per convenzione, per tradizione... non so, comunque non scappano,
non mollano. Le madri sono madri per sempre, non esistono le ex madri, come
non esistono gli ex assassini: se hai dato la vita, se hai tolto la vita
farai sempre i conti con quello che hai fatto. Nel bene, nel male.
Dolorosamente, felicemente, nel profondo. Quindi: era ora, certo che era
ora, si è insistito anche troppo a lungo, nell'imporre il nome del padre a
bambini che possono perderlo da un momento all'altro, il padre, e allora il
nome si svuota come il carapace di un granchio abbandonato sulla battigia.
Naturalmente, se è la donna a chiederlo, se ci tiene, se, magari, si sente
più protetta, va bene anche il "patronimico". Diciamo che il passo avanti,
anche in questo caso come nel caso dell'interruzione di gravidanza, è aver
sancito il diritto di scegliere.

Peccato che le leggi non si fanno in Corte di Cassazione.

Ratificherà, il governo di centrodestra (il nostro centrodestra, non un
centrodestra qualsiasi) con una opportuna modifica del diritto di famiglia,
la saggia decisione dei giudici? Non credo. No, non perché dal Governo non
mi aspetto niente di buono, ma perché il diritto di dare ai figli il proprio
nome è anche un segno di rispetto verso le donne, un riconoscimento del loro
essere cittadine a pieno titolo. E questo centrodestra, finora, di rispetto
per le donne, ne ha dimostrato davvero poco.
Va da sé, come sempre, che sarei ben felice di sbagliarmi.
 
Lidia Ravera, L'Unità mercoledì 24 settembre 2008


 
 
 
 
 
 

  4)  Due o tre cose che non

       so delle donne 

I misteri dell' universo sono infiniti. Non vorrei parlare dei grandi misteri: Dio, il big bang, il Male, il tempo, l' evoluzione; in primo luogo perché non è argomento da giornali, e poi non ne so nulla. Ma di un piccolo mistero, che gli uomini di sesso maschile contemplano ogni giorno, e contro il quale talvolta si scontrano: le donne. Mi ha sempre colpito la differenza dei rapporti femminili con il tempo e lo spazio. Di solito, la donna ha una relazione buonissima con il tempo, sia pure non cronologico: distingue gli anni, i mesi, i giorni, i minuti: coglie l' atmosfera, il colore e il profumo di ogni istante di vita: ricorda i vestiti, i golf, le scarpe, i costumi da bagno, i cappelli portati durante la propria esistenza: vibra e cambia col passare dei minuti; e difficilmente sa dimenticare il passato. I maschi non posseggono questa sensibilità molecolare per il tempo, e si muovono con meraviglia e goffaggine in questa dimensione che non capiscono, o che capiscono soltanto leggendo Anna Karenina e La signora Dalloway. In compenso, la donna non ha sovente nessun senso dello spazio. Non sa leggere una carta geografica, né una carta stradale, o un orario ferroviario. Se camminate per Roma o Milano, state attenti a non chiedere informazioni ad una di loro: vi manderà certamente in un luogo sbagliato. Per tre anni ho preso di continuo il treno da Monaco di Baviera a Roma: mia moglie è convinta ancora oggi che passi per Milano e non per Verona. Forse una donna, che capisce mirabilmente la molteplicità del tempo, non comprende la molteplicità dei luoghi. Conosce il luogo dove passeggia in questo momento: per lei, il resto del mondo non esiste, o è nascosto da una nuvola grigia. Ma quando arriva in un luogo, lo possiede con la mente: la sua attenzione è spasmodica. Osserva ogni particolare: conosce ogni pietra di via Montenapoleone o di corso Venezia o di via Condotti o di qualsiasi altra strada e piazza le interessi. Per secoli le donne sono state tenute lontane dai libri, come dalle navate centrali delle chiese cristiane; e qualcuno potrebbe credere che esecrino la letteratura. Invece nutrono per i libri un desiderio e una nostalgia appassionati. Cacciate o chiuse o auto-rinchiuse nei conventi, hanno creato una meravigliosa letteratura mistica, sprofondandosi nell' abisso di Dio, o trasformando Cristo in un corpo vivente accanto al loro, o nel loro stesso corpo. Se volete cogliere la differenza tra la sensibilità di una donna e la superficialità di un maschio, leggete le lettere tra Eloisa ed Abelardo, dove la debolezza del filosofo si annulla davanti all' ardore e alla verità della monaca. Quando sono stati aperti i salotti, con quale finezza le padrone di casa studiarono i sentimenti, le sfumature e le contraddizioni che occupavano il cuore dei loro invitati. Mentre incideva aforismi col bisturi, La Rochefoucauld aveva sempre una donna accanto a sé. Nel diciannovesimo e ventesimo secolo, la lirica, il romanzo e il racconto sono state il terreno naturale dove le donne, da Jane Austen a Flannery O' Connor, sono cresciute. Quanto alla filosofia, le donne evitano, di solito, la forza e lo schematismo del "sistema". Ma, in Virginia Woolf e Simone Weil, la mens non è meno intensa di quella dei filosofi di professione. Entrambe posseggono un dono rarissimo: il coraggio dell' estremo. Nei monasteri e negli studi, le donne non hanno mai rivelato un istinto pittorico così straordinario. Quando parlano o scrivono, posseggono una sensibilità sottilissima per i colori, le forme e i profumi, che di rado concentrano in un quadro. Le loro mani orchestrano bellissimi mazzi di fiori, ma rifiutano di usare il pennello e di fondere i colori sulla tavolozza. Vermeer non è una donna. Chardin non è una donna. I maestri dell' impressionismo sono maschi dalla foltissima barba. Eppure essi incarnano quanto di più femminile esiste al mondo: le stanze chiuse, le cose impregnate di luce, il riflesso degli argenti e delle vesti, una bambina col volano, i gatti, la fioritura delle ninfee sotto i cieli rosa che si riflettono nell' acqua rosa. Non ne capisco la ragione. Forse le donne amano il colore delle cose, e non quello dipinto: forse dipingere è, per loro, un' offesa all' immensa fantasia della natura.
 
Pietro Citati, La Repubblica, martedì 23-09-2008
 
 
 
 
 
 
 
 
 

  5)  Ci si può accanire su Sofri, a certe condizioni

Adriano Sofri non ha scritto niente di così scandaloso, niente che implichi la sua messa in stato di accusa sul piano morale o altre forme di risentimento. Capisco il dissenso o l’incomprensione, ma non le accuse risentite, che nel caso Sofri sono la regola da oltre vent’anni. Per come l’ho capita, ed è chiara, la tesi di Sofri è che, con il passare degli anni, un odioso delitto ha cambiato di significato. Chi ha ucciso il commissario non aveva un piano terroristico per attaccare il cuore dello Stato, voleva bensì vendicare la morte dell’anarchico Pinelli. Sono due cose completamente diverse, il terrorismo e l’assassinio di Luigi Calabresi.

Chiunque ragioni con equilibrio capirà che questa differenza di significato, sanzionata per di più dal fatto che gli imputati sono stati condannati per un omicidio di diritto “comune”, non è un dettaglio. Non è un dettaglio per due motivi almeno. Primo: se il delitto Calabresi fu un atto di terrorismo, Lotta continua fu un partito terrorista, ciò che Sofri e i suoi amici negano. (E che io, cacciatore di terroristi e di lottacontinuisti in quell’epoca ferrigna, nego con altrettanta convinzione per evidenti ragioni storiche: erano due cose diverse e antitetiche, due aspetti non assimilabili di un’unica grande crisi politica e sociale e della sua deriva violenta). Secondo: se fu un atto di terrorismo, scompare il movente specifico, e cioè tutta la storia torbida e insoluta, civilmente e storicamente devastante per una intera generazione politica, di Pinelli e della strage della Banca dell’Agricoltura e della caccia agli anarchici e di tutto il resto. Compreso il clima di menzogna in cui visse la Questura di Milano in quei giorni, un clima rievocato da Mario Calabresi nel suo libro a tutela della propria vita, dei propri affetti, della memoria delle vittime del terrorismo e della storia personale di suo padre.

Certo, Sofri è sconfitto. Non è difficile accanirsi contro di lui. E’ stato condannato in via definitiva come mandante di quell’omicidio, ciò che è un’enormità bestiale ai suoi occhi e agli occhi di chi ha letto le carte del processo e sa chi è veramente Adriano Sofri. In più, pur essendo non colpevole, Sofri non è e non si considera “innocente”, nel senso che la sua organizzazione scatenò contro il commissario una aberrante campagna di denuncia e di odio personale e simbolico al culmine della quale l’omicidio fu compiuto. E Sofri disse senza equivoci, in un discorso pubblico tenuto prima del suo arresto e della sua incriminazione, che a quell’epoca molti della sua generazione, lui compreso, erano pronti al delitto politico.

Sofri si è assunto la responsabilità civile delle sue cattive azioni, e ha preso su di sé anche qualcosa di quelle degli altri. (Io aggiungo che il famoso appello degli intellettuali e dei notabili della sinistra contro il commissario dimostra che la responsabilità del clima in cui maturò l’omicidio Calabresi fu tragicamente condivisa da molti che poi hanno fatto finta di niente). Sofri si è pentito, e lo ha ripetuto nell’articolo del Foglio, di aver scritto che “in quell’atto gli sfruttati riconoscono la loro volontà di giustizia”. Ha cercato con dignità e umiltà di stabilire un contatto psicologico e morale con il dolore della famiglia del commissario assassinato, senza cercare vantaggio personale. Ha subito un linciaggio forsennato, fino al paragone obliquo con il capitano Erich Priebke delle Fosse Ardeatine. Ha accettato senza vittimismi e senza piagnucolare una condanna penale che ritiene ingiusta. Perché dovrebbe accettare senza discutere anche il bollo di terrorista? Perché deve incassare senza fiatare l’oblio per Pinelli e per il dolore della vedova?

In conclusione, a me sembra che per accanirsi su Sofri, per censurare moralmente la sua versione invece di discutere le sue tesi sul delitto Calabresi e sul terrorismo, occorra essere sicuri di alcune cose, tenerle per certe. Che Pinelli sia stato vittima di un “malore attivo”, secondo la sentenza del giudice Gerardo D’Ambrosio. Che lo Stato italiano e i suoi rappresentanti a molti livelli fossero estranei a una torbida vicenda di depistaggi, di false accuse, di coperture in relazione alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.

 

 

 

 

 

 

 

 

         

 6)    Il clan dei giovani    «impazziti»: l' eccidio, poi spari per fare festa

Quelli del bar Monica si difendono in proprio. Sulla veranda con vista su una delle tante rotonde di cemento della Domiziana ci sono cinque indigeni che aspettano in piedi l' arrivo dei «niri». Due di loro stringono nella mano destra una pistola, puntata verso la strada. Gli altri, più concilianti, brandiscono delle spranghe di acciaio. «Negri di m..., ci provassero a venire vicino, gli facciamo scoppiare la testa», dice quello che sembra più anziano in virtù dei capelli bianchi. Scusate, ma provare con la Polizia? A momenti si mettono a ridere. C' è un posto in Italia dove sei persone vengono ammazzate con 170 colpi di mitra e pistole, alle nove di sera, su un lungomare non certo deserto, con gli assassini che una volta finito il lavoro sottolineano il loro operato sparando qualche raffica in aria. E il giorno seguente gli amici delle vittime, che nulla dicono agli inquirenti di quanto hanno visto, reagiscono fracassando auto e fioriere, ribaltando cassonetti, lanciando sassi grandi quanto un pugno nelle finestre della case. Non c' è da stupirsi. Castelvolturno è un luogo dove la violenza è ritagliata sulla vita quotidiana come un abito di sartoria. Vi aderisce perfettamente, indirizza ogni singolo comportamento, ogni parola. La Portofino del Sud, così era chiamata a metà degli anni Settanta. Le villette sulla Domiziana erano considerate un investimento sicuro e prestigioso. Il declino fu veloce, inarrestabile. Le case in costruzione vennero requisite per gli abitanti di Pozzuoli colpiti dal bradisismo, le falde acquifere e il mare si riempirono dei veleni prodotti dai rifiuti tossici sversati illegalmente. La Portofino del Sud divenne oggetto di furiose e folli speculazioni immobiliari. Arrivarono gli extracomunitari, a lavorare nei cantieri e nei campi di pomodori. Fino alla metà degli anni Ottanta si trattò di una immigrazione mista. Poi la città divenne il punto di raccolta dei nigeriani. Partivano da Lagos con la parola «Castelvolturno» scritta a pennarello sulla mano. Oltre a usi e costumi, importarono anche la loro criminalità, in un territorio che ne era già saturo. La strage di Pescopagano segnò la resa dei conti con la malavita locale, ma anche l' inizio di una nuova fase. Il 24 aprile 1990 un commando di camorristi di Mondragone sparò all' impazzata in un bar, inseguì alcuni immigrati che erano fuggiti in macchina, li trucidarono in mezzo alla strada. I clan non gradivano che i «niri» venissero a spacciare a casa loro. Dopo il massacro, gli lasciarono un territorio dove esercitare i loro affari, dietro parcella settimanale da elargire ai Casalesi. Da allora camorristi e mafiosi nigeriani conducono vite parallele basate su un patto di mutuo soccorso. Scambi di armi e killer, case per le reciproche latitanze. Casalvolturno è diventata un ghetto segnato da spaccio e prostituzione. Le vie interne alla Domiziana sono piccoli inferni di overdosi e violenze. Le ville disabitate sono il luogo dove recludere e seviziare le ragazze appena arrivate dall' Africa, prima di sbatterle sulla strada. Così arroganti, i nigeriani, da aver creato altri ghetti per gli altri, espellendoli dal loro mondo. Ghanesi e liberiani sono confinati nella frazione di Varcaturo. I senegalesi se ne stanno in fondo alle campagne di Lago Patria. La città conta ufficialmente 21 mila abitanti, ma accanto ad essi è come se fosse sorta una città gemella popolata solo da clandestini. Lo dice chiaro l' ammontare pro capite della tassa sui rifiuti. Il Comune paga esattamente il doppio di quello che dovrebbe produrre in base ai residenti registrati all' anagrafe. Ma Castelvolturno è soprattutto la città dei Casalesi. Il posto che contiene gli investimenti immobiliari a cinque stelle e i tuguri dei disperati nei quali pescare reclute a basso costo, i grandi progetti e i boschi dove si nascondono gli eroinomani da rifornire con la dose quotidiana. L' Alfa e l' Omega del loro atlante criminale, dentro al quale adesso si agita una scheggia impazzita. Un piccolo gruppo di camorristi giovani e imbottiti di cocaina, stanchi del limbo nel quale il clan dei Bidognetti è stato costretto da arresti e condanne, che ha deciso di rinegoziare ogni alleanza, e di alzare il prezzo con gli stranieri, per rivendicare il primato della camorra. Negli ultimi dieci mesi hanno firmato 16 omicidi. All' inizio erano 4-5 elementi, adesso sono già una dozzina. La violenza paga, fa proseliti. In questa Babele, è l' unico linguaggio riconosciuto. L' atteggiamento dello Stato è inspiegabile. Castelvolturno è uno dei territori europei meno «disturbati» dalla legalità. Come se tutti ci avessero rinunciato. Anche per questa strage le telecamere in zona hanno funzionato a vuoto, come accadde per l' imprenditore Domenico Noviello o per i due albanesi ammazzati all' inizio di agosto. Occhi ciechi, giocattoli senza videocassetta. Il commissariato locale dispone di 35 unità e poche macchine sfiatate che devono inseguire di tutto, camorristi, papponi, trafficanti di rifiuti e pusher di eroina. È stato calcolato che se lavorassero tutti insieme nello stesso momento, gli uomini delle forze dell' ordine potrebbero controllare al massimo tre chilometri quadrati di territorio cadauno. Di notte, viaggiando da Napoli fino a Mondragone, capita raramente di incrociare una Volante. Il controllo sul territorio è pari a zero, non esiste. Un posto senza pietà, governato da un sovrano invisibile e temuto. La disoccupazione giovanile sfiora il 90 per cento, stessa percentuale, fornita dai carabinieri, dei clandestini che delinquono. I Casalesi non hanno bisogno di inseguire la gente per farsi pagare il pizzo. Ci sono decine di intercettazioni che testimoniano dello zelo con il quale commercianti e imprenditori si mettono in coda per avere un padrone. Ci sono camorristi impazziti che sparano come fossero ad una festa di paese, e immigrati che si sfogano nell' unico modo che da queste parti è considerato legittimo. A voler cercare, c' è di tutto a Castelvolturno. Manca solo lo Stato. * * * La strage Sette morti in due agguati La mattanza Giovedì alle 21 i killer hanno esploso 170 colpi contro 6 extracomunitari che si trovavano nei pressi dell' hotel Millenium al chilometro 43 della Domiziana a Varcaturo (foto). Poche ore prima, nella zona è stato ucciso Antonio Celiento, titolare di una sala giochi Il movente Per gli investigatori, il presunto gruppo di spacciatori africani si sarebbe rifiutato di pagare la tangente alla camorra. I maggiori indizi ricadono ora su Alessandro Cirillo, capo delle nuove leve dei Casalesi legati al clan Bidognetti

Marco Imarisio, Corriere della Sera,  sabato 20 settembre 2008

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

  7)  Vladimir Putin e la guerra nel Caucaso: dieci miti da sfatare

Mito n. 1: Putin è il grande vincitore Senza dubbio Vladimir Putin ci ha dimostrato chi comanda in casa: non il presidente russo Dimitri Medvedev. Putin ha ottenuto da entrambe le camere del Parlamento russo il consenso unanime all' invasione della Georgia e all' occupazione di parte del Paese. Ma con questo gli è anche riuscito di unire nuovamente l' Europa dopo gli anni di discordia seminata da George W. Bush. Putin non ha potuto tirare dalla sua parte neppure la Cina, l' alleata di un tempo. Mito n. 2: Il ritorno della Guerra fredda Dopo il 1945 stavano l' uno di fronte all' altro, in un nuovo confronto, due sistemi dal punto di vista ideologico rigorosamente divisi. Il conflitto georgiano, invece, è una guerra in seno al medesimo sistema, quello capitalistico. La Russia segue una sorta di capitalismo nazionalistico, controllato dallo Stato, fatto su misura per la generazione di ex funzionari del Kgb a cui Putin appartiene. Mito n. 3: Dal 1989 la Russia è stata umiliata Al contrario: non c' è stato alcun altro ex avversario, alcun' altra ex tirannia, a cui sia stata riservata un' accoglienza altrettanto calorosa. La Russia è stata accettata nel G7, i suoi generali hanno sede nel quartier generale della Nato. Anche il Consiglio d' Europa le ha aperto le porte. G. W. Bush, Tony Blair e Gerhard Schröder hanno fatto a gara nell' elogiare Putin. Mito n. 4: L' Occidente non tratta la Russia come un partner con pari diritti Difficile immaginarsi che cosa si potrebbe ancora fare per conferire alla Russia uno status di maggior prestigio. A dire il vero è la Russia il Paese che non tratta gli altri con pari diritti, specialmente quelli a Nord, a Est, e nel territorio del Mar Nero, che nell' epoca zarista o sovietica, avevano vissuto sotto l' egida russa. Finora la Russia non ha compreso il credo fondamentale dell' Ue, secondo il quale tutti gli Stati vanno trattati con rispetto. Mito n. 5: L' Occidente cerca di accerchiare la Russia Si può accerchiare un continente? La Russia è l' unica nazione a cui è permesso di collocare missili antibalistici intorno alla sua capitale. La Polonia e gli Stati del Baltico potranno anche non stimare troppo la Russia, ma una cosa è certa: non la occuperanno. Ma prescindendo da questo: con che diritto non può essere permesso a degli Stati sovrani di decidere autonomamente di quale organizzazione far parte? Lungi dal respingere la Nato con la sua avventura georgiana, Putin ha reso più probabile il suo ampliamento. Mito n. 6: I «Neocons» a Washington decidono la politica occidentale nei confronti della Russia Il presidente G. W. Bush diede inizio al suo rapporto con Putin usando termini che avrebbero fatto arrossire un teenager. Sulla questione iraniana l' America cercò addirittura la cooperazione russa. Mentre la Russia opponeva il suo rifiuto all' appoggio del piano Ahtisaari, sponsorizzato dall' Ue, il quale prevedeva che il Kosovo potesse divenire indipendente. Non già i «Neocons», fu l' Ue a prendere l' iniziativa di annientare il nodo Kosovo, e la Serbia oggi ha un governo filoeuropeo. Nessun osservatore del sud del Caucaso prende sul serio l' idea che la Russia in Georgia non si sarebbe sbilanciata, se l' indipendenza del Kosovo fosse stata rinviata oltre. Mito n. 7: Il prossimo presidente Usa sarà più amichevole con la Russia Il Senatore John McCain ha detto che guardando negli occhi Putin, legge tre lettere: «Kgb». A sua volta il senatore Joe Biden è amico stretto del presidente georgiano Mikhail Saakashvili e nelle questioni politiche viene considerato un intransigente. Che sia eletto Obama o McCain, la politica americana nei confronti della Russia non cambierà. Mito n. 8: L' Europa è divisa Nel summit dell' Ue di inizio settembre è stata sorprendente la decisione unanime di sospendere i colloqui con la Russia su di un nuovo accordo di partnership. È stato sorprendente che proprio Silvio Berlusconi, una volta il «cocco» della destra d' America, abbia giocato l' improbabile ruolo dell' avvocato di Putin. Ma Berlusconi non apporta in tal senso nell' Ue alcun peso particolare sul piatto della bilancia. È stato di maggiore importanza che Finlandia e Svezia abbiano manifestato le loro preoccupazioni e che David Miliband sia divenuto la voce dell' unità dell' Europa nei confronti di Mosca. Mito n. 9: L' Europa è fiacca e remissiva Appunto, e non bisogna sottovalutare neppure un passo. Già adesso parlamentari nel Consiglio d' Europa hanno fatto appelli a che si rinunci alla partnership della Russia. Mito n. 10: La Russia controlla l' energia dell' Europa Fino ad un certo livello, sì. La Russia ha provocato ondate di panico in Occidente, con il risultato che adesso dovunque si rivede il proprio modo di pensare. La Gran Bretagna ad esempio aveva commesso errori nelle sue misure per l' energia, evitando di costruire spazi per il deposito di gas liquido, questo viene ora recuperato. I tedeschi fanno i conti con la loro inimicizia nei confronti dell' energia atomica, dalla quale la vicina Francia prende l' 85% dell' approvvigionamento di energia elettrica. Chissà, forse dobbiamo alla Russia non soltanto lo sprone per una crescente unità europea nella politica estera, bensì anche nella questione dell' energia.

Denis MacShane, Corriere della Sera martedì,9 settembre 2008 




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21 settembre 2008
Pallottole
 

Tzipi, Golda e il copione della pace

A mano. Lo spoglio delle schede in Israele si fa a mano. In un paese che in tecnologia è avanti a noi di almeno quarant’anni, quand’è il momento si torna volentieri al pallottoliere. E il pallottoliere ci dice che per la seconda volta nella Storia d’Israele una donna entra nella camera dei bottoni per diventare primo ministro. È l’attuale ministro degli Esteri, sabra cioè ebrea nata in Israele, Tzipora Livni detta Tzipi, avvocato, nata a Tel Aviv l’8 luglio 1958. Dal padre, Eitan Livni, incursore dell’Irgun, deve aver ereditato il gusto dell’audacia, coltivandolo nel mitico Mossad. Sharon la stimava molto e c’è da scommettere che se non fosse sprofondato nel coma, insieme con lei avrebbe costruito quelle solide basi di «consenso generale» senza le quali non è possibile pensare a una «piattaforma» incentrata nella formula «due popoli, due Stati». Gli ultimi, coraggiosi atti politici di Sharon premier confermano la regola del «paradosso logico»: solo un uomo di destra può stipulare col nemico un patto di pace sollecitato dalla sinistra: si veda l’accordo Israele-Egitto, frutto dell’intesa Begin-Sadat.
Il destino è un regista sapiente: se l’allieva di Sharon riuscirà a metter la mordacchia a rivali politici dello spessore di «Bibi» Netanyahu e del laburista Barak, in Medio Oriente si potrà finalmente parlar di pace per edificarla. Oggi si può soltanto incrociar le dita nella speranza che la giovine Tzipi riesca a rendere operativa la formula «due popoli, due Stati»; formula che Golda Meir, la prima donna diventata premier d’Israele, rigettava. Tuttavia, se oggi Golda fosse ancora vivente, c’è da pensare (dopo la «conversione pragmatica» di Sharon) ch’ella si sarebbe rassegnata alla necessità storica di rinunciare al sogno di Eretz Israel. E questo per realizzare quello Stato ebraico, democratico e sionista vaticinato dai «padri fondatori», figli della religiosità pragmatica del kibbutz, del pionierismo populista alla Tolstoj, predicato da Gordon e corretto in senso marxista da Borochov, il teorico del sionismo operaio.
L’11 di maggio 1969, a Tel Aviv, il Vecchio Cronista ebbe la ventura d’intervistare Golda Meir. L’intervista fu alquanto mossa anche se, alla fine, la signora Meir mi congedò con estrema gentilezza (fui anche ammesso, qualche tempo dopo, nella famosa «cucina» di Golda, il suo pensatoio casalingo). A un certo momento formulai la rituale domanda sul destino dei palestinesi, sicuro di sentirmi rispondere, come puntualmente accadde, nel modo seguente: «I palestinesi? E chi sono?». Insomma, «il popolo palestinese, in quanto tale, non esiste; yok, non esiste», secondo la famosa formula dell’ammiraglio turco inviato nel 17° secolo alla ricerca di Malta nel Mediterraneo e che, dopo aver fallito l’impresa, spedì al Sultano un piccione viaggiatore con un messaggio di due parole: «Malta, yok». (Vera o non vera, questa storia raccontatami da Victor Cygielman mi sembra emblematica). «La nazione palestinese non esiste? Ma allora contro chi ha combattuto Sharon in Libano, contro dei fantasmi?», si arrabbiava Arafat. Era il 14 di febbraio 1988 e di quell’intervista voglio citare ancora un brano: «Come ben dice il generale Weizmann, “la pace si fa col nemico, quindi dobbiamo trattare con l’Olp”. Sicché noi palestinesi dobbiamo trattare con gli israeliani, senza precondizioni, alla pari». Così Arafat.
Tranne disastri (vedi il nucleare persiano) sempreché i suoi rivali politici non ne facciano un boccone, soltanto la sabra su cui Sharon scommetteva può rianimare la stanca recita che Israele replica con Abu Mazen, seguendo un copione di routine.

Igor Man, La Stampa, 20 settembre 2008

 

        

             *****

 

 

C'è qualcosa di vero nell'autoproclamazione di "vecchio cronista" che Igor Man permette ai suoi pezzi da qualche anno. Non c'è nulla di male nella vecchiaia, se oltre a vecchio non fosse soprattutto patetico, nel rifriggere sempre la solita minestra. Cosa che fa anche nell'articolo di oggi, uscito sulla STAMPA a pag. 34, con il titolo " Tzipi, Golda e il copione della pace ". In fondo Igor Man è come il suo nome, fasullo. Manzella non era sufficientemente esotico per il suo gusto provinciale, ma non basta togliersi un "zella", per essere quello che non si è. Anche qui, il nostro patetico, rilancia il processo di pace attribuendone ritardi e fallimenti a Israele, Arafat & Co. non sono mai stati dei criminali con le mani sporche di sangue innocente, no, loro volevano solo fare la pace con il nemico israeliano, che, però, cattivo, non l'ha mai voluta fare. A leggerlo si ride anche, per la millesima citazione di un'ìntervisa con Golda Meir, riproposta dal nostro patetico cronista, ogni volta presentandola come qualcosa di eccezionale. Il timbro provinciale del quotidiano torinese sta in questo, nel non rendersi conto che un cronista, per essere credibile e autorevole, deve essere l'opposto del nostro Manzella, che continua a suonare la trombetta ad Arafat senza accorgersi che il pubblico che ci credeva si è notevolmente assottigliato. Le sue note stonate sono oggi, appunto, solo più patetiche.

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21 settembre 2008
L'aceto è il prodotto del vino
 
Professore, meridionale, eroe
 
«Sai, io non sono più sicuro che non si debbano picchiare i bambini» mi dice il mio ex compagno di banco Pippo Barbagallo, che ora fa il preside in un quartiere a rischio. E io, che ho in testa la Gelmini, penso: altro che dequalificati! Sono eroi questi insegnanti meridionali che devono farsi istruttori di chi non vuole essere istruito e al tempo stesso farsi infermieri, psicologi, poliziotti e persino pugili. «La settimana scorsa è venuto a cercarmi a casa il papà di un allievo, bigliettaio in un cinema. "Io non sono più sicuro che non si debbano picchiare i bambini", protestava con gli occhi lucidi». «Poi aggiungeva: "Lo so, è facile dirlo adesso che la polizia ha arrestato mio figlio a casa di sua nonna, con quel sacco nero in mano e quel coltello... Ma in queste prime notti che Roberto sta passando in galera penso che avremmo dovuto picchiarlo almeno un pochino. Perché non avete picchiato mio figlio"?». Pippo fa il preside in uno di quegli universi di umanità caotica che, nelle realtà marginali, mai somigliano alle scuole, ma sono agglomerati di umori giovanili ingovernabili, debordanti dalle regole della grammatica, della morfologia, della sintassi. Cosa può capire la Gelmini dell' eroismo senza incantesimi e senza proclami di questi insegnanti, cosa può saperne l' avvocato di Brescia di un magistero che non diventa mai documento o monumento? «Da buoni meridionali - dice il preside - crediamo solo nello starnuto cinematografico di Totò, la smorfia implosa, e dunque confidiamo che anche la ministra Gelmini è il botto che non sarà, solo un tentativo di botto finale della scuola». E tuttavia, comunque vada a finire questa agitata stagione di riforme, della Gelmini resterà il veleno razzista, ormai entrato in circolo, contro il Sud e contro questi insegnanti meridionali sottosviluppati che, in matematica e in scienza - secondo i famosi dati Ocse - formano studenti meno preparati di quelli che altri insegnanti, anch' essi meridionali, formano al Nord. In base all' anagrafe, tutta la scuola italiana è meridionale. Com' è dunque possibile che i cattivi insegnanti del Sud diventino bravi al Nord? Evidentemente, secondo la ministra Gelmini, il mio amico Pippo Barbagallo raglia come un somaro ai piedi dell' Etna e "urla e biancheggia" come Einstein nelle baite del Resegone. In realtà i professori italiani sono troppo colti per pensarsi come meridionali, e infatti, malgrado quel che si dice di loro, non si sono mai sognati di rivendicare - contro la Gelmini - i natali di Pirandello e Croce: «Noi meridionali non sopportiamo più il meridionalismo». Ma l' uso terroristico dei dati dell' Ocse non finisce qui. La Gelmini e soprattutto gli intellettuali che hanno avuto mandato di difenderla accusano la scuola del sud di allontanare l' Italia dal mercato, di farla precipitare in basso. È un' interpretazione allucinata, probabilmente una maniera per non volere fare i conti con se stessi, con il declino del sistema paese, di un' Università che neppure nei suoi luoghi di eccellenza riesce ad attrarre studenti stranieri, di una marginalità che riguarda l' intera area del Mediterraneo, dove siamo, con la Turchia e la Grecia, quel capitalismo a bassa intensità che aveva in testa Weber quando parlava di Europa cattolica e, aggiungiamo noi, mediterranea. I dati dell' Ocse dicono anche che la Corea e Taiwan hanno scuole migliori di quelle milanesi. E che il Piemonte supera la Lombardia, Venezia è meglio di Bologna, il Nord Est è più colto di Toscana Liguria e Lazio. Ecco dunque disegnato un mondo al contrario. Ma nessun piemontese si è messo a scrivere editoriali contro la Toscana e nessun veneto ha tuonato contro Bologna. Solo i dati del Sud sono stati trattati come antropologia, scienza, storia, e dunque ironia, sdegno, sarcasmo e, insomma, insulti sapientissimi che sarebbero gratuiti e incivili anche se prendessimo per buono il trito luogo comune che la matematica applicata all' economia sia la chiave della ricchezza e dello sviluppo delle nazioni (e non si spiegherebbe come mai i migliori matematici del mondo provengano dall' Asia). Già la sociologia classica, ben prima di Berlusconi, trovava che il Nord fosse più avanzato perché aveva più scuole di formazione professionale e meno licei classici: «Ebbene, al contrario del luogo comune - mi dice il mio preside - io temo che questa discriminante possa presto arrivare al capolinea, al punto da marginalizzare le Lettere, da fare dell' insegnamento dell' Italiano un' attività da poveracci, da meridionali indigeni, il proletariato intellettuale di Salvemini ridotto a plebe intellettuale». È vero che nei licei del sud mancano i docenti di fisica, «ma è anche vero che a Milano capita spesso che non ci siano abbastanza docenti di Italiano». Cosa può diventare l' Italia senza Italiano? «Forse è un po' fanatica questa ossessione per la matematica», un codice che, anche a scuola, vale quanto tutti gli altri codici che l' uomo ha inventato per decifrare il mondo, per renderlo riconoscibile e per addomesticarlo. Ma, ecco il punto: «Si può insegnare un codice a chi non ha interesse ad apprenderlo»? Gli istituti professionali del Sud sono contenitori-parcheggio, pròtesi della dissipata vita di quartiere, alternative alla strada, al bar e al biliardino, non certo luoghi di avviamento al lavoro: «Non c' è il lavoro al quale lasciarsi avviare. E anche quando, alla fine, lo trovano, sarà comunque un lavoro che non avrà nulla a che fare con gli studi che hanno fatto». E come fa l' Ocse a misurare le pressioni alla quali è sottoposta un' insegnante che deve sostituirsi al padre e alla madre, alla polizia, al medico, a Dio e deve tirar fuori il meglio di una ragazza che è intelligente anche se fa parte di una famiglia di delinquenti? Qui i professori devono esibire un ventaglio di virtù che nessuna Gelmini mai riconoscerà loro: «Una collega di storia si è trovata davanti un' allieva, praticamente una bambina, che non capiva perché era tutta sporca di sangue. Alcuni compagni sghignazzavano, altri la difendevano. Forse la Gelmini l' avrebbe mandata a casa e avrebbe distribuito un po' di sette in condotta. Lei ha chiesto al bidello di comprare una torta e ha parlato dell' ovulazione. Ebbene l' indomani ho affrontato una coppia di genitori che accusavano la collega di essere una sporcacciona: "prufissureddu, chista pedofila è"». Certo, nelle città del Sud ci sono magnifici licei di tradizione, antiche scuole dove si coltivano la qualità della lingua, le buone letture, dove si impara la storia, la geografia, il latino, il greco e dove i Bossi (padre e figlio) sarebbero dirozzati e spulciati o inesorabilmente bocciati. Ma spesso l' insegnante meridionale non sa se impiegare più tempo a spiegare il participio passato o a litigare con i suoi allievi, a metter pace tra di loro, a intercettare minacce, a scoprire e a coprire reati: «Siamo sicuri che davanti ai bulli che sfottono un ragazzino effeminato bisogna denunziare tutto e finire sui giornali?». E chi può meravigliarsi se a questi studenti si danno voti più alti di quelli che prenderebbero a Como? I prefetti del Sud dicono che la scuola è l' ultimo presidio contro la criminalità organizzata: «Io un tempo pensavo che sono delinquenti i genitori di un figlio delinquente. Se fosse vero, a rigore bisognerebbe denunciare penalmente i padri e le madri di tutti i delinquenti plurirecidivi i quali potrebbero, a ragione, costituirsi parte civile nei processi contro i loro genitori; e senza neppure l' ironia di Cecco Angiolieri che voleva uccidere tutti i padri a cominciare dal suo. Ma cosa devi fare se scopri che tra i banchi dei tredicenni circola merce rubata? E cosa doveva fare, secondo la Gelmini, quella collega di inglese che aveva scritto alla lavagna i nomi dei vari mestieri: teacher, plumber, lawyer. Ebbene, quando ha scritto policeman, un bambino si è alzato e l' ha cancellata: "La parola sbirro qui dentro lei non la deve pensare neppure in inglese"». Solo un ministro che vive sulla Luna non capisce che gli atti quotidiani di piccola prospettiva degli insegnati meridionali sono l' immensa forza della scuola italiana perché, come notava l' uomo senza qualità, che già allora ne sapeva molto più dell' Ocse, «la somma collettiva delle fatiche spicciole quotidiane, data la loro capacità di essere sommate, mette in circolo una quantità di energia molto superiore a quella che viene impiegata in atti di eroismo». Nel Sud che la Gelmini disprezza ci sono gli eroi del nostro tempo, senza le scorte dei magistrati, senza i soldi degli industriali, senza le luci dei giornali e senza il conforto della politica. Sono gli eroi muti d' Italia. E, come tutti gli eroi, ogni tanto pasticciano. E ogni tanto ringhiano: «Spesso di notte mi capita di mettere la mia vita sulle spalle di mio padre e mia madre e di prendere sulle mie spalle le vite non dei miei figli, ma di tutti i ragazzi che ho avuto a scuola, di quelli che sono morti ammazzati e di quelli che sono finiti in galera: colpe e meriti. E mi chiedo se sia giusto che le colpe dei figli ricadano sui loro insegnanti. A volte prevale in me l' idea che il porco è l' allievo di un porco. Altre volte che l' aceto è un prodotto del vino. Ecco cosa mi domando nelle notti senza sonno, quando mi volto e mi rivolto dentro la mia vita di insegnante meridionale».
 
Francesco Merlo, La Repubblica, 19 settembre 2008



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21 settembre 2008
Italiani




L'italiano che puntava sul <<cliente qualunque>>

La sua tomba non è proprio modesta, nel cimitero cattolico di Colma, Baia di San Francisco: non la scelse lui, che visse sempre senza fasti, e che fu dopotutto il più grande banchiere del mondo, per depositi e giro d'affari, nei primi anni del secondo dopoguerra, poco prima della morte nel '49. Ma in quella tomba Amadeo P. Giannini, AP per tutti gli italiani di San Francisco e dintorni, certamente se la ride. Wall Street è nei guai. E la sua Bank of America, sia pure ben diversa oggi da come la lasciò, acquistata in momenti difficili 10 anni fa dalla Nations Bank di Charlotte, North Carolina, e lì trasferita ma con il tutto sotto il nome e le vecchie insegne di Bank of America, ha saldamente ripiantato domenica a Wall Street una bandiera che Amadeo riuscì a innalzare solo per pochi anni, 60 fa. E ha vinto una lunga battaglia- AP ne fu l'incarnazione-fra due concezioni del modo di fare banca.

L'acquisto, domenica per 50 miliardi di dollari, della disastrata Merrill Lynch, terza powerhouse di Wall Street, viene dopo i 6 miliardi di dollari per il gigante ( ancor più disastrato) dei mutui Countrywide del disinvolto Angelo Mozilo, accordo perfezionato il 1 luglio scorso. Il tutto è la vittoria del retail banking, dello sportello,sulla finanza più sofisticata. È la vittoria degli eredi, per quanto indiretti, dell'anti-Morgan,del creatore del retail banking Amadeo P. Giannini. Nato a San José nel 1870, ma la sua famiglia è originaria di Favale di Malvaro (Genova), banchiere dal 1904 con la sua Bank of Italy, è una figura carismatica che i vecchi italoamericani e i molti liguri della Baia ancora ricordavano, negli anni 60, in giro con il calesse e poi con la Packard nera in cerca di piccola gente da far crescere. «Il little fellow, la persona qualunque, è il cliente migliore che una banca possa avere- dichiarava Giannini a una Commissione del Congresso nel 1930 perché resta con voi. Incomincia con voi e rimane sino alla fine. Mentre il pesce grosso resta con voi solo fino a quando può trarre qualche vantaggio, e poi vi abbandona ». Due anni dopo la fondazione della banca ci fu il terribile terremoto di San Francisco, 18 aprile 1906. Bruciò tutto. AP salvò 86 mila dollari, con una carriola, e il 19 aprile era sul molo a imprestare denaro sotto la scritta
Banking as usual-Open for business che fu l'inizio della sua leggenda. Nel 1910 gestiva 6,5 milioni di dollari e non frequentava, a differenza degli altri banchieri di San Francisco, il Pacific Union Club in cima a Nob Hill. Non era il suo mondo. Allora quasi nessuno Stato permetteva il branch banking, la creazione di filiali, e la California malamente lo tollerava. Il banchiere aveva una sola sede, per la clientela rispettabile. Presto arrivò ad avere cinque sportelli. Nel 1919, anno in cui la First National di New York fu la prima a doppiare il miliardo, Giannini arrivava a 157 milioni, e al miliardo nel '29, poco prima della crisi. Il nome era stato cambiato nel '27, da Bank of Italy a Bank of America. Era un salto. Nel 1919 fu creata la Banca d'America e d'Italia, controllata italiana, un marchio ben noto.

Wall Street, dove Giannini sbarcava nel 28, non amava questo personaggio, sicuro di sé, che non aveva mai chiesto prestiti interbancari per crescere, e senza complessi nei confronti di quelli che ormai erano mostri sacri della finanza e si atteggiavano a padroni dell'America, e salvatori (con i prestiti) dell'Europa. Il piano di Giannini era di ricreare, con i piccoli italiani e non di Brooklyn, la rete di clienti retail che le altre banche snobbavano. Giannini cercò alleanze fra il sangue blu, con il fratello Attilio, medico e suo stretto collaboratore, che lo sconsigliava: «Sbagli. Questa gente non avrà mai simpatia per noi, per quelli come noi, mai. Ci disprezzano. A loro non piacciono gli italiani. Non gli piacciono i clienti di Brooklyn e del Bronx».

I soci, sangue blu di Wall Street, approfittando di una malattia di Giannini e della sua assenza in Europa, incominciarono a smembrare il suo impero, basato su una holding, Transamerica, e sulle due Bank of America, di San Francisco e New York. Giannini tornò, guarito e galvanizzato, strapazzò i soci, corse in California, raccolse con una memorabile campagna in tutto lo Stato le deleghe del suo azionariato diffuso, portò un manipolo di fedelissimi a New York, e in una delle più epiche battaglie della storia corporate americana, a Wilmington, Delawere, il 15 febbraio del 32, si riprese tutto. Cacciò Elisha Walker, sangue blu di Wall Street, suo ex socio, e il di lui assistente Jean Monnet, il futuro padre dell'Europa comunitaria. Tredici anni dopo Giannini era il più grande banchiere del mondo, superando First National e Chase Manhattan.

Da allora le vicende furono alterne. Ci furono epiche lotte con la Fed, sempre contraria a banche interstatali, l'impero fu spezzato dalla legge bancaria del '56, riottenne spazi grazie a quella del '67, fece importanti acquisizioni, fu messo in ginocchio nell'86 soprattutto da prestiti in America Latina (qui avvenne la vendita della Banca d'Americae d'Italia a Deutsche Bank), ebbe forti perdite in seguito alla crisi del rublo del '98, e alla fine fu acquistato da Nations Bank, erede di una vecchia banca creata in North Carolina, nel Sud sconfitto, nel 1874. Il Sud, come la California, non ha mai avuto un grande feeling per Wall Street. E l'acquisto di Merrill Lynch, creata nel '14, proprio quando a Manhattan si stava trasferendo rapidamente il primo centro finanziario mondiale, non solo riporta Bank of America al primo posto fra le banche americane. Ma è la risposta della "provincia" alla crisi di Wall Street.

Mario Margiocco, Il sole 24Ore, 17 settembre 2008




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21 settembre 2008
Colori
 
La scuola che comincia
con il lutto al braccio
 
 

LA MINISTRA Gelmini li voleva in rosso-Stalin, ma i maestri italiani non sono caduti nella trappola e si sono listati il braccio di nero-Gelmini. Viva, dunque, questa elegante protesta dei maestri che ha messo in lutto il governo e ha spiazzato la ministra che, con la sua corona di neo addetti stampa (ricordate gli utili idioti?) cerca, sogna e brama una sgangherata violenza sessantottina. Si era insomma allenata, la signora di Brescia, per affrontare gli insegnanti sbracati di cui sparla da quando è diventata ministro. Perciò ora non sa come prendere la contestazione ironica e sobria espressa con quel nero, che lei stessa ama molto indossare e che non strumentalizza proprio nulla, meno che mai i bambini.

E ci pare mal consigliata la Gelmini quando sostiene che, con quel nero al braccio, i maestri usano i bambini contro di lei. Gli insegnanti non si sono listati di nero né contro i bambini né insieme ai bambini. Sono in nero perché orfani di chi, meglio di tutti, dovrebbe rappresentarli e proteggerli; sono a lutto del buon governatore comprensivo come un padre di famiglia; protestano perché il ministro, che dovrebbe schierarsi con la scuola tutta, si è invece schierato contro l'anima della scuola.

Viene dunque il sospetto che, spiazzata dalla civiltà e dalla compostezza della protesta, la Gelmini abbia usato - lei - i bambini come nascondiglio retorico per il suo disagio, per la sua prima sconfitta. Capita, del resto, alla Gelmini di imputare agli altri i propri peccati. Gian Antonio Stella ci ha raccontato sul Corriere di come proprio lei, che ha sprezzantemente accusato il Sud di regalare titoli di studio agli incompetenti, avesse raccattato un'abilitazione professionale - avvocato - in un dirupo di Reggio Calabria.

Sono spesso neri i tailleur della Gelmini. Le permettono, grazie alla tinta del rigore, di esporre con dignità tranquillizzante la propria maliziosa femminilità. Anche i maestri italiani, ben lontani dallo stile straccione che la Gelmini vede in loro, hanno scelto il rigore del nero per denunziare, con la stessa dignità tranquillizzante dei sornioni tailleur ministeriali, che la scuola italiana è orfana, anzi è 'adespota', senza capo, parola di etimo greco che abbiamo imparato in quel liceo che la Gelmini vorrebbe - anche questo! - rimpicciolire, avvelenare e dunque far sparire introducendo - come ha fatto sapere - 'il liceo breve', che diventerebbe un'altra morte lenta ma, intanto, è già un'altra provocazione.

Alle orecchie di chi conosce l'importanza del liceo italiano, - "la sartoria della vita" diceva Lucio Colletti - l'espressione "liceo breve" suona infatti come 'gigante nano'. E vale a poco sostenere che altri ministri dell'Istruzione, di destra di centro o di sinistra, avevano già avuto qualcuna delle pensate della Gelmini. La signora di Brescia non è la prima che, da ministro, maltratta la scuola, che la sottopone alla violenza dell'incompetenza.

E ovviamente si capisce che il liceo breve, il liceo ridotto di un anno, farebbe risparmiare altro danaro. Ma non c'è solo la bassa ragioneria all'origine di queste provocazioni. La Gelmini provoca per dimostrare che dietro la formazione italiana, dietro il liceo - soprattutto classico - c'è ancora il sessantotto, ci sono i fannulloni fradici di ideologia comunista, anzi classico-comunista. Ma il liceo italiano non è 'la scuola quadrì dei rivoluzionari frustrati. Stia attenta la Gelmini a toccare il meglio dell'Italia e della sua memoria, la nostra eccellenza, il modello nazionale per il quale ancora, ogni tanto, ci distinguiamo nel mondo.
E stia attenta a ripetere che bisogna fare come la Francia o come l'Inghilterra, o ancora come gli Stati Uniti o come la Germania. In realtà una virtù che bisognerebbe a tutti i costi 'rubarè a questi Paesi è il non inseguire modelli stranieri, quasi sempre incomparabili, ma di sostenere e di rafforzare un proprio sistema nazionale. Gli inglesi non vogliono diventare come gli americani né i francesi come i tedeschi (con la stessa, insopportabile retorica si potrebbe consigliare alla Gelmini di farsi... protestante).

E poi, andiamo!, avvocato Gelmini: l'adulto italiano che ripensa al liceo non si ferma alle manifestazioni, alle occupazioni e al 6 politico, ma si abbandona al ricordo della scoperta dei libri, della capacità di resuscitare i morti, dell'universo pieno di miti e di simboli, di quei professori ai quali i maestri che lei umilia devono per esempio l'ironia e l'arguzia di vedere in lei non il nemico di classe, ma la linguaccia lunga di Santippe che, surrogando il linguaggio intelligente, importuna Socrate e infastidisce la decenza (anche se per la verità si sospetta che Socrate si sia convinto a bere la cicuta proprio per liberarsi dalle angherie di Santippe).

È grazie al liceo che i maestri italiani stanno affrontando le provocazioni della ministra non con la violenza della demagogia che la Gelmini a tutti i costi vuole (re) suscitare, non con il ritorno di Potere operaio e di Lotta continua che la signora ha bisogno di avere come nemici, ma con il nero dell'educazione civica, con il nero del catechismo morale, con il nero della scienza greca - mélas cholé è lo spleen inglese, l'umor nero, la malinconia della scuola - , e con il nero della scienza latina - nigri sed formosi, neri ma belli direbbe Orazio dei maestri in cromatica rivolta.

La verità è che la Gelmini sta cercando con tutte le sue forze la protesta di piazza per poter dire che nella scuola italiana sono tutti comunisti, tutti fuori dalla storia prima che dal mercato. Ne ha bisogno per affrontare la scuola con lo sproloquio di Bossi, con la in-cultura della Lega, con il bisturi economicistico e con la demolizione della presunta egemonia culturale. Insomma la Gelmini si vede già protagonista di una specie di neo maccartismo alle vongole, anzi alla polenta.

Speriamo dunque che si diffonda questo tipo di protesta fantasiosa ed efficace. I colori infatti esprimono benissimo gli umori e rispondono alla regola delle opposizioni. Nei colori c'è l'idea relativista - laica - che anche la protesta è governata da quel principio di indeterminazione che abbiamo imparato al liceo: tutto dipende dalla dose e dal contesto e si può stare con il nero che rimanda al caos dell'inizio o con il nero che rimanda alla dolente compostezza della fine. Come abbiamo imparato ad usare la gobba di Leopardi contro quella di Andreotti così sappiamo che il rosso è allarme ma è anche sangue versato, è aggressività violenta ma è anche amore.

E dunque, per esempio, contro Brunetta che sogna l'ipercinesi mercuriale del colore aragosta o del blu elettrico, gli statali potrebbero presentarsi in ufficio con una bandana celeste da fannulloni in relax. E i dipendenti dell'Alitalia potrebbero viaggiare con un arcobaleno di protesta sulla giacca verde... Infine, se la Gelmini dovesse davvero insistere nella volontà di accorciare il liceo, ebbene tutti quelli che lo hanno amato e vorrebbero ancora mandarci i propri figli potrebbero fondare il movimento delle camicie blu cobalto, che è il colore della gonna di quella bellissima dark lady che piaceva da morire al Falcone Maltese, romanzo ovviamente noir. 
 
Francesco Merlo, La Repubblica, 16 settembre 2008



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21 settembre 2008
E andareeeeeeee
 
Andate pure (ma davvero)
 
I bambini deficienti da grandi vorranno fare la satira, non la velina o il calciatore: perché la satira santificata da certi buffoni è il mestiere più bello del mondo, qualcosa che vorrebbe corrispondere a una perfetta immunità giudiziaria e civile oltretutto per autoproclamazione: satira anche se non avesse più nulla della satira, satira anche se non facesse più ridere da anni. Satira per loro significa che puoi dire quello che vuoi, su chi vuoi, quando vuoi, come vuoi: e devi poterlo dire magari pagata dal servizio pubblico, devi poter invocare la Costituzione, devi poter chiamare nano e antidemocratico e fascista e ciccione e piduista ovviamente chi vuoi (a destra) e collaborazionista e inciucista e corrotto ovviamente chi vuoi (a sinistra) e se qualcuno avrà da ridire tu invocherai l’articolo 21, il regime, la censura, perché tu sei intoccabile, fai satira: comica ma comiziante, satirica ma tribunizia, giullare ma requisitoria, senza contraddittorio che è roba da giornalisti, tu fai satira e quindi travestirai ogni delirio di onnipotenza da missione salvifica, ogni disturbo narcisistico da sindrome da persecuzione cilena.
Perfetto, non quadrano solo un paio di dettagli. Il primo è che qualcuno dovrà pur deciderlo se tu fai satira o se sei solo da internare: e questo qualcuno, tu guarda, è proprio quella Magistratura che i satiri invocano di continuo perché indaghi sull’intero scibile umano ma non su di loro.
C’è l'obbligatorietà dell’azione penale e loro non fanno che difenderla, ma non stavolta. Esiste una norma (che non riguarda il vilipendio religioso, depenalizzato nel 1999) e il problema a loro dire non è se la norma sia giusta o se comunque sia stata infranta: il problema è che c’è «aria di fascismo» (Dario Fo) e soprattutto che «la satira non si processa» (Curzio Maltese) il che beninteso ci starebbe anche bene, la satira non si processa: il problema infatti è che secondo la magistratura quella della Guzzanti non è satira. Qualcuno dovrà pur stabilirlo, oltre un certo livello: e non siamo messi così male da lasciarlo decidere alla stessa Guzzanti o a Dario Fo, Curzio Maltese, Beppe Grillo, Marco Travaglio e altri che si parano il sedere con la satira ogni volta che dicono una cazzata.
Beppe Grillo ha detto che il Capo dello Stato è sonnecchioso e che non doveva firmare un certo provvedimento: secondo la magistratura è satira. Sabina Guzzanti, invece, ha descritto un Papa all’inferno nelle mani di diavoli gay: secondo la magistratura non è satira. Deciderà il Guardasigilli, sono le regole: e che meraviglia, se negasse l’autorizzazione. I giudici contro i martiri della satira, il governo Berlusconi che li difende. Che meraviglia. E già che ci siamo, visto che Beppe Grillo ha detto che di questo passo andrà a vivere all’estero: che meraviglia, se si decidesse a farlo.
 
Filippo Facci, Il Giornale, 12 settembre 2008



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22 giugno 2008
Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.





 






Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 10,26-33.

Non li temete dunque, poiché non v'è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato.
Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati;
non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli;
chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.





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22 giugno 2008
I sogni son bigliettini





 









L'albero di Yoko perde la pace

Sull’installazione della vedova Lennon i visitatori lasciano solo desideri privati

La necessità cresce sull’albero dei desideri, foglietti bianchi pieni di bisogni primari: casa, salute, un lavoro nuovo e l’installazione pacifista, che dovrebbe lanciare messaggi al mondo, si stringe a dimensione tinello. Di certo non era questa l’idea di Yoko Ono: la vedova di John Lennon ha studiato la performance nel 1990 e ha seminato una decina di alberi in giro per il mondo convinta fosse un’idea beat, eredità di quel letto sfatto in cui si è accampata con il marito Beatle davanti alle tv. Uno dei semi è caduto a Berna, di fronte al Centro Paul Klee, museo disegnato da Renzo Piano e inaugurato nel 2005. Il progetto Yoko Ono è arrivato due anni dopo, in contemporanea con un gemello piantato a Washington, ai piedi del monumento in memoria di Jefferson e lì, almeno il giorno dell’inaugurazione, tutti i biglietti erano peace and love. In Svizzera, su 100 strisce bianche che sventolano, solo una ha lo stemma della pace e un’altra si spinge alla citazione dei Pink Floyd con il testo di «I wish you were here», il resto è una richiesta di futuro più piccolo e urgente ed è difficile distinguere l’egoismo dal malessere. Manca troppo alla vita quotidiana per concedersi slanci universali, l’albero gronda di giornate sbagliate e impieghi mal pagati.

Tanti brutti ricordi da spingere nel passato grazie a giorni migliori e più che desideri sembrano lettere a Babbo Natale, quasi infantili. E’ semplicità pura scritta a matita, in lingue diverse e con lo stesso significato: desidero amore e felicità. Una richiesta legittima, singola e chi se ne importa dell’umanità, ci sono esigenze materiali come: «vorrei una casa con i muri colorati», «vorrei diventare ballerina», «vorrei salute», «vorrei non litigare più con te», «vorrei che arrestassero e imprigionassero a lungo la persona che mi ha violentato», «vorrei che Dio vegliasse su di te fino al prossimo incontro», «vorrei campare 1000 anni», «vorrei delle belle scarpe», «vorrei che stessimo sempre insieme». Oscillano fra il dolce e il minuscolo, dall’armadio ai sentimenti, senza mai uscire dal privato. Evidentemente un luogo difficile da costruire.

I turisti ci girano intorno, nessuno scrive prima di aver letto per un bel po’ e forse si lasciano contagiare perché, lungo il viale che porta all’ingresso della galleria centrale, quella tutta dedicata a Klee, ci si aspetta altro. E’ pur sempre un museo, arte, quindi si è preparati a questioni elevate adeguate ai concetti zen sparsi per il giardino. In sequenza, passi davanti alle «Piante da mangiare», prima opera che annuncia l’ansia da sopravvivenza e più in là la scritta al neon che si accende e spegne a intermittenza sempre sotto la luce del sole. Quando arrivi davanti al pannello giallo che riassume vita e opere di Yoko Ono sei pronto ad altro, ad appelli contro la fame nel mondo e per l’aria pulita, alla protesta contro le pellicce, al Tibet, al Darfur. Chiunque si aggira per la collina e inciampa nell’albero dei desideri non è pronto a scrivere, non ha in tasca una richiesta tanto grande e prova a curiosare in cerca di coraggio. In molti si avvicinano prudenti come se non volessero essere travolti dall’aspettativa e l’albero attira, incastra. Leggi un biglietto e poi un altro e vai avanti. Nessuno ci passa meno di dieci minuti, è facile lasciarsi conquistare dalla ricerca di benessere. C’è chi si riconosce, tutti sorridono e la maggior parte delle persone cercano i foglietti da qualche parte, travolti dalla voglia di lasciare una traccia. Solo che i biglietti sono finiti e molti desideri stanno a terra come le foglie, qualcuno caduto, altri appallottolati, probabilmente scaduti e allora i visitatori frugano nelle borse e aprono le cerniere degli zaini per trovare un pezzo di carta qualsiasi e aggiungere il proprio bisogno a quel mucchio. Visto che si può e che è lecito farsi i fatti propri anche davanti a un’installazione concettuale ispirata ai templi giapponesi.

La pace si cerca anche così, con la realizzazione personale, quella che passa da «vorrei che le mie figlie fossero sempre felici», da «vorrei che mia madre venisse in Svizzera», da «vorrei che Bruno e Alyna facessero le scelte giuste», da «vorrei passare questo maledetto esame», da «vorrei molti bambini». Il disegno contro la guerra resta isolato, su un ramo alto, e l’unico desiderio che gli somiglia è un ringraziamento multilingue a Yoko Ono, un messaggio a più mani, scritto da persone che non si conoscono e in tempi diversi: «Grazie Yoko per questa trovata. Che ci ha liberati. Che ci hai aperti. Che ci ha fatto tornare bambini» e anche che ci ha tolto dall’imbarazzo di doverci sentire per forza più nobili e profondi. Se la signora leggesse si stupirebbe della strada che ha preso il suo albero, può darsi che quel microcosmo le darebbe persino fastidio. Di certo ha avuto successo: esauriti i cartoncini esagonali, con lo spago per essere appesi, esaurito lo spazio tra i rami e quello nella vita. Sarà anche una collezione di bassi istinti, però non è sempre il momento di begli ideali. L’albero delle piccole soddisfazioni prospera, se qualcuna si avvera magari si torna a pensare in grande.

Giulia Zonca, La Stampa, 13-06-2008



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22 giugno 2008
Voi siete qui
 Voi siete qui-Direttive per il corteo d’autunno

A tutti i compagni della sinistra. Direttive per il grande corteo d’autunno di lotta e protesta indetto dal Partito Democratico contro il governo Berlusconi. Attenersi alle disposizioni. Per dubbi e domande, rivolgersi al funzionario di zona. Non cedere alle provocazioni. Ingoiare questo articolo subito dopo la lettura.
Compagni del nord-est. Comporsi ordinatamente in corteo alle spalle della delegazione regionale capeggiata dal compagno Calearo. Evitare atteggiamenti minoritari e slogan improvvisati, evitare abbigliamento troppo casual o trasandato: è possibile che il corteo venga invitato a un’assemblea di Confindustria. Non facciamo figuracce.
Precari. Le forze produttive sottopagate o ricattate dal capitale si comporranno ordinatamente dietro lo striscione della componente Giavazzi. Visto che hanno molto tempo libero tra un contrattino e l’altro, si consiglia attenta lettura dei fondi del Corriere da cui ricavare gli slogan di riferimento (licenziare meno/licenziare tutti). Lo striscione con l’enorme scritta “Il liberismo è di sinistra” si collocherà immediatamente dopo lo striscione di apertura del corteo.
Metalmeccanici. Tutti dietro lo striscione della componente Colaninno. Evitare inutili slogan sul contratto che risulterebbero controproducenti, sottolineare il ruolo degli imprenditori illuminati.
Anziani e pensionati. Non dimenticare l’acqua minerale. Esibendo la social card del governo, i panini verranno scontati del dieci per cento.
Caduti sul lavoro. Questa componente del corteo sarà numerosa ma, per forza di cose, immobile. Sarà aperta dal grande striscione “Industrie Marcegaglia”, a sottolineare la sensibilità della classe imprenditoriale e il suo attivo contributo agli incidenti sul lavoro.
Comizio finale. Sul palco interverranno i maggiori esponenti del partito, a sottolineare la vivace democrazia interna. Aprirà Veltroni, poi interverrà Walter, e concluderà il comizio il compagno Walter Veltroni. Al termine, defluire ordinatamente.

Alessandro Robecchi, Il Manifesto, 22-06-2008

www.alessandrorobecchi.it



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22 giugno 2008
Che confusione...
 


<<La blocca-processi esiste già da 10 anni>>   
 
Caro Direttore, con riferimento all'articolo apparso in prima pagina sul suo giornale, dal titolo «Passa la norma blocca processi», forse è opportuno segnalarle che una disposizione analoga è da tempo vigente nel nostro ordinamento giuridico.
Con il decreto legislativo del 19 febbraio 1998 n. 51 è stato introdotto uno smilzo articoletto (art. 227) il quale testualmente dispone: «Al fine di assicurare la rapida definizione dei processi pendenti alla data di efficacia del presente decreto, nella trattazione dei procedimenti e nella formazione dei ruoli di udienza, anche indipendentemente dalla data del commesso reato o da quella delle iscrizioni del procedimento, si tiene conto della gravità e della concreta offensività del reato, del pregiudizio che può derivare dal ritardo per la formazione della prova e per l'accertamento dei fatti, nonché dell'interesse della persona offesa.
Gli uffici comunicano tempestivamente al consiglio superiore della magistratura i criteri di priorità ai quali si atterranno per la trattazione del procedimento e per la fissazione delle udienze».
Con tale disposizione è stata consentita la trattazione di quei procedimenti che il magistrato, a suo discrezionale apprezzamento, ritiene «gravi o dotati di concreta offensività». Per gli altri il destino è assicurato: saranno stipati in un oscuro sottoscala all'interno di un ufficio giudiziario, in attesa dell'arrivo liberatorio della prescrizione. È stata cosi introdotta una illegittima archiviazione, mascherata con buona pace del declamato principio della obbligatorietà dell'azione penale.
Il predetto decreto legislativo porta le firme di Prodi, presidente del Consiglio dei Ministri, Flick, ministro di Giustizia, Scalfaro, presidente della Repubblica. È singolare, perciò, che nell'intervista rilasciata al suo giornale, il presidente Scalfaro non abbia fatto alcun riferimento alla disposizione suddetta. Preme sottolineare che in un Paese di democrazia liberale spetta al Parlamento individuare quali fatti assumono rilevanza penale e, quindi, quali reati debbano essere perseguiti. Appare, perciò, quantomeno eccentrico che i criteri di priorità imposti dalla disposizione summenzionata debbano essere portati all'attenzione del Csm e non del Parlamento.

Antonio Albano, ex Procuratore Generale Onorario presso la Corte di Cassazione

Da:corriere.it
 
















IL DILEMMA DEI DEMOCRATICI
Saper fare l'opposizione

L’opposizione muro contro muro, sempre, ad ogni costo, del Prodi-pensiero sembrava relegata al passato. Purtroppo sembra riemergere. Per colpa di chi? Questa volta di Berlusconi. È lui che dopo un felice esordio rompe il tessuto del dialogo ricadendo nell’antico vizio di usare il potere a proprio vantaggio, di tutelare i suoi interessi privati in atti di ufficio. Berlusconi quando si occupa di se stesso è sempre risolutissimo, si appella sempre alla volontà popolare, e oggi al fatto di essere sostenuto da un consenso del 60 e passa per cento. Ma il consenso elettorale non è un consenso «specifico », ma un consenso all’ingrosso. E il punto è se l’elettorato berlusconiano si rende conto della gravità del caso. Provo a spiegarlo con esempi. Mettiamo che Tizio sia proprietario di una banca, e che come tale stabilisca di poter prelevare quanti soldi vuole. Va bene? No, non va bene. Poniamo che Caio sia capo della polizia, che uccida la moglie e che stabilisca che la polizia non può indagare su di lui. Va bene? Direi di no. Tornando a Berlusconi, lui è capo del governo e come tale vuole essere intoccabile. Ha ragione? Vediamo. L’immunità dei parlamentari è un istituto antico che si afferma, nelle monarchie assolute, per proteggerli dal sovrano. Giusto. Oggi, peraltro, i monarchi assoluti non esistono più. Così la protezione è diminuita: è fornita dalla autorizzazione a procedere. Che però al Cavaliere non serve, visto che il processo che lo preoccupa (il caso Mills) andrà a sentenza tra pochi mesi. Pertanto chiede, per salvare se stesso, un emendamento che rischia di mandare al macero fino a 100 mila procedimenti; e qui siamo davvero fuori proporzione. Non contento, il Nostro riesuma anche la ex Schifani per blindarsi senza fine. Questo secondo provvedimento prevede l’immunità nell’esercizio delle proprie funzioni per 19 casi, incluso ovviamente il suo. E tutti sanno che dopo Palazzo Chigi Berlusconi conta subito di salire per sette anni al Quirinale. Se non siamo ancora a una immunità a vita, siamo nei paraggi. In frangenti come questi, una opposizione «responsabile » (così, bene, Piero Ostellino) cosa può fare per rendersi efficace, il più efficace possibile? Deve presentare contro- progetti che obblighino la maggioranza a discuterli. Nel caso del primo emendamento il suggerimento ragionevole per alleggerire un carico di arretrati giudiziari che è davvero irragionevole, è di accantonare tutti i procedimenti inutili, inutili perché finirebbero in prescrizione. E nel secondo caso la controproposta ragionevole potrebbe essere di concedere l’immunità a tutti i parlamentari che la richiedono, a patto, però, di non essere rieleggibili alla scadenza del loro mandato fino alla sentenza definitiva del procedimento a loro carico. Perché nessuno può essere al di sopra della legge a vita. Lo sono, appunto, i dittatori. Solo loro, vorrei sperare. Leggo che il presidente Napolitano è irritato e molto perplesso. Ne ha ben donde. Il «pacchetto sicurezza » gli sta bene; ma deve inghiottire per questo anche il «pacchettino» salva- Berlusconi? Il suo predecessore, presidente Ciampi, non usò mai — per negare al governo l’autorizzazione a procedere —l’art. 87 della Costituzione; e così fu poi tutto un cedere. Napolitano ha davvero motivo di meditare a fondo.

Giovanni Sartori, Corriere della Sera, 21 giugno 2008



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22 giugno 2008
Alla buon ora
 
Far la guerra con il corpo delle donne

Dagli antichi romani ai serbi, passando per i vichinghi, i lanzichenecchi, e i liberatori sia russi che
americani della II guerra mondiale, gli stupri di massa da parte degli eserciti invasori sono sempre
stati un aspetto ineliminabile della guerra, quando questa dilaga nel territorio nemico; e tanto più
nelle guerre moderne, nelle quali il coinvolgimento delle popolazioni civili è totale. Come hanno
sottolineato alcune storiche, si esprime in quest'atto orribile non solo la violenza diretta alla donna
come individuo, ma anche una violenza metaforica, e tuttavia concretissima, verso la patria del
nemico: il corpo femminile da violare, da occupare come suolo patrio, per umiliare il nemico nel
modo più tremendo, quello sessuale. Tanto che stupri di massa sono avvenuti anche al di fuori della
guerra (e della condizione di violenza generale che le è propria e che ad alcuni pare un'attenuante),
come nell'occupazione francese della Ruhr dopo la I guerra mondiale, studiata da Emma Fattorini in
un saggio compreso in un fortunato volume su «Donne e uomini nelle guerre mondiali», curato da
Anna Bravo e appena ripubblicato da Laterza.

La risoluzione delle Nazioni Unite.
Un atto orribile dunque, come è orribile ogni stupro, ma anche di più, perché canalizza nella
violenza sessuale questo sovraccarico di significati aggressivi, rendendola se possibile più violenta.
Eppure un atto che è spesso considerato come un «normale» atto di violenza, non più grave dei tanti
che vengono compiuti durante una guerra. E che tutti vengono considerati inevitabili, e quindi quasi
giustificati, dai realisti politici che pensano che sia sciocco pretendere di porre limiti morali alla
guerra. Non c'è da stupirsi che sugli stupri spesso cali il silenzio, complice anche il sentimento di
vergogna e di umiliazione che la popolazione così ferita scarica sulle donne, vittime due volte. Per
questo la decisione del Consiglio di sicurezza dell'Onu di considerare gli stupri come una vera e
propria «arma di guerra» è un passo fondamentale sulla strada del riconoscimento dei diritti umani.
I soliti realisti diranno che si tratta di parole vuote, di buone intenzioni prive di effettualità. Non è
così: la risoluzione implica che i responsabili di stupri siano perseguiti davanti al tribunale
internazionale dell'Aja, e quindi aggiunge questo ai crimini di guerra che quel tribunale ècompetente a trattare.

Messaggio etico.
Ma più ancora del tribunale dell'Aja conta il messaggio etico che viene diffuso con questa
risoluzione. Dire che gli stupri sono un'arma di guerra significa affermare che non possono essere
considerati come casualties, come danni collaterali, quali sono le vittime civili dei bombardamenti,
ma rientrano a pieno titolo nell'intenzione e nella tattica della guerra, con una finalità propria, che è
quella di umiliare e ferire la popolazione in quanto tale, e possono essere parte di un genocidio. Chi
ha assistito alle terribili vicende della guerra bosniaca non può certo dubitare che sia così. E
nessuno che abbia presenti le atrocità commesse in questi anni in Africa e in altre parti del mondo
può dubitare che punirne i responsabili, e rendere un po' meno terribile la guerra, sia un obiettivo
tutt'altro che secondario. Con buona pace dei soliti realisti.
 
Claudia Mancina, Il Riformista del 21-06- 2008
 
 
 
 
 


























Lo stupro come arma della guerra degli uomini

Bakira Hasecic è originaria di Visegrad, presiede l' Associazione delle donne vittime di guerra, in Bosnia. Vittime di guerra, quando si tratta di donne, è un mero sinonimo di vittime di stupro. Non che impieghino eufemismi, al contrario. Sono poco più di un centinaio, le "attiviste": raccontano la propria storia, aiutano tante altre a raccontarla, a curarsi, a trovarsi una casa e sopravvivere. Seguono i processi, nei quali protervia e intimidazioni degli imputati sono moneta corrente. Il Tribunale dell' Aja - il primo, nel 2001, a pronunciare una sentenza sullo stupro come crimine contro l' umanità e crimine di guerra - ha mezzi scarsi per proteggere le donne che testimoniano: uno, ovvio ma avvilente, è di non chiamarle con il loro nome, ma con un numero. La testimone 26, la testimone 50. In quel processo fatidico, presieduto da una giudice dello Zambia, Florence Mumba, furono sedici le coraggiose testimoni numerate. Nei tribunali locali, collegati all' Aja, non c' è né protezione, né il minimo sostegno finanziario. Una giovane, bambina al tempo dello stupro subito dalle bande di Mladic, è partita in corriera da Srebrenica per andare a deporre a Sarajevo, alla Procura mista di magistrati locali e "internazionali". Quando l' hanno congedata, ha chiesto se non rimborsassero almeno il viaggio. Il giudice "internazionale", infastidito, ha tirato fuori dalla tasca dieci marchi. La ragazza l' ha guardato, ha lasciato i dieci marchi sul tavolo, ed è tornata a Srebrenica. Alcune donne vivono accanto ai loro aguzzini, tornati a essere vicini di casa, liberi e spavaldi.Cento o duecento donne impavide che si impegnano ad avere giustizia e a far vergognare gli altri della vergogna che vorrebbero imporre loro, sono poche, rispetto alle decine di migliaia che sono state metodicamente violentate durante la cosiddetta guerra. Si coniò allora la formula di «stupro etnico», oggi impiegata a vanvera da noi per dire che uno stupratore e una stuprata non appartengono alla stessa anagrafe nazionale. Significava, quella formula, che il via libera da sempre concesso alle proprie truppe sui corpi delle donne del nemico, era diventato ora lo strumento metodico e programmato di un' intenzione di «pulizia» etnica. Umiliare le donne «musulmane», ucciderle o renderle gravide di figli «serbi» - poiché è il padre a decidere del figlio... - è una piacevole incombenza genocida. Odioso, nel suo privare ogni donna violata della propria personale ferita, lo stupro di massa e organizzato, fino al riservato "bordello di guerra", come a Foca, faceva culminare il delirio sciovinista e virilista, e svelava il cuore antico delle guerre. Duelli fra uomini, di cui il corpo delle donne è insieme posta e campo di battaglia. La prima storia che imparavamo da piccoli, il ratto delle Sabine, suonava come l' impresa ardita e astuta dei nostri, i romani, contro gli altri, i sabini. Un buon pretesto da scultori, per scolpire donne nude che si divincolavano tra braccia nerborute. Una gara per interposta donna, come la guerra di Troia, come lo stupro di Nanchino o la macelleria ruandese. La scena più esemplare, mille volte replicata, è quella in cui una donna, o una bambina, viene violentata dalla soldataglia mentre marito o padre o fratello sono costretti ad assistere. Ilya Ehrenburg, grande scrittore e dubbio uomo, o almeno uomo di tempi dubbi, da propagandista della guerra russa contro il nazismo, coniò un proclama feroce quanto rivelatore: «Se lasciate vivo un tedesco, quel tedesco impiccherà un russo e violenterà una donna russa... Uccidete il tedesco: questa è la preghiera della vostra vecchia madre. Uccidete il tedesco: questo è quello che i vostri figli vi implorano. Uccidete il tedesco: questo è il grido della vostra terra russa». Da qualche tempo si può dire, hanno ricominciato a dirlo loro, che furono 2 milioni le donne tedesche stuprate, di tutte le età. Che il Consiglio di Sicurezza abbia sancito che lo stupro è un' arma di guerra, è un gran passo. Lo stupro non è solo il corollario delle guerre, il suo tristo accompagnamento: è un' arma di guerra. Ancora un piccolo sforzo, e si riconoscerà in controluce che lo stupro delle donne non è solo un' arma delle guerre fra uomini, ma è l' arma simbolicamente decisiva della universale guerra degli uomini contro le donne, e che stupro e assassinio di donne in tempo di pace sono una forma di addestramento militare e di caparra privata sulla guerra generale. Condoleezza Rice si è battuta per questo risultato, che contraddice l' oltranzismo con cui gli Stati Uniti pretendono impunità dalla legge internazionale, non ratificando il Tribunale Penale internazionale, o per l' amara vicenda di Nicola Calipari. Affare di donne, merito di donne. Ci vuole ancora un enorme coraggio. Giovani donne cecene violentate sono al bando della propria stessa famiglia, o uccise, o spinte a riscattarsi immolandosi contro il nemico. Devono liberarsi furtivamente del frutto della propria sventura, o tenerlo nell' infamia. Gli stupratori, come nelle "caserme del sesso" di Foca, curano di imprigionare le loro vittime così a lungo che non possano più abortire. La pancia di una donna stuprata diventa come la terra nella quale penetrano le bombe d' aereo destinate a scoppiare di lì a qualche mese. Donne fuggono lontano, a lasciare quei figli della violenza. Pochissime, eroicamente, scelgono di tenerli, e di amarli e considerarli come proprii, rovesciando così l' intenzione belluina dei violentatori. Elsa Morante amò di un amore di madre il piccolo e fatato Useppe della Storia, nato dallo stupro maldestro di un soldatino nazista. Nel romanzo di Slavenka Drakulic, «Come se io non ci fossi», la donna violata sceglie di dare alla luce il bambino, lontano, in Svezia, e di lasciarlo adottare. Drakulic ha tolto il suo titolo da «Se questo è un uomo», e per la prima volta mi sono indotto a pensare separatamente, «Se questa è una donna». Si dice di quasi due milioni di nati dallo stupro di guerra. Le donne ne tacciono o ne parlano, restano sole o si cercano. E gli uomini? Gli uomini del tempo di pace, e della pubblica ipocrisia, fanno come se la cosa fosse insieme naturale ed estranea, cosa d' altri, di luoghi poveri arcaici ed esotici, anche quando succede alle porte di casa, anche quando la cronaca quotidiana incalza, anche quando si pubblicano le cifre delle violenze compiute da militari dell' Onu e civili di interventi «umanitari». Noi uomini abbiamo una certa virile renitenza all' autocoscienza, personale o di gruppo, e facciamo presto a sentirci esonerati: dopotutto, siamo noi stessi a esonerarci. Non ci vergogniamo di dire che la prostituzione è un problema delle prostitute, al punto di volerle rimpatriare: la patria delle prostitute è l' unica in cui siamo davvero di casa. Così lo stupro, anche quando le sue vittime siano così brave da chiederne e ottenerne una piccola giustizia, un piccolo risarcimento morale e materiale, resta un problema delle stuprate. Se questo è un uomo.
 
Adriano Sofri, La Repubblica, 21-06- 2008  



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